
“Ero poco socievole, amavo di un amore oscuro, animale, la solitudine. Come le bestie, vi trovavo la mia anima”. Ecco Gille, il protagonista di L’homme couvert de femmes, romanzo del 1925, edito in Italia da Passigli Editori col titolo L’uomo pieno di donne e tradotto da Maria Cristina Marinelli. Ci si riferisce all’autore di Diario di un delicato e va da sé che per un artista di tale levatura e appunto delicatezza non si tratti soltanto di imbastire una sorta di trama senza trama che conduca alla rappresentazione di situazioni emotive, ugge e speranze dei protagonisti; si tratta soprattutto di scandagliare con parole piumate l’Impercettibile che poi, lungi dall’essere banalmente leggero, piomba come una valanga improvvisa sulla vita di uomini e donne – anzi, è il caso di dirlo, di maschi e di femmine.
E Gille, che nel romanzo frequenta vari tipi di donne, non è esente da certi terribili tormenti, i quali peraltro confermano una visione del mondo a tratti assai nichilistica, disincantata. Una visione che nondimeno custodisce e alimenta la rifulgente aspirazione del protagonista alla bellezza. Ed è questo che forse rimane dopo aver letto il romanzo, vale a dire la malinconica e tragica verità dell’uomo che tende in solitudine, senza mai raggiungerla, a una redenzione estetica. Ma con “estetica”, di nuovo, non si allude al superficiale riempimento del tempo nella decorazione fine a se stessa, quanto piuttosto alla bellezza che dischiude una qualche forma di Verità, qualunque essa sia – qualora pure la verità si identificasse col suo stesso perenne auto-nascondimento, col suo stesso auto-sottrarsi e fosse nel sostrato legata inestricabilmente alla vacuità, fatuità del tutto. In questo senso si esperisce in profondità il significato dell’amore che, come insegna Platone, di per sé non è appagamento, ma ricerca imperitura di unità primigenia, nostalgia per ciò che non si ha o che non si è o che non si è completamente. Sicché lo stesso desiderio di possedere la donna definitiva – che però lascia sullo sfondo gli spettri ritornanti di tutti gli altri corpi, anime e amplessi – non può che rimanere tale, illimitata brama e Sehnsucht. Ed è questo, ancora, il paradosso: l’amore è assoluto proprio perché nasce e schiatta di continuo. Ecco perché Don Giovanni è disperato e Kierkegaard intravede nell’esistenza estetica una mortifera forma di noia e infine lo scacco; ma, benché si distingua in parte dall’inane seduttore, pure Gille è disperato giacché, se si persegue il compimento nella endemica incompiutezza dell’infinito, non si può che esserlo – a meno che non si accetti integralmente che lo stesso desiderio irrealizzabile sia l’unica felicità concessa agli umani, esseri imperfetti e per molti versi sciagurati, una sorta di felicità della infelicità. E d’altra parte la debolezza, il fallimento, il disastro, financo l’impotenza e la paura di riconoscersi in qualcosa che ci assomiglia, l’illusione folgorante e la disillusione rivelante sono vita che cerca appagamento, insoddisfazione che trasuda disperata speranza, catabasi e anabasi. Perciò non tutto deve essere ricondotto alla esperienza da bohémien dello scrittore, al seppur presente dandismo; difatti a essere messe in scena nella bellezza sono l’insondabilità inaccettabile e l’irrazionalità della vita, dimensioni in cui in qualche modo, alla maniera di Céline, masochisticamente si sguazza e che si traducono nei dubbi delle figure dipinte nonché nella metafisica sproporzione tra l’uomo traumatizzato che cerca un senso e il silenzio inquietante, conturbante dell’essere. Il titolo del romanzo d’altro canto trae in inganno, ma in una recensione non si può svelare di preciso il perché. Anche questo tranello fa parte del gioco, del gioco di specchi delle contraddizioni e degli infingimenti esistenziali. Riuscirà Gille a conquistare la sfuggente e paradossalmente austera Finette? Riuscirà a gestire l’attrazione repulsiva, la repulsione attrattiva che lo lega intimamente a lei? Riuscirà a lasciarsi alle spalle Jacqueline, l’unico vero amore oramai andato? E Finette si concederà veramente a questo strano “cupo dio della carne” che dietro la fama di seduttore cela abissi e incomprensibili traumi irrisolti? E Luc, disilluso alter ego di Gille e dunque ancora di Drieu, convincerà Gille dell’inesistenza della donna assoluta? Riuscirà a spiegargli che le esperienze amorose alla fine conducono a una donna che assomma in sé tutte quelle passate e che l’anima veramente gemella non è che un miraggio, un’astuzia della specie, una rassicurazione? E Gille scaccerà la seduzione fatale per la solitudine oppure l’opprimente voluttà di isolamento gli si getterà addosso ancora e per sempre? Resta un punto fermo: l’amore, pur nella sua intrinseca irragionevolezza, è una aristocratica forma di dialettica, un’arrischiante modalità per avvicinarsi a se stessi attraverso l’altro o una maniera di flagellare se stessi e di farsi a pezzi in modo più affilato, unico, terribile. Gille lo dimostra costantemente: nel rapporto con le donne – isole di frutti e di veleno – ricerca un’altra versione di sé o forse integralmente sé. È in questo travaglio del negativo di cui il dio ci entusiasma che il protagonista si forgia e trasforma, s’inabissa vertiginosamente, si perde, ascende e continua a precipitare.
Dietro Gille c’è Drieu La Rochelle, alla stregua d’altronde di quanto accade nelle altre opere dello scrittore. Come dimenticare ad esempio il romanzo Gilles, manifesto estetico e metapolitico di Drieu o Fuoco fatuo che ne anticipa sulla carta il successivo martirio? Ed è questa presenza a rendere la sua scrittura così coinvolgente e delicatamente spietata, sincera fino alla tragedia e demolitrice di ogni astratta e disumana retorica. Decostruendo con stile il dogma moderno secondo cui uno scrittore per essere tale dovrebbe annullare se stesso ed evitare di circumnavigare di continuo il proprio ombelico, Drieu in questo ombelico fa volutamente annegare tutti i lettori facendo dei personaggi eoni di se stesso e al contempo epifanie dell’esistenza umana, così come si potrebbe appalesare negli individui più sensibili e in grado di registrare il mare al di qua delle onde, il piano al di qua delle forme, il sangue al di qua della scrittura. E non si può certo dimenticare che fine faccia sovente questo tipo di persone, questi animali selvatici, reietti, spiriti troppo liberi in corpi troppo stretti, anime compresse e incomprese, vacui e aggraziati eremiti di idee e di parole. Drieu, in un mondo di macerie, ce lo ricorda suicidandosi, con un gesto assurdo in cui però confluiscono come in un imbuto metafisico tutte le sue parole, i suoi personaggi, le domande irrisolte, i maschi, le femmine – e noi, soprattutto noi, con loro.





