
Settantacinque anni fa usciva Trattato del Ribelle (Der Waldgang pagg. 143 Vittorio Klostermann Francoforte) di Ernst Jünger. Questo anniversario offre l’occasione per sottoporre il saggio a una rilettura aggiornata. Non si tratta tanto infatti di ripetere una diagnosi storico-contestuale, quanto piuttosto di chiedersi cosa sia rimasto della figura del Ribelle di Jünger nelle condizioni dell’odierna democrazia partitica e in che modo il “passaggio al bosco” possa realizzarsi in tale contesto.
Jünger scrisse Il Trattato del Ribelle in una situazione in cui era ancora fortemente viva l’esperienza del trionfo e del successivo crollo di un regime politico totalitario. Egli fissò come punto di partenza la questione dell’individuo di fronte a un potere che agisce sia attraverso la violenza manifesta sia attraverso il coinvolgimento in organizzazioni che servono a creare consenso.
Il passaggio al bosco non indica necessariamente un ritiro dal mondo, sebbene tale ritiro possa anche avvenire sotto forma di ascesi. Esso apre invece la possibilità di preservare uno spazio di autonomia all’interno di un ordine esistente.
Una riflessione sempre attuale sul rapporto libertà-democrazia

È proprio qui che risiede l’attualità del passaggio al bosco: Jünger non descrive infatti alcuna contro-organizzazione politica né lancia un appello alla rivolta aperta. Si interroga invece sulla possibilità di sottrarsi alla morsa di un ordine là dove questo non richieda solo un comportamento esteriore, ma anche un consenso interiore e la rinuncia alla propria intima libertà. Chi si addentra nel bosco rimane nel mondo in cui vive, ne conosce le regole, anche quelle che si sono sviluppate al di fuori delle leggi, ne conosce il linguaggio e i suoi rapporti di potere. Non se ne allontana necessariamente, ma stabilisce i limiti della propria partecipazione e conserva uno spazio di inaccessibilità interiore. Questo limite è di grande importanza per la democrazia partitica, che si basa sulla partecipazione, sull’organizzazione e sulle formazioni di maggioranze. Il singolo deve perciò decidere, organizzarsi e partecipare alla formazione della volontà politica attraverso la propria decisione all’interno di un ambito ben definito. Da questa necessaria organizzazione può nascere un’esigenza che va oltre la volontà del singolo, perché dall’appartenenza nasce un atteggiamento collettivo, e da questo atteggiamento un’aspettativa che presuppone l’appartenenza di chi la manifesta e sanziona qualsiasi deviazione. Jünger descrive questo processo attraverso il rapporto tra scheda elettorale e questionario. La scheda elettorale dovrebbe accertare la volontà del singolo. Tuttavia, essa può trasformarsi in un questionario quando la coscienza pubblica, influenzata dai media, si aspetta delle risposte. In questo modo cambia radicalmente il carattere della partecipazione politica.
La decisione ha un peso e allo stesso tempo, l’atteggiamento che essa esprime acquista importanza. Chi si sottrae alla risposta prevista esce dal contesto statistico. Questa minoranza, che Jünger quantifica altrove al due per cento, suscita in lui interesse proprio per il suo esiguo numero, in quanto la sua importanza non risiede nella sua forza statistica, ma nell’acquisire peso proprio nel momento in cui sfugge alla visione statistica e alla completa integrazione nell’apparato politico-statale. La maggioranza può contare quanti voti le spettino, ma non può determinare ciò che il singolo deve interiormente approvare o rifiutare. Il passaggio al bosco inizia proprio da questo punto, dal dissolvere il risultato elettorale o la rappresentazione politica di tale risultato.
Il Ribelle non è né il rivoltoso classico né il conformista. L’uno cerca il conflitto con l’ordine esistente, all’interno del quale il secondo trova invece il proprio posto, assumendo l’atteggiamento che ci si aspetta da lui. Tra i due si colloca la posizione del Ribelle: egli rimane presente all’interno dell’ordine, ma nega a quest’ultimo il pieno controllo sulle proprie decisioni. Per Jünger il «bosco» è così più di un luogo geografico, indica uno spazio interiore in cui la decisione del singolo non è completamente accessibile. Il passaggio al bosco non è quindi un ritiro una tantum dal mondo politico, ma può indicare l’atteggiamento di chi partecipa alla politica senza fondersi completamente in essa.

Per il Ribelle dei nostri giorni ciò significa che egli non deve necessariamente uscire dal sistema democratico dei partiti, può essere membro di un partito, assumersi responsabilità politiche e agire all’interno delle sue istituzioni. È però fondamentale che non confonda la propria appartenenza con un’identificazione totale, altrimenti diventerebbe un semplice militante di partito. Il Ribelle può comportarsi in modo leale senza cedere la propria capacità di giudizio all’organizzazione, ed è in ciò che risiede la tensione con il partito, che ha invece bisogno di coesione, dovendo rappresentare all’esterno una posizione comune e sostenere le decisioni collettivamente. Il partito può affermare una decisione comune; da ciò, tuttavia, non può derivare alcun diritto a una completa accettazione interna. Il Ribelle non deve dire sempre di no, perché la sua opposizione acquista significato nel momento in cui viene superato un limite, quando la lealtà reciproca potrebbe trasformarsi in una rinuncia a sé stessi al servizio di un obiettivo di potere politico. Qui il passaggio al bosco assume un ulteriore significato, la sua distanza dall’organizzazione non è solo una forma di autoaffermazione, gli consente infatti una percezione che risulta difficilmente accessibile a chi è completamente integrato nel contesto organizzativo. Chi non interpreta ogni mossa dell’organizzazione come una propria mossa, è in grado di riconoscerne i cambiamenti prima degli altri, è così che Il Ribelle diventa l’osservatore dell’ordine a cui appartiene. Jünger descrive questo concetto al punto 107 di An der Zeitmauer (Al Muro del Tempo 1959) con l’immagine del sismografo. In essa si manifesta una forma di percezione che può essere trasferita al Ribelle: «Di Nietzsche si può dire che, anche per quanto riguarda il terreno che evitava o cercava, conducesse un’esistenza sismografica».
Il sismografo non genera la scossa, la registra. La sua importanza sta nel fatto che segnala un movimento del suolo prima che diventi percepibile a tutti. La distanza del Ribelle dall’organizzazione non è perciò una fuga dalla realtà, ma è anzi proprio questa distanza che gli permette di riconoscerne i cambiamenti, riuscendo così a vedere ciò che si sta spostando al di sotto della superficie politica visibile. Le maggioranze possono apparire stabili, mentre i loro presupposti stanno cambiando, le organizzazioni possono mostrare coesione, mentre la loro forza coesiva diminuisce, i concetti possono persistere, mentre il loro significato si è ormai spostato. Chi si addentra nel bosco può percepire tali cambiamenti, perché non si è completamente sottomesso all’ordine. Jünger formula questa idea nel breve saggio del 1963 Fassungen – Zur Offenbarungen Johannis (Interpretazioni – sull’Apocalisse di Giovanni): «L’uomo ha bisogno di nuovi sismografi, anzi di nuovi sensi e di nuovi osservatori astronomici. Il suo occhio rimane lo strumento degli strumenti, come la sua mano è l’utensile degli utensili».
Per il sistema democratico dei partiti questa funzione risulta particolarmente evidente. I partiti devono fare i conti con voti, iscritti, risultati dei sondaggi e maggioranze parlamentari, devono sintetizzare le decisioni e rappresentarle all’esterno. Il sismografo entra in gioco proprio là dove la logica dei numeri non basta più. Un clima esistenziale può cambiare prima ancora di riflettersi nei risultati elettorali. Può insorgere un senso di alienazione mentre l’organizzazione mette in scena all’esterno un’immagine di coesione, un limite politico può essere superato prima ancora che diventi visibile all’opinione pubblica. L’elettore non deve necessariamente formulare subito un’alternativa. Il suo compito consiste – prima di decidere di opporre resistenza – nel percepire e distinguere: quando l’assenso diventa abitudine, quando la lealtà si trasforma in rinuncia a sé stessi e quando da una maggioranza nasce una pretesa di unanimità. La sua contraddizione acquista significato laddove rende visibile un cambiamento. Chi si avventura nel bosco non è necessariamente un oppositore del partito; può esserne il sismografo.
A settantacinque anni dalla pubblicazione del saggio di Jünger, la questione non è tanto se il “Waldgänger” esista ancora. Lo si ritrova infatti nei contesti più disparati dello spazio (pre-)politico. Ciò che conta è se la democrazia partitica generi o tolleri persone che restino fermi alla propria ultima loro decisione e allo stesso tempo rimangano capaci di percepire gli scossoni del loro ordine politico; persone che fanno parte di quell’ordine e tuttavia mantengono la distanza necessaria per riconoscere quando il terreno sotto i loro piedi si muove.
(pubblicato in Sezession n. 134 Ottobre 2026)





