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“Le anime morte” di Gogol imputa al passato i crimini del suo presente. Che sono anche del nostro

Nel 1845 lo scrittore evoca - prudentemente - il 1820 come sfondo. Sa infatti che ogni società ama illudersi di avere il peggio alle spalle

di Simona Perocco
20 Agosto 2026
in Cultura, Libri, Ritratti non conformi
2
Nicolaj Gogol’

Nikolaj Gogol’ pubblica nel 1842 l’affresco di una società dominata da imbrogli, sotterfugi e inganni. Si intitola Le anime morte ed è ambientato nel 1820. La Pietroburgo di Gogol’ è la capitale dell’Impero Zarista di allora, ma è anche la capitale di altri imperi di oggi. E’ cioè il simbolo senza tempo di una disperante condizione, la cui assurdità è senza movente o causa, l’uomo è vittima, ridicola e grottesca, dell’insensatezza globale. Il viaggio del protagonista de Le anime morte è una discesa agli inferi dove, in ogni girone, i vivi sembrano i veri morti: hanno perso l’anima.

Incatenati al sistema

Nei secoli che ci separano dal 1820 abbiamo trovato un senso? Se Gogol’ avesse ambientato Le anime morte oggi – a Parigi, Londra, Berlino -, avrebbe cambiato qualcosa? O sempre discesa agli inferi la sua sarebbe? Siamo anime incatenate in un sistema dove, per il bene dell’”equilibrio”, abbiamo dimenticato la nostra essenza. Vittime di una prigionia dell’anima, siamo i “detenuti” del XXI secolo, i docho jagi (morti viventi) descritti da Varlam Šalamov (1907-1982) ne I racconti di Kolyma (Einaudi), Autore che ha vissuto l’alienazione di una situazione di violenza estrema.

Liberi? Ma conformi

Nel Gulag l’individuo è privato di libertà e dignità con la forza – come poi tra i reticolati a Guantanamo e tra le sbarre di Abu Ghraib – mentre nella nostra società l’alienazione è spesso interiorizzata: l’individuo è formalmente libero, purché si conformi ad aspettative sociali, lavorative e consumistiche (“pensiero unico”). Si è fisicamente liberi, ma solo per sentirsi prigionieri di un lavoro, del bisogno di apparire, del successo o della necessità di conformarsi. Nei Gulag questa perdita di umanità raggiunge una dimensione tragica e violenta; nella società contemporanea può assumere forme invisibili e quotidiane.

Si chiarifica. E si oscura

Quando l’uomo perde il controllo sulla propria esistenza ed è ridotto a una funzione, sperimenta una forma di alienazione. Una sua causa importante è il relativismo, per il quale non ci sono valori validi sempre e ovunque, ma “giusto”, “sbagliato”, “buono” o “cattivo” dipendono dal contesto storico, culturale e sociale, un relativismo che appartiene, in modi diversi, a tutte le società.

Oggi la situazione è più complessa. Moltiplicare le prospettive ha avuto aspetti positivi, liberando da molte imposizioni e mettendo in discussione verità “assolute”. Ma questa libertà può mutarsi in disorientamento, quando non sa più stabilire i principi da difendere. Il presente propone valori o pseudo-valori, che entrano in conflitto tra loro: successo, denaro, libertà, inclusività, bellezza, efficienza, popolarità, autonomia, consumo, carriera, visibilità. Qui nasce una forma di disfatta: si smette di essere autori dei propri valori e si assumono quelli proposti dall’esterno.

Senso (così raro) della misura

Nel XXI secolo questa prospettiva è diventata più evidente. Nella società globalizzata, multiculturale e caratterizzata da cambiamenti, il relativismo ha lati sia positivi, sia rischiosi. Favorisce tolleranza e rispetto delle differenze. Ricorda che le nostre convinzioni non sono necessariamente universali e ci spinge a confrontarci con chi ha idee diverse dalle nostre. In una società multiculturale questo atteggiamento mira a evitare discriminazioni, pregiudizi e forme di intolleranza. Ma un relativismo estremo conduce all’idea che ogni comportamento sia lecito, perché appartiene a una determinata cultura o perché qualcuno lo considera giusto. Così diventa difficile condannare violenza, discriminazione o violazione di diritti fondamentali. Perciò occorre distinguere tra il rispetto delle differenze culturali e l’assenza di criteri morali. La sfida è cercare equilibrio tra rispetto delle differenze e difesa di principi fondamentali condivisibili: dignità della persona, libertà, uguaglianza e rifiuto di violenza e discriminazione. Vivere in una società pluralista significa accettare idee e valori differenti dai nostri, ma senza però rinunciare a distinguere bene e male, autentico e falso.

“Scrivo ciò che vedo”

Quando Anna Politkovskaja scriveva “Io vivo la mia vita e scrivo di ciò che vedo”, rivendicava il suo modo di essere testimone perché partecipe, non spettatrice, nelle sue denunce contro le torture perpetrate in Cecenia dai russi. Anna aveva trovato qualcosa in cui credere, scontrandosi col sistema. Spaventoso è il numero dei giornalisti ammazzati in Russia, tre solo della Novaja Gazeta:  il 7 ottobre 2006, lei viene uccisa. Anna, un’anima “viva”, conosceva il rischio, ma aveva trovato qualcosa in cui credere.
La disfatta dell’uomo deriva dall’incapacità di trovare ciò per cui battersi, rinunciando a cercare ciò che merita di diventare certezza. Il problema, oltre a non sapere quali siano i valori “veri”; è aver smesso di cercarli, sostituendo alla ricerca del senso quella del consenso.

Simona Perocco

Simona Perocco

Simona Perocco su Barbadillo.it

Tags: gogolLe anime morteSimona Perocco

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Comments 2

  1. pasquale ciaccio says:
    3 settimane ago

    Tutto vero, tutto giusto. Chi ha scritto l’ articolo però non indica un cosiddetto valore universale, diciamo così, cioèm il cristianesimo. E’ anche questo un valore relativo?

  2. Guidobono says:
    2 settimane ago

    Il cristianesimo è un’illusione tramontata, che dà ancora una luce fioca prima di scomparire del tutto. Micione XIV ed il suoi sodali ne sono i beccamorti…

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