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Nella douce France pre-1789, origine comune di “Due patrie” rivali, raccontate da Jean de Viguerie

Dalla "Chanson de Roland" al motivetto di Charles Trenet (1943) affiora una matrice millenaria, che sopravvive ai regimi monarchici o repubblicani

di Armand Henri
23 Agosto 2026
in Cultura, Libri
0

Jean de Viguerie (Roma, 1935 – Montauban, 2019) oppone nel suo saggio Les deux patries (pp. 276, III. ed. corretta e aumentata, Editions DMM, euro 25) la Francia rivoluzionaria, astratta e giuridica, alla Francia cristiana, monarchica e storica. Ma, al di là delle patrie rivali, c’è una realtà più antica e intima: la douce France, quella dei paesaggi, delle province, degli usi e dei ricordi, riconoscibile prima che definibile. Dalla Chanson de Roland al motivetto di Charles Trenet, essa attraversa i secoli. E’ la Francia che, precedendo lo Stato, sopravvive ai regimi. Ci ricorda che la patria è anzitutto la terra abitata, la continuità carnale, ben più che l’insieme di principi o di leggi.

1789: non solo cambio di regime

Il punto di forza dell’opera di Viguerie è non ridurre il 1789 a un cambio di regime. La patria rivoluzionaria, fondata su sovranità nazionale, uguaglianza giuridica e sacralizzazione della Repubblica, avrebbe sostituito l’antica Francia cristiana, monarchica, storica e carnale. Distinzione esatta, ma incompleta. Sotto le due patrie c’è la Francia più antica: appunto la Douce France. Essa appare nella Chanson de Roland, nell’universo carolingio, imperiale e cristiano antecedente al regno capetingio. Riaffiora nel 1943, nella canzone di Trenet, nelle sembianze dei villaggi, dei paesaggi e dell’infanzia. La douce France precede quindi lo Stato. Non si confonde con la monarchia, né con la République. È il fondo storico che i regimi hanno poi incarnato, ordinato o rifondato. La sua prima forma politica è nella comunitas regni, formata da diritti, costumi, province e fedeltà intrecciate. L’Ancien Régime ne conserva una parte, nonostante la centralizzazione, fino all’abolizione delle province nel 1789 e all’uniformazione giuridica del Codice civile.

 

Amata ancor prima di essere definita

Nella Chanson de Roland, la douce France non è ancora la nazione moderna. Roland serve Carlo Magno, sovrano di un impero cristiano più vasto del futuro regno capetingio. La Francia può indicare la terra dei Franchi, il paese natale, il dominio del sovrano o la comunità dei compagni. È quindi amata ancor prima di essere delimitata. La patria non è una sovranità astratta, applicata a un territorio omogeneo. È un ordine di fedeltà, che collega il principe, la famiglia, l’onore, la fede, la memoria e la terra.
Viguerie coglie questa Francia come una persona giuridica, a turno dolce, nobile, misericordiosa, umiliata, colpevole o riscattata. Il suo valore dipende meno dalla potenza che dalle virtù. Il clero unisce libri, scuole, memoria antica e saggezza cristiana. La cavalleria subordina la forza a onore, coraggio, fedeltà e protezione dei deboli. La dolcezza francese indica così una civiltà della misura, in cui il potere serve la giustizia, il sapere serve la morale e l’autorità serve il bene comune. Nella Guerra dei 100 anni, la Francia è ferita, ma non innocente. Se ne denunciano divisioni, cattivi governanti, orgoglio e perdita di virtù. La sconfitta esterna rivela disordine interno. La douce France non è quindi un’essenza rassicurante, ma un’esigenza morale.

“Beau pays de mon enfance…”

Trenet riprende l’intuizione nel linguaggio secolarizzato. La sua Francia è sentieri, villaggi, paesaggi e ricordi, che non si ama per il suo programma, ma perché la si riconosce. La continuità tra Roland e Trenet rivela il limite delle Due Patrie. Quelle di Viguerie sono costruzioni politiche e spirituali rivali. La douce France è il terreno che le precede. La monarchia l’ha incarnata, senza esaurirla. La République può ereditarla, senza averla creata: caso mai, può minacciarla, pretendendo che la Francia cominci dal 1789 o confondendola coi suoi principi. Qui la critica barrésiana alla République sradicante prende significato. La patria presuppone terra, paesaggi, abitudini, generazioni e morti, non solo adesione ai valori. La cittadinanza consente giuridicamente di appartenere a una comunità politica, ma automaticamente non trasmette la civiltà. La douce France può essere adottata da chi non vi è nato, ma tale adozione va inserita nella continuità storica, non cancellandola.


“Comunitas regni” fuori Parigi

Prima dello Stato moderno, il regno non è né proprietà personale del re, né un anarchico coacervo di feudi. È una comunità di comunità. Il re ne è il capo, non il padrone. Deve mantenere la pace, amministrare la giustizia, proteggere le chiese, arbitrare i conflitti e servire il bene comune. Questo ordine riunisce principi, vescovi, abbazie, signorie, città, corporazioni, parrocchie e territori soggetti a diritto consuetudinario. Il diritto combina eredità romana, diritto canonico, consuetudini, diritto feudale, ordinanze reali e giudizio prudenziale. Tale pluralità si fonda su una giustizia superiore alla volontà del sovrano.

Aderire, non cancellare

La Francia si crea così attraverso un intreccio. L’uomo è della famiglia, della parrocchia, della città, del paese. La cittadinanza consente giuridicamente di partecipare alla comunità politica, non trasmette automaticamente la civiltà. La douce France può essere adottata da chi per nascita non l’ha avuta, ma è un’adozione che esige di inserirsi nella continuità storica, non di cancellarla.
Il Mezzogiorno è romano-occitano. Antiche città, diritto scritto, lingue d’oc, scambi mediterranei e impronta urbana di Roma vi rimangono visibili. La sua continuità è più romana rispetto a quella del dominio capetingio del Nord.

L’Est è la Francia a contatto col mondo germanico e imperiale. Marche, città, principati e diocesi sono prossimi al Sacro Romano Impero. Il confine è zona di circolazioni, fedeltà incrociate e sovranità sovrapposte. Questa Francia si costruisce di fronte all’altra eredità di Carlo Magno.

L’Ovest è atlantico e plantagenetico. Normandia, Bretagna, Angiò, Maine, Touraine, Poitou e Aquitania non sono margini, dipendenti da Parigi, ma centri politici, giuridici, aristocratici e letterari.

 

Il Grande Ovest

 

Il Grande Ovest collega Loira, Manica, Inghilterra e rotte atlantiche. Trasmette i temi bretoni e arturiani, proietta la lingua francese nelle isole britanniche, attraverso le vie normanne e anglo-normanne e dà vita a dinastie in grado di rivaleggiare con i Capetingi su scala europea. La Francia medievale non nasce quindi per l’espansione di Parigi verso periferie passive. È un insieme policentrico, progressivamente sottoposto all’autorità reale. I Capetingi le conferiscono l’asse, la giustizia superiore e la continuità dinastica, ma non la sostanza. Il Grande Ovest li costringe a fare i conti con diritti, costumi e poteri precedenti la loro amministrazione, e frena la centralizzazione, conferendo al contempo alla Francia profondità territoriale, apertura marittima, cultura aristocratica e proiezione insulare.

Da questo strato medievale emerge un fondo più antico, la Gallia romanizzata. Città, santuari, territori e reti politiche preesistono alla conquista. Roma li ha trasformati e integrati, non creati. La Francia palinsesto ha quindi radici nelle città galliche, nella loro romanizzazione e nella loro cristianizzazione, ben prima di Clodoveo e dei Capetingi.

 

Unità capetingia, astrazione giacobina

Il secondo limite di Viguerie è la cronologia della rottura. La Rivoluzione abolisce province e corpi intermedi, sostituisce paesi storici con dipartimenti e impone uniformità legale. Il Codice civile prolunga questa tabula rasa attraverso un quadro giuridico comune. Questa trasformazione non sorge però in un regno immune da centralizzazione. Se il giacobinismo non prolunga direttamente il capetingismo, c’è una genealogia a collegarli. La monarchia capetingia concentra nelle mani del re giustizia, guerra, fisco e definizione del bene comune. Questa concentrazione serve innanzitutto alla comunitas regni. Il re protegge le comunità, limita le violenze private e fornisce un ricorso superiore. Ma il centro può non ordinare più la pluralità, per volerla sostituire, un rischio precedente il 1789.

A partire da re Enrico IV

La svolta avviene coi Borboni, a partire da Enrico IV. Dopo le guerre di religione, la ricostruzione del regno consolida il potere centrale, che prevale sulle appartenenze particolari. Il gallicanesimo accompagna questo movimento. Esso difende l’autonomia della Chiesa di Francia nei confronti di Roma, ma ne accresce la dipendenza dal sovrano. Il regno nazionalizza il cristianesimo e accosta il sacro al centro politico. Luigi XIV insiste, senza giungere all’uniformità giacobina. La sovranità è indivisibile, ma il regno resta composto.

La Rivoluzione riprende questa unità e la ribalta contro le mediazioni storiche. Sostituisce al re la nazione, ai corpi intermedi l’individuo, alle province i dipartimenti e alle consuetudini la legge generale. L’apparato centralizzatore diviene egualitario, astratto, impersonale. La “seconda patria” di Viguerie appare così la secolarizzazione radicale della tendenza monarchica.

 

Ridursi alla République?

 

La Francia rischia allora di ridursi alla République. Essere francesi non significa più, in primis, ricevere lingua, paesaggi, memoria e civiltà, ma appartenere alla comunità definita dal diritto civile e all’antica provincia. La cittadinanza non è solo per chi ne abbia il sangue. Dovrebbe tuttavia funzionare come l’accesso al cattolicesimo romano. Col battesimo, il convertito entra in una Chiesa preesistente. Non la rifonda. Così il nuovo cittadino entra per diritto nella continuità già costituita. La Repubblica sradica quando nega questa anteriorità e pretende che l’aderire a qualche principio basti a produrre la Francia.
È questo il cuore della critica di Maurice Barrès. La costruzione politica presuppone  un terreno umano. La volontà non sostituisce la trasmissione. Una nazione ridotta a diritti individuali, procedure e valori dichiarati, perde la materia che li rende abitabili. Completare Viguerie non significa quindi confutare le Due Patrie. Monarchia cristiana e Repubblica rivoluzionaria sono interpretazioni rivali della Francia precedente. La prima ha conservato la douce France, preparando al contempo la centralizzazione che l’avrebbe minacciata. La seconda ha aperto giuridicamente la cittadinanza, riducendo spesso la patria alla sua forma amministrativa.

Il patrimonio storico

Né regime, né ideologia, la douce France è continuità di paesaggi, lingue, province, riti e memorie, che nessun decreto ha creato. Essa precede: lo Stato nell’universo carolingio di Roland; la monarchia capetingia nelle comunità da cui è nato il regno; e la République, perché la cittadinanza eredita una storia che nessun decreto ha creato. Ritrovarla implica meno nostalgia che riscoperta della comunitas regni, delle libertà provinciali, dei costumi e dei corpi intermedi. La canzone di Trenet ne potrebbe essere l’inno. La Marseillaise esprime guerra rivoluzionaria e sovranità popolare. Douce France è il nome di ciò che esse dicono di difendere: terra familiare, memoria e modo di abitare il mondo.
Il fascino per il Grande Ovest forse non dipende solo da oceano e vacanze. Bretagna, Normandia, Angiò, Maine, Poitou e Vandea conservano l’immagine della Francia di provincia,che non è sparita sotto l’amministrazione. Boschi, manieri, campanili, porti e sentieri incassati custodiscono un inconscio scioano: non un progetto di restaurazione, ma l’intuizione che una società possa essere francese senza essere plasmata da Parigi, che una fedeltà locale rafforzi l’appartenenza nazionale e che la libertà risieda anche nel radicamento.

Roma civilizza, ma non il vuoto

 

Questa profondità ha infine radici medievali. Lione era Lugdunum, capitale delle Tre Gallie, memoria ancora custodita dal titolo di “primate delle Gallie”. Jean-Louis Bruneaux – così nella Cité des druides (Gallimard) come nell’intervista con Pierre Coutelle – mostra una Gallia già strutturata da città, istituzioni, santuari e reti territoriali. Roma non ha civilizzato il vuoto: ha integrato un mondo già organizzato.

Il nome di tale sedimentazione è douce France: gallica per le città, romana per i centri urbani e il diritto, cristiana per le istituzioni, carolingia per la memoria, medievale per la comunitas regni, plantageneta per il Grande Ovest e capetingia per l’unità reale.

Da Eléments

Armand Henri

Armand Henri

Armand Henri su Barbadillo.it

Tags: Armand HenriDue patrieJean de Viguerie

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