
Con “Non c’è storia. I cliché storici nei media italiani” (Salerno edizioni, 190 pagine, 18 euro), Marco Brando porta a maturazione un percorso di ricerca che da anni lo vede impegnato nello studio della rappresentazione del passato nei mezzi di comunicazione. Giornalista di lungo corso, con specializzazione in ambito culturale, dopo aver analizzato in precedenza la fortuna mediatica -nel bene e nel male- del Medioevo, l’autore amplia adesso il campo d’indagine e affronta una questione più generale: il rapporto tra linguaggio giornalistico, memoria storica e immaginario collettivo.
L’idea di fondo del volume è tanto semplice quanto feconda: la storia viene continuamente evocata nel dibattito pubblico ma raramente viene davvero utilizzata come strumento di comprensione. Più spesso diventa un repertorio di immagini stereotipate da cui attingere metafore tanto riconoscibili quanto fuorvianti.
Così “Preistoria”, “Inquisizione”, “caccia alle streghe” e “Far West” cessano di designare epoche o fenomeni storici e finiscono per trasformarsi in etichette retoriche destinate a evocare oscurantismo, violenza, arretratezza, anarchia o fanatismo. Brando mostra come questa semplificazione impoverisca sia il linguaggio sia, soprattutto, la coscienza storica.
Ma il merito maggiore del libro è metodologico.
Brando, infatti, oltre a ‘correggere’ gli errori dei giornalisti, cerca piuttosto di comprendere perché quei cliché funzionino. Il loro successo non deriva dall’ignoranza individuale ma dalla loro efficacia comunicativa: sono formule che consentono di condensare in poche parole un giudizio morale sul presente. Quando un titolo parla di “ritorno al Medioevo” oppure di “Inquisizione dei social” non intende certo spiegare il Medioevo o l’Inquisizione. Vuole semplicemente produrre un effetto emotivo immediato. È questo il vero oggetto del libro: non la storia ma l’uso mediatico e pubblico della storia.
Uno degli aspetti più convincenti consiste nell’attenzione dedicata alla responsabilità del linguaggio.
Brando suggerisce implicitamente che ogni metafora storica produce conseguenze culturali. Per fare un esempio, se la parola “Inquisizione” indica qualsiasi forma di controllo sociale, il fenomeno storico perde progressivamente i suoi contorni specifici. E così la storia diventa un modo di dire.
In questo senso il volume rappresenta un contributo importante alla cosiddetta “public history”: invita a riflettere sul modo in cui il passato viene continuamente ricostruito dal lessico della comunicazione contemporanea.
Dal punto di vista stilistico, il saggio sembra voler evitare il tono accademico più pesante. La stessa casa editrice lo presenta come un “vademecum” destinato non soltanto agli storici ma anche -forse soprattutto, diremmo- a giornalisti, insegnanti e lettori interessati alla comunicazione. Questa scelta rende il libro accessibile senza rinunciare al rigore dell’argomentazione.
Il lavoro presenta anche un interesse teorico che va oltre il suo oggetto immediato.
Pur senza trasformarsi certo in un trattato di filosofia del linguaggio, il libro mostra come il significato delle parole storiche non dipenda esclusivamente dagli eventi cui si riferiscono ma, ormai, anche dall’uso che una società ne fa. In questo senso Brando si colloca all’incrocio tra storia culturale, analisi dei media e studio dell’immaginario collettivo.
Naturalmente il libro non pretende di eliminare le metafore dalla comunicazione pubblica. Sarebbe impossibile. L’obiettivo è piuttosto quello di renderne consapevole l’utilizzatore. Una metafora può essere efficace ma diventa problematica quando sostituisce la conoscenza storica invece di richiamarla.
Certo, l’analisi di Brando è perfettamente estensibile ai più diversi ambiti culturali: politica, pubblicità, cinema, linguaggio religioso. Spazi nei quali gli stessi meccanismi simbolici operano con analoga intensità. Tutte dinamiche già studiate da storici esperti in didattica e comunicazione o semantica delle classificazioni storiografiche (si pensi a Giuseppe Sergi).
Quello di Brando, insomma, un libro che affronta un tema apparentemente marginale ma in realtà decisivo. Un autentico lavoro sulla responsabilità culturale del linguaggio.
Utilissimo perché ci ricorda che il passato non è soltanto un archivio di fatti ma anche un patrimonio di parole. Se queste parole vengono consumate come slogan, si perde, oltre alla precisione storica, anche la capacità di comprendere criticamente il presente, assieme al passato stesso.
Ed è proprio questa prospettiva a renderlo un contributo originale nel panorama italiano della divulgazione storica e culturale.






