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Figurine. Hugo, il Maradona sbagliato all’Ascoli che si riscattò in Giappone

Pubblicato il 16 Gennaio 2019 da Giovanni Vasso
Categorie : Figurine

Chi non vede il fratello nella notte, nella notte non vede se stesso. 

(Rabindranath Tagore)

 

Dice che, forse, poteva essere più forte del fratello. Ma dato che lui andava ad allenarsi in Mercedes invece che con le scarpe rotte, Hugo non è diventato (come) Diego e s’è fermato nel limbo sospeso di El Turco. È il destino, questo, di chi vive all’ombra di un mito così grande: o sei davvero più forte di quello e allora lo cannibalizzi oppure ne rimani prigioniero, vittima.

Hugo Maradona strappò negli anni ’80 una maglietta in serie A, acquistato a soli diciotto anni dal Napoli di Ferlaino e immantinente girato all’Ascoli del presidentissimo Costantino Rozzi. Fino a pochi anni fa, lo ricordavano in pochi. Avrebbero dovuto spiegarci, sennò, perché nessuno osava alzare la voce per la pletora di fratellini (Digao, te lo ricordi?) che venivano comprati dai club titolatissimi (vedi il Milan) per non scontentare le bizze dei loro campioni (anche il pur compìto Kakà).

Adesso è tornato in mente a tutti. Lui, Hugo, è diventato uno dei simboli delle meteore e dei bidoni che hanno calcato i nostri campi di calcio. Tirava (quando lo faceva) con il destro, anziché il sinistro fatato del D10s. Se poteva, tirava i remi in barca e divenne, presto, un mito assoluto. Sì, ma della rubrica dei “Fenomeni parastatali” di Mai dire Gol.

Eppure c’è stato un posto, al mondo, dove Hugo è stato Maradona. Ha dovuto viaggiare tanto e incontrare un altro fratello d’arte: Jorge Dely Valdes, fratello del “burro” sardopanamense Julio che sfilava tra le difese della Serie A con la casacca del Cagliari.

Lontano, lontano. A Sapporo, città chiarissima di Hokkaido, l’isola settentrionale dell’arcipelago giapponese. Jorge fa gol a raffica, 46 in trenta partite; Hugo dipinge assist manco fosse un Hiroshige del pallone. Il Consadole, nel ’97, vince e convince centrando la promozione nella prima divisione.Là, chi frequentava il pallone, forse ancora se lo ricorda. E senza sorridere. Perché forse quella, dove il nome contava ma fino a un certo punto e dove il calcio non era e non è religione popolare, fu la dimensione più adatta a lui.

Di Giovanni Vasso

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