
Halldór Laxness (1902-1998), premio Nobel 1955, conosceva bene l’Europa. L’attraversò, ne respirò le idee, ne conobbe le religioni e le ideologie. Non era un isolano nel senso provinciale del termine. Eppure, quando con la scrittura raccontava la sua terra, tornava sempre allo stesso panorama: la piccola comunità aggrappata a un’isola, al suo mare, alla sua lingua, alla propria tradizione.
Conviene partire da qui per comprendere il referendum con cui gli islandesi hanno respinto la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Ue Il 52,% ha votato no, contro il 47,2% dei sì, con un’affluenza dell’82,5 %. Ci si esprimeva non sull’adesione vera e propria, ma sulla possibilità di riaprire il negoziato. In altre parole: Reykjavík non ha chiuso la porta all’Europa; ha deciso di non riprendere, per ora, la trattativa sull’ingresso nell’Ue. Distinzione che a Bruxelles dovrebbero considerare.
Vicini, ma non incorporati
L’Islanda non è affatto un Paese fuori dall’Europa. È nello Spazio economico europeo, aderisce a Schengen, commercia, viaggia, studia e lavora con gli altri europei. Ha scelto un’altra cosa: essere vicina, non incorporata. Per la mentalità europea contemporanea è un concetto quasi sovversivo.
Siamo infatti abituati a considerare l’integrazione come senso unico. Ogni competenza condivisa diventa progresso; ogni competenza trattenuta a livello nazionale, una nostalgia; ogni differenza è celebrata a parole, purché non interferisca con l’armonizzazione o addirittura l’omologazione.
Con la loro consueta mancanza di entusiasmo per le grandi costruzioni ideologiche, gli islandesi hanno ricordato che c’è anche un’altra parola: appartenenza.
Capitale, giovani, resto dell’isola
C’è un elemento particolarmente interessante. Il voto ha disegnato una vera geografia culturale dell’Islanda. Reykjavík ha votato per riaprire i negoziati, mentre le circoscrizioni rurali hanno spinto per il no. È stato soprattutto il voto delle aree meno popolose, legate alla pesca e all’agricoltura, a determinare il risultato.
Anche sul piano generazionale la tendenza emersa alla vigilia era significativa: i più giovani apparivano più favorevoli alla prospettiva europea, attratti soprattutto dalle opportunità di studio, lavoro e mobilità. Ma la campagna ha attraversato le generazioni e non si lascia ridurre alla solita opposizione giovani europeisti / vecchi nazionalisti.
La distinzione è importante. Dietro il voto delle campagne non c’è solo la paura del cambiamento, quanto una diversa esperienza del mondo. A Reykjavík l’Europa può apparire soprattutto come apertura: università, occupazione, possibilità. In un villaggio di pescatori o in una fattoria, la stessa parola evoca invece quote, regolamenti, concorrenza e soprattutto perdita di un controllo diretto sulle risorse da cui dipende una comunità.
Quando l’economia diventa cultura
La pesca, per esempio. Per un osservatore continentale è una voce nelle trattative sulle quote. Per un islandese è mare, famiglia, lavoro, paesaggio, memoria. È difficile spiegare a chi vive in una capitale europea che una questione economica può essere, contemporaneamente, una questione culturale. Ed è proprio questo il punto. L’identità nazionale non è necessariamente una barriera contro il mondo. Può essere ciò che permette a un popolo di stare nel mondo, senza dissolversi in esso.
Laxness lo aveva capito bene. Era abbastanza europeo da non avere bisogno di dimostrare la propria europeità rinunciando a essere islandese.
Forse è una lezione utile anche per noi. L’Europa non dovrebbe essere, come è la Ue, una macchina che trasforma le diversità locali, nazionali, in eccezioni da livellare. È, prima di tutto, una civiltà fatta di differenze: lingue, paesaggi, storie, caratteri, perfino modi di intendere la libertà.
Bruxelles? Sarà per un’altra volta
L’Islanda ha detto no alla riapertura dei negoziati con l’Ue senza dire no all’Europa. È un paradosso solo per chi confonde l’Europa con l’Ue.
Così il piccolo Paese del Nord ha ricordato al grande continente una semplice verità: l’unità che non tollera la diversità non è unità, ma uniformità. Gli islandesi, almeno per ora, hanno preferito restare diversi. Non è poco. E non è affatto provinciale.







Hanno fatto bene a dire No alla Ue. Si può vivere bene lo stesso, avere scambi economici con altri Paesi, mantenere la propria moneta quindi tutelare le proprie specificità senza sottostare a stupide regole e politiche suicide almeno finchè c’è la maggioranza che regge la tedesca. Infatti, la Ue conta nulla