
Giuseppe Zilli è un artista salentino che nel corso degli anni ha coltivato e affinato la sua vena artistica nei campi della scultura, della grafica e della poesia. Se proprio vogliamo includerlo in una corrente artistica quella che più gli si avvicina è la cosiddetta arte povera o concettuale, che lui però ha interpretato in modo originale. Infatti i materiali che utilizza per le sue installazioni sono i “cuti”, le pietre che gli capita di trovare nelle campagne. E in questo modo unisce i millenni delle pietre al gusto moderno delle combinazioni, il lavorìo del tempo all’ingegno umano. I cuti gli parlano, e lui che fa? dà loro voce attraverso i versi che compone.
Emblematico è questo opuscolo Sette per sette – Le lezioni della pietra (Artenoa, 2026), dove a sette installazioni affianca sette composizioni liriche. Caratteristica di queste composizioni in versi liberi e ipèrmetri è la struttura: due terzine più un verso finale, che in qualche misura ci suggerisce una chiave interpretativa: i “ricami di tempo”, la “meraviglia”, “il sospiro di chimere”, “i ricordi di un cielo verde” che si perde “tra desideri”, “un concerto”, “la ciotola” non più trovata che raccoglie “il fresco”, “un ciondolo dal cuore tenero”.
Scrive il poeta e critico letterario Cosimo Rodia nella sua recensione su “Interzona news”: «In pochi elementi, e principalmente col materiale richiamato, l’eclettico autore di San Donato di Lecce compone una scena mediterranea essenziale fatta di pietra, vento, sole, lentezza di un tempo faber; ma col verbo ‘ricamare’ il tempo non soltanto consuma ma incide e insieme decora, trasforma la superficie minerale in una trama, quasi in una pagina da leggere».
Zilli è credente e quasi certamente in questa sua scelta di far “parlare” le pietre c’è l’eco biblica ed evangelica dell’immagine della pietra angolare, che nella tradizione cristiana è il simbolo del Cristo su cui si è edificata la chiesa nel corso dei secoli. Così il poeta può scrivere che «la senti da lontano quella musica, / attraversa il tempo, si posa su rugiada / di sudore, accarezza l’erba non ancora maritata / con il sole, balla sui cuti stesi come stelle / del mattino, accarezza occhi spenti della notte / appena passata». E dalle parole mute delle pietra ai versi del poeta ci pare di intravedere la continuità di una fede che viene da lontano, attraversa il tempo tra dubbi e fatica e vince l’angoscia della notte.





