
C’è sempre e comunque una Groenlandia di conquistare. Un Polo Nord, una dimora artica da dove forse arriviamo e che aspetta il nostro ritorno.
Insomma, capiamo Donald Trump che lassù vuole metter le mani. E capiamo la Danimarca che difende una colonia conquistata in nebbiosa ed epica era vichinga. Capiamo la Ue, che finalmente mostra un po’ d’orgoglio contro il continente che è il vero avversario geopolitico, mentre la Russia è naturale alleata. E capiamo anche Putin a cui non dispiacerebbe il controllo dell’isola, perché di gelo non se ne ha mai abbastanza. Capiamo appunto le ragioni strategiche, politiche, energetiche dei potenti che vogliono la Groenlandia. Li capiamo soprattutto sul piano simbolico.

Li capiamo perché abbiamo letto e riletto Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola e ci ha sempre affascinato il capitolo sul mito polare. L’isola o terraferma artica, scriveva l’esoterista e filosofo italiano “raffigura la stabilità spirituale opposta alla contingenza delle acque”. Il centro di gravità permanente, per dirla con Battiato, e dunque con Gurdjieff. Immagine del Sé, dell’Io assoluto, dell’Atman indù. Di quel non luogo al di fuori del nostro corpo, che è però origine del corpo e rimane imperturbato, non ferito, non toccato dalle contingenze, dai dolori della vita incarnata.
Il Polo è “sede di uomini trascendenti”, scriveva ancora Evola, citando tradizioni e insegnamenti arcaici. E tutti possiamo trascendere.
E se il mito norreno racconta Mitgard, la Terra di mezzo, come un paese verde, vien subito da pensare alla Groenlandia: verde perché lo suggerisce il nome, in un tempo antico, prima che notte e gelo la coprissero, ci coprissero.
“Scaturigine di razze e genti” era considerata ancora nel Medioevo, ultima epoca organica e tradizionale.
Da lì forse arriviamo tutti. Come da un polo metafisico scendiamo nelle vicissitudini della materia e della Storia.
Questa ”isola dello splendore” nell’estremo settentrione, sarebbe anche “dimora artica” nei Veda, secondo l’insegnamento di Bâl Gangâdhar Tilak, nazionalista indiano di confessione shivaita.
È forse l’antica Thule sognata e cantata dai Greci. Isola bianca nella parte settentrionale dell’Atlantico, cercata dal giornalista, saggista e militante neopagano Jean Mabire.
La terra degli Iperborei in cui Nietzsche idealmente si sentiva a casa e invitava i suoi lettori che son tutti e nessuno.
Perché né per terra né per mare si raggiunge Iperborea, cantava Pindaro. La Via del Nord, la “Uttara” indù, è nel mondo ma non del mondo. Come il centro geometrico non misurabile, non fa parte della geometria ma permette ogni geometria.
Dunque noi ci impegniamo a riconquistare quel Polo Nord, soprattutto.
Però capiamo Trump e gli altri potenti, che forse inconsciamente, mossi dal collettivo inconscio, cercano un po’ di terraferma in questo mondo sempre più liquido.
Sarebbe cosa buona e giusta, se da questa crisi artica tutti venissero invogliati a conquistare una Groenlandia tutta loro.
Uscendo dal simbolico, tornando all’attualità, ci auguriamo invece che la crisi si risolva pacificamente. Possibilmente con la fine della Nato, l’America agli Americani, l’Europa agli Europei (Russi compresi) e la Groenlandia ai Groenlandesi.








Bello, poetico, affascinante (ma non storico)