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Focus/2. Job act: rebus coperture e nodo dei contratti lavorativi (ne rimarrà solo uno?)

Pubblicato il 11 marzo 2014 da Federico Callegaro
Categorie : Economia

job searchChe a venire tagliata sia l’Irpef, come vorrebbe Matteo Renzi intenzionato a destinare su di essa il 70% della manovra, o l’Irep, come vorrebbe il vice ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, per il Job Act renziano sarà necessario trovare una copertura finanziaria. Anche l’istituto di un assegno di disoccupazione universale, anticamera di un rinnovamento del welfare, richiederebbe un notevole impiego di fondi.

LA COPERTURA FINANZIARIA

Solo per il cuneo fiscale i soldi necessari sono stimati intorno ai 10miliardi di euro. Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan le coperture sufficienti dovrebbero provenire da due strade differenti: in primo luogo dai proventi della spending review, che il Governo Letta aveva stimato in 3miliardi ma che per Padoan potrebbero arrivare a 5. In secondo luogo ci sarebbero i capitali fatti rientrare dall’estero. Quest’ultima, come vale per l’idea di far cassa con una ipotetica lotta all’evasione, è una fonte di entrate difficilmente quantificabile e che presenta diverse incognite, non per ultima quella dei tempi. Proprio per velocizzare i rientri dei capitali depositati illegalmente all’estero, il Governo starebbe pensando di abbandonare il provvedimento “voluntary”, che prevedeva il pagamento integrale di tasse e interessi sul capitale fatto rientrare, per approdare al più mite approccio di un pagamento forfettario con aliquote tra il 18% e il 25%. Come per dire: in tempi di ristrettezze, meglio poco ma subito. Altra questione è quella del Naspi, l’assegno di disoccupazione universale destinato a chiunque perda il lavoro dopo almeno tre mesi di attività. Secondo i calcoli dovrebbe costare 1,6miliardi di euro in più rispetto agli attuali ammortizzatori sociali (nel complesso, quindi, 8,8miliardi) ma il disavanzo potrebbe essere coperto da uno spostamento di fondi dalla cassa integrazione in deroga, che sarebbe destinata a sparire. A deporre in sfavore di questa soluzione, però, c’è l’allarme lanciato dallo stesso Padoan, secondo cui, al momento, non ci sarebbero nemmeno sufficienti soldi per pagare la stessa cassa in deroga. A risultare coperto (per due terzi da fondi europei) c’è  solo il fondo “Garanzia per i giovani”. In origine, riferendosi a questo piccolo tesoretto, Padoan aveva dichiarato che il suo utilizzo fosse vincolato a un generico “rafforzamento strutturale dell’economia”, lasciando intendere la possibilità di usarlo anche per il taglio di Irpef e Irap ma a fugare l’equivoco è subito intervenuta la portavoce della Commissione europea, Shirin Wheeler, che ha nuovamente ribadito gli stretti vincoli di utilizzo di quelle risorse, impiegabili esclusivamente per la formazione e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

JOB ACT. LE MANOVRE A COSTO ZERO

Uno dei punti più importante tra quelli che sono stati individuati come i possibili nodi del Job Act è quello che prevede un passaggio progressivo dai  40 contratti lavorativi esistenti a uno solo. Secondo le intenzioni del Governo si dovrebbe andare verso un progressivo sfoltirsi dei vari contratti a tempo determinato, indeterminato, interinale, stagionale, a progetto, per arrivare a un contratto unico a tempo indeterminato con tutele crescenti, che congela per i primi tre anni le tutele garantite dall’articolo 18. Contro questa soluzione, però, si sono già manifestati i malumori del capogruppo del Nuovo Centro Destra al Senato, Maurizio Sacconi, convinto che questa iniziativa andrebbe a cannibalizzare l’apprendistato, strumento fortemente potenziato da Letta. Altro punto approvabile velocemente, in quanto esclusivamente normativo, sarebbe quello che prevede l’ingresso di rappresentanti eletti dei lavoratori nei Cda delle aziende.

Ecco la prima parte dell’inchiesta.

@barbadilloit

Di Federico Callegaro

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