
“Non vogliamo un mondo
(Raoul Vaneigem 1934 – 2026)
Albori degli anni 2000, monti di Neuchâtel (Svizzera), tra le alte mura di un’antica posta, trasformata in sala delle feste. Il mio gruppo musicale di allora (di rap) e io partecipiamo a una serata che permetta di sostenere le spese di un processo (esito giudiziario di una manifestazione sfuggita al programma iniziale). Apriamo il concerto di René Biname, cantante belga molto popolare fra gli anarchici. La sala è gremita da una folla giovane ed eterogenea: punk, redskin, militanti di vario genere e, in particolare, un’importante delegazione dell’Espace Noir, il centro autonomo delle Franches-Montagnes, luogo leggendario, costruito a pochi passi da dove Mikhail Bakunin, esule, si rivolse agli operai dell’orologeria per spingelli alla rivolta. René Biname ci sarebbe andato, del resto, pochi anni dopo, per un altro memorabile concerto.
“I fucilati, gli affamati
“Vengono verso di noi dal profondo del passato
“Nulla è cambiato, ma tutto comincia
“E maturerà nella violenza”.
Questo il mio primo incontro con l’opera di Raoul Vaneigem, autore ora scomparso di questa bella poesia, “La vie s’écoule” (“La vita trascorre”), poi musicata da Jacques Marchais e alcuni altri. Ma c’era forse un ideologo dietro al poeta morto il scorso 28 luglio scorso?
Nd = Is?
Il 3 agosto scorso, nella necrologia sul quotidiano parigino Libération, si leggeva: “A differenza di Guy Debord, in parte strumentalizzato dagli scrittori della Nouvelle Droite, come Alain de Benoist, Raoul Vaneigem ha continuato a difendere fino alla fine della vita una certa radicalità di sinistra, diffidando al contempo di qualsiasi strumentalizzazione mediatica”.
Per tali ragioni la mia simpatia è sempre andata al suo discreto compagno, a quel n. 2 dallo sguardo mite che, lui sì, si infischiava di ogni forma di autorità o di potere: Raoul Vaneigem.
Da Lautréamont a Henri Lefebvre
Utopie urbane ed esaltazione dei sensi
Si appassiona allora, come altre figure dell’ambiente debordiano (in particolare il rifugiato ungherese Attila Kotanyi, che ne aveva fatto una specialità), alle questioni di urbanistica e architettura, che rimangono a mio avviso uno degli aspetti più originali e appassionanti dell’opera creativa situazionista (ne ho accennato nel mio articolo “L’urbanistica al centro delle utopie”, sul n. 53 della rivista Krisis, dedicato al tema dei territori). Considerando i cimiteri gli ultimi paradisi perduti delle città moderne e le più belle realizzazioni architettoniche rimaste, firma, a titolo personale o collettivamente, vari articoli deliranti, corredati da planimetrie e disegni, che descrivono in dettaglio le città del futuro da costruire dopo la rivoluzione. Esse appaiono ai lettori affascinati altrettante anti-Metropolis, determinate non tanto dalla sezione aurea e dalla fisica euclidea, quanto dall’esperienza della “psicogeografia”, arte della deriva urbana (spesso alcolica) di cui i situazionisti facevano la loro bussola quando vagavano per Parigi, senza cercare consapevolmente di andare da un punto all’altro.
Il gioco ci evitava le trappole del militante
Rimpiangendo poi l’impantanamento dell’Is in quello che chiama “pettegolezzo generalizzato”, Vaneigem guarda severamente ciò che è divenuto il gruppetto per le lotte intestine e per la permalosità di Debord. “Durante il declino dell’Is – ricorda – Debord si circondava volentieri di mediocri, di cui non sopportava la meschini. Li scomunicava quando gli diventava insopportabile lo specchio che gli restituivano della sua strana compiacenza. Ma tanti di loro mediocri non erano. Erano apprendisti, dai quali ci si sarebbe potuto aspettare molto. Ma, ponendosi come discepoli, divenivano mediocri per il gioco morboso dei confronti”. Le ultime ore di questo progetto intellettuale sono state segnate dalla deriva centralista, da abusi di autorità, esclusioni in serie, tendenza alla paranoia e da quella che Vaneigem definisce una deriva quasi militare.






