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Internazionale Situazionista: addio a Raoul Vaneigem, che aveva il genio di Guy Debord. Non i difetti

Nel trigesimo, il profilo del belga autore del "Trattato del saper vivere ad uso delle nuove generazioni". I limiti di una sinistra irregolare e interessante

di David L'Epée
23 Agosto 2026
in Cultura, Ritratti non conformi
0
Raoul Vaneigem

“Non vogliamo un mondo

dove la garanzia di non morire
di fame si paga col rischio
di morire di noia” 

(Raoul Vaneigem 1934 – 2026)

Albori degli anni 2000, monti di Neuchâtel (Svizzera), tra le alte mura di un’antica posta, trasformata in sala delle feste. Il mio gruppo musicale di allora (di rap) e io partecipiamo a una serata che permetta di sostenere le spese di un processo (esito giudiziario di una manifestazione sfuggita al programma iniziale). Apriamo il concerto di René Biname, cantante belga molto popolare fra gli anarchici. La sala è gremita da una folla giovane ed eterogenea: punk, redskin, militanti di vario genere e, in particolare, un’importante delegazione dell’Espace Noir, il centro autonomo delle Franches-Montagnes, luogo leggendario, costruito a pochi passi da dove Mikhail Bakunin, esule, si rivolse agli operai dell’orologeria per spingelli alla rivolta. René Biname ci sarebbe andato, del resto, pochi anni dopo, per un altro memorabile concerto.

Il belga dai lunghi capelli ricci, batterista e cantante al tempo stesso, intona il suo repertorio, che il pubblico intona in coro: un omaggio ai combattenti della guerra di Spagna, un canto di guerra dei resistenti ucraini anarchci antibolscevichi (“Makhnovchina, Makhno-ov-chi-i-na, le tue bandiere sono nere nel vento… “), canti della Commune parigina, della Resistenza, classici anarchici del XIX secolo, ritornelli anticlericali o antimilitaristi – e poi all’improvviso, con un tono molto più calmo, quasi malinconico, un ritornello che sento per la prima volta:
“I fucilati, gli affamati
“Vengono verso di noi dal profondo del passato
“Nulla è cambiato, ma tutto comincia
“E maturerà nella violenza”.
Questo il mio primo incontro con l’opera di Raoul Vaneigem, autore ora scomparso di questa bella poesia, “La vie s’écoule” (“La vita trascorre”), poi musicata da Jacques Marchais e alcuni altri. Ma c’era forse un ideologo dietro al poeta morto il scorso 28 luglio scorso?
 

Nd = Is?

Il 3 agosto scorso, nella necrologia sul quotidiano parigino Libération, si leggeva: “A differenza di Guy Debord, in parte strumentalizzato dagli scrittori della Nouvelle Droite, come Alain de Benoist, Raoul Vaneigem ha continuato a difendere fino alla fine della vita una certa radicalità di sinistra, diffidando al contempo di qualsiasi strumentalizzazione mediatica”.

La presunta strumentalizzazione di autori situazionisti è un tema ormai più che logoro, ma la stampa mainstream la ripropone instancabilmente. Eppure mai s’è pensato di fondere Grece e Internazionale Situazionista (Is)! Se si è un po’ curiosi e di mentalità aperta, ci si può interessare, persino appassionare, a dottrine o galassie intellettuali estranee, senza voler arruolarle. E i situazionisti sono forse tra i più inconciliabili, come il loro breve e infranto idillio col Partito comunista francese dimostra!

Alain de Benoist e Jean-Claude Michéa
 
Se Alain de Benoist e altri hanno apprezzato Debord (Jean-Claude Michéa, in Extension du domaine du capital, ne scrive che era “uno dei maggiori stilisti francesi della seconda metà del XX secolo”), è perché la sua critica alla società dello spettacolo illuminava in modo inedito le mutazioni del capitalismo postbellico, quello del mese di ferie, della nascente società dei consumi, della cultura di massa e dei suoi vari sviluppi, alcuni dei quali (non tutti) si applicano ancora perfettamente alla comprensione della nostra epoca. Ma tendo a pensare che tra le nostre file come in una parte della sinistra, si sopravvaluti l’opera di Debord.
La società dello spettacolo
 
Forse, dicendo questo, sono influenzato dall’antipatia per Debord (“simpatico” non era). A rischio di contraddire Michéa, trovo lo stile dell’autore de La società dello spettacolo (Vallecchi, 1977) incredibilmente affettato, spesso pesante, con la costante inversione dei genitivi che sa di pedanteria hegeliana e che sotto la sua penna assume la forma di una mania, di un tic di scrittura. E poi non riesco a separare l’autore dall’uomo, scontroso e autoritario da bar, mantenuto dalla compagna, piccolo caporale delle lettere, il quale, non essendo diventato il generale che sognava di essere da bambino (quando era un grande lettore di Clausewitz, di Machiavelli e del cardinale di Retz), si è improvvisato capo di una setta paranoica, tirannello di una cerchia intellettuale, come André Breton prima di lui, altro spirito sottile dall’anima d’artista e dal carattere sgradevole.

Per tali ragioni la mia simpatia è sempre andata al suo discreto compagno, a quel n. 2 dallo sguardo mite che, lui sì, si infischiava di ogni forma di autorità o di potere: Raoul Vaneigem.

Da Lautréamont a Henri Lefebvre

 
“Nulla è finito, tutto comincia”, recitava in quella strofa di Vaneigem, più volte ripresa. La frase sarà utilizzata come titolo, nel 2014, per un libro di interviste a lui realizzate dallo scrittore Gérard Berréby, fondatore delle Editions Allia. Un bel volume, riccamente illustrato, che ci riporta all’infanzia rurale del poeta, nato a Lessines, come Magritte, che parlava il dialetto della Piccardia e ci raccontava i ricordi del mondo operaio (si moriva spesso nelle cave di pietra) e dell’antagonismo tra valloni e fiamminghi. Allevato da un padre socialista ed ex partigiano, che gli trasmise l’anticlericalismo, entrò nelle Jeunes Gardes socialiste e si divertiva, per un anticattolicesimo da scolaretto, ad attaccare i campi scout nella foresta. “I mascalzoni rossi erano l’aristocrazia operaia”, dice a proposito dei compagni di gioventù. Influenzato dalla leggenda eroica dei partigiani e delle brigate internazionali della guerra di Spagna, sogna di combattere, e le guerre da scolari nei boschi non gli bastano. Adolescente, pensa per un istante, prima di ritrattare, di partecipare alla lotta armata contro Leopoldo III, quando quest’ultimo, compromesso dalle sue simpatie tedesche, torna in Belgio dopo essere fuggito in Svizzera alla liberazione.

Appropriazione indebita
Dopo gli studi di filologia romanza a Bruxelles, Vaneigem redige una tesi di laurea su Lautréamont, che scandalizza alcuni suoi professori. Vede nell’autore dei Canti di Maldoror un pioniere dell’appropriazione indebita artistica, metodo che diventerà il marchio di fabbrica dei situazionisti, dai fumetti appropriati indebitamente del maggio ’68 ai leggendari film “doppiati” di René Viénet. Vaneigem diventa insegnante, ma perde il posto in seguito a una breve storia d’amore con una studentessa. Legge Kafka, Nietzsche, Stirner, Lukács, ma è Henri Lefebvre, una delle sue fonti di ispirazione, a presentargli Guy Debord, col quale inizierà la grande avventura del situazionismo: creare una nuova scuola di pensiero, un movimento filosofico e artistico innovativo, che miri a superare arte, filosofia e politica. Un’occasione anche per regolare i conti coi comunisti, di cui diffida sempre di più, e per proclamare, parodiando il parroco seicentesco Jean Meslier (ancora un’appropriazione indebita!), che “l’umanità sarà felice solo quando l’ultimo dei burocrati sarà appeso alle budelle dell’ultimo stalinista”.

Utopie urbane ed esaltazione dei sensi

Nel libro scritto sotto lo pseudonimo di Ratgeb, Dallo sciopero selvaggio all’autogestione generalizzata (Gwynplaine Edizioni, con nuova introduzione dell’autore, 2013) Vaneigem giustifica la lotta armata. Nel 1960-1961 scoppiano grandi scioperi in Belgio. I situazionisti ne faranno la scintilla della loro mobilitazione e della loro fioritura creativa, così come lo era stata in Germania la rivolta spartachista per il Dadaismo. Le Figaro littéraire, dal canto suo, paragona questi giovani, nel loro rapporto coi gruppi marxisti o anarchici ufficiali, a una setta eretica, come ce n’erano tante nel medioevo ai margini della Chiesa. La loro Is, che avrà sedi in vari paesi del mondo, rimarrà attiva dal 1957 [fu fondata a Cosio d’Arroscia, in provincia di Imperia – NdT] al 1972.
Si appassiona allora, come altre figure dell’ambiente debordiano (in particolare il rifugiato ungherese Attila Kotanyi, che ne aveva fatto una specialità), alle questioni di urbanistica e architettura, che rimangono a mio avviso uno degli aspetti più originali e appassionanti dell’opera creativa situazionista (ne ho accennato nel mio articolo “L’urbanistica al centro delle utopie”, sul n. 53 della rivista Krisis, dedicato al tema dei territori). Considerando i cimiteri gli ultimi paradisi perduti delle città moderne e le più belle realizzazioni architettoniche rimaste, firma, a titolo personale o collettivamente, vari articoli deliranti, corredati da planimetrie e disegni, che descrivono in dettaglio le città del futuro da costruire dopo la rivoluzione. Esse appaiono ai lettori affascinati altrettante anti-Metropolis, determinate non tanto dalla sezione aurea e dalla fisica euclidea, quanto dall’esperienza della “psicogeografia”, arte della deriva urbana (spesso alcolica) di cui i situazionisti facevano la loro bussola quando vagavano per Parigi, senza cercare consapevolmente di andare da un punto all’altro.
 
 “Trattato delle buone maniere…”
Collaborando regolarmente al giornale del gruppo e firmando vari libelli, il cui tono, a metà tra il militante e il poetico, portava chiaramente l’impronta della sua epoca, Vaneigem si fa notare per il Trattato di buone maniere ad uso delle nuove generazioni (Vallecchi, 1973; rist.: Massari, 2004), i cui accenti libertari si tingono di sensualismo: “A volte – scrive – mi capita di pensare che non ci sia altra realtà immediata, altra umanità tangibile, che la carezza di una carne femminile, la morbidezza della pelle, il calore del sesso, che non ci sia altro, ma quel nulla si apre su una totalità che nemmeno una vita eterna riuscirebbe a esaurire”. Se, secondo lui, l’emancipazione della gioventù deve passare per l’esaltazione dei sensi, è perché “la ricerca dei piaceri, finalmente liberata da censure, ci permetta di emanciparci per sempre dalla propensione a lasciarci morire”. Proseguendo sulla via inaugurata a inizio ‘900 da anarchici come Emma Goldman (alla quale ho dedicato mesi fa un articolo su Éléments) afferma che “chi parla di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto dei vincoli, ha in bocca un cadavere”

Il gioco ci evitava le trappole del militante

Rimpiangendo poi l’impantanamento dell’Is in quello che chiama “pettegolezzo generalizzato”, Vaneigem guarda severamente ciò che è divenuto il gruppetto per le lotte intestine e per la permalosità di Debord. “Durante il declino dell’Is – ricorda – Debord si circondava volentieri di mediocri, di cui non sopportava la meschini. Li scomunicava quando gli diventava insopportabile lo specchio che gli restituivano della sua strana compiacenza. Ma tanti di loro mediocri non erano. Erano apprendisti, dai quali ci si sarebbe potuto aspettare molto. Ma, ponendosi come discepoli, divenivano mediocri per il gioco morboso dei confronti”. Le ultime ore di questo progetto intellettuale sono state segnate dalla deriva centralista, da abusi di autorità, esclusioni in serie, tendenza alla paranoia e da quella che Vaneigem definisce una deriva quasi militare.

Se all’inizio dell’avventura, spiega, “il carattere ludico ci evitava le insidie del militante”, alla fine i situazionisti sarebbero passati “dal rigore alla rigidità, dalla vigilanza al sospetto”. Se il gusto per il gioco e i piaceri ci ha permesso, dice Vaneigem, di “proteggerci dalla virtù robespierrista”, l'”edonismo del bere, del mangiare e del fare sesso in abbondanza” è servito anche da “alibi per comportamenti tradizionali di scambio e di predazione”. Come se la meschinità borghese fosse unica alternativa alle rigidità della vita da caserma.

Covid: catastrofe del catastrofismo
 
L’ultima volta che ho sentito parlare di Vaneigem è stato nella crisi sanitaria del Covid. Intervistato il 19 marzo 2020 da Le Média, confermava che l’età non l’aveva reso né più obbediente, né meno critico. “Ciò che copre e sommerge l’epidemia di coronavirus – osservava – è la peste emotiva, la paura isterica, il panico che allo stesso tempo nasconde le carenze terapeutiche e perpetua il male, gettando nel panico il paziente. […] Quali buffonate riusciranno a nascondere ancora a lungo il fatto che la gestione catastrofica del catastrofismo è intrinseca al capitalismo finanziario dominante a livello mondiale, e oggi combattuto in tutto il mondo in nome della vita, del pianeta e delle specie da salvare?”.
Se certi aspetti dell’opera e del pensiero di Vaneigem sono datati o sembrano un po’ sgonfi (antipatriottismo rabbioso, lirismo sessantottardo, ingenua fiducia nel potenziale liberatorio di automazione e cibernetica), altre rimangono attuali, che si tratti della diffidenza di principio verso ogni allineamento (compreso quella nella contestazione), del desiderio di conciliare lotta politica e attenzione alla vita privata e ai piaceri (l’influenza di Lefebvre non vi è estranea), del prezioso contributo alla critica del “capitalismo spettacolare” e, in generale, dell’inflessibile passione per la libertà.
E se tutto ciò riesce a infiammare tanto una sala da concerto punk in piena campagna, quanto un aperitivo a casa di Alain de Benoist, è perché questa libertà non è una parola vuota!
Da Eléments
David L'Epée

David L'Epée

David L'Epée su Barbadillo.it

Tags: David L'EpéeInternazionale SituazionistaRaoul Vaneigem

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