
Ci sono vicende che in un Paese normale dovrebbero segnare una carriera pubblica. In Italia, invece, basta attendere qualche anno perché tutto venga riassorbito.
Cosimo Ferri, storico capo di Magistratura Indipendente, già componente del Csm, sottosegretario alla Giustizia e parlamentare, punta a tornare a palazzo dei Marescialli presentandosi addirittura come candidato “indipendente”. È il paradosso perfetto di una Repubblica senza memoria. Bisogna allora ricordare.
Ferri è magistrato fuori ruolo, in aspettativa per il mandato parlamentare, e deputato eletto nelle liste del Pd. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 2019 partecipa all’incontro all’Hotel Champagne di Roma, con Luca Palamara, Luca Lotti e cinque consiglieri togati del Csm, tre di Magistratura Indipendente e due di Unicost. Si discute delle nomine ai vertici di importanti procure e soprattutto della successione di Giuseppe Pignatone alla Procura di Roma. Non un dettaglio: proprio la Procura di Roma ha chiesto, pochi mesi prima, il rinvio a giudizio di Lotti nel caso Consip.
Le conversazioni sono captate dal trojan sul telefono di Palamara. La Procura generale della Cassazione apre il procedimento disciplinare contro Ferri contestandogli, tra l’altro, un comportamento gravemente scorretto e un’influenza occulta sull’attività del Csm. La Sezione disciplinare chiede quindi alla Camera l’autorizzazione a utilizzare quelle captazioni.
Il 12 gennaio 2022 Montecitorio dice no. E qui si consuma uno dei passaggi più istruttivi: a negare l’autorizzazione concorrono il centrodestra (FdI, Lega e FI), il Pd e Italia Viva. Un fronte politico larghissimo, mentre il Movimento 5 Stelle vota contro il diniego.
La Sezione disciplinare dell’allora Csm (consiliatura 2018/2023) non si arrende e solleva conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. Con la sentenza n. 157 del 2023 la Consulta accoglie il ricorso e annulla la deliberazione della Camera: non spetta a Montecitorio negare l’autorizzazione sul presupposto che quelle intercettazioni siano state illegittimamente acquisite senza autorizzazione preventiva. La Corte impone una nuova valutazione nel rispetto della leale collaborazione istituzionale.
Intercettazioni? Ma quali?
E invece la Camera dice no una seconda volta, il 19 dicembre 2023, questa volta coi voti della maggioranza (FdI, Lega e FI), di Italia Viva e di Azione; Pd e M5S votano per consentirne l’uso. Formalmente il nuovo diniego viene fondato su motivi diversi — necessità delle captazioni e incompletezza del materiale — ma il risultato è identico: le intercettazioni restano fuori dal procedimento disciplinare.
A quel punto accadde ciò che è forse più grave. La Procura generale della Cassazione chiede alla nuova Sezione disciplinare del Csm di sollevare un secondo conflitto di attribuzione contro la Camera. Il Csm — nella nuova composizione, con una forte impronta del centrodestra e con Fabio Pinelli, componente laico indicato dalla Lega e poi eletto vicepresidente, alla presidenza della Sezione disciplinare — potrebbe dunque (rectius: dovrebbe) chiedere una seconda volta alla Consulta se quel nuovo diniego sia compatibile con la sentenza appena pronunciata. Sceglie di non farlo.
Senza le intercettazioni, considerate la prova decisiva, il 26 marzo 2024 Ferri è assolto “perché il fatto non sussiste”. Non perché l’Hotel Champagne non esista; non perché Ferri non sia stato a quel tavolo; ma perché il materiale probatorio centrale è stato sottratto al giudizio disciplinare attraverso una vicenda istituzionale sconcertante.
Oggi ciò pare dimenticato. Ferri può tornare a candidarsi al Csm, parlare di modernizzazione e giovani magistrati, proporsi come uomo “fuori dalle correnti”, dopo essere stato per anni uno degli esponenti del sistema correntizio e del rapporto tra magistratura e politica.
Il punto non è solo Ferri. Il punto è un sistema dove la politica finisce per proteggersi trasversalmente, dove destra e sinistra possono ritrovarsi improvvisamente alleate, quando si tratta di sottrarre uno dei propri componenti alle conseguenze delle rispettive responsabilità. È questa solidarietà di ceto, molto più delle proclamate contrapposizioni ideologiche, che dovrebbe indignare. Infatti, quando la politica si salva a vicenda e le istituzioni chiamate a reagire rinunciano a farlo, si sacrifica non una parte politica, ma il principio stesso di legalità.
Indignatevi, sarebbe il caso
E forse proprio da qui dovrebbe cominciare una riflessione anche e soprattutto nella destra. Da anni essa sostanzialmente consegna a Forza Italia la linea sui temi della giustizia, facendo propria la concezione nata dalla lunga guerra berlusconiana contro la magistratura. Ma una cultura autenticamente di destra dovrebbe ricordare che garantismo non significa impunità, che il rispetto delle garanzie non comporta l’indifferenza verso le responsabilità e che ordine, disciplina, legalità e rispetto delle istituzioni dovrebbero venire prima della convenienza politica del momento. Altrimenti, nel tentativo di combattere una magistratura ritenuta politicizzata, si finisce per proteggere uno dei simboli più clamorosi della commistione tra politica, correnti e governo autonomo dei magistrati.
Qualcuno dovrebbe allora indignarsi. Nel Parlamento, nel Csm e ai più alti livelli dello Stato, anche perché la gente comune è già abbastanza indignata. Non servono nuove leggi: basterebbe tornare a prendere sul serio i principi esistenti. La leale collaborazione tra i poteri dello Stato affermata dalla Corte costituzionale; l’autonomia e l’indipendenza della magistratura; e perfino quel dimenticato art. 54 Cost., secondo cui chi esercita funzioni pubbliche deve adempierle “con disciplina ed onore”.
Infatti uno Stato si difende pretendendo responsabilità, memoria e decenza da chi esercita il potere. E quando queste vengono meno, rassegnarsi è l’ultima cosa da fare. Bisogna ricordare, denunciare e indignarsi. Soprattutto quando destra e sinistra, dietro le loro guerre di facciata, sembrano improvvisamente capaci di ritrovarsi dalla stessa parte: quella dell’impunità del sistema.







