
Ci si indebitava per acquistare la casa, avviare un’impresa, migliorare le condizioni materiali. Oggi, per una parte crescente della popolazione, il credito non serve più a costruire il futuro, ma solo a sopravvivere. E’ un segno dell’esaurirsi di un modello socio-economico.
Un’intervista alla sociologa argentina Luci Cavallero, pubblicata il 16 ottobre dal podcast El Hilo, “Endeudarse para sobrevivir“, esamina il fenomeno. In Argentina la morosità dei finanziamenti bancari alle famiglie ha raggiunto il 13%, contro il 2,5% del novembre 2024. Si chiedono prestiti per nutrirsi, curarsi, pagare l’affitto e le bollette. Cioè per sopravvivere.
L’Argentina è un laboratorio estremo delle contraddizioni del turbocapitalismo liberista. La ricetta del presidente Javier Milei, fondata sulla contrazione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione e sulla fiducia nei meccanismi del mercato, stabilizza la moneta. Ma risanare i conti non risana la società. Aumento dei costi dei servizi, insufficienza dei salari e crescente indebitamento delle famiglie mostrano i limiti di una politica, che misura i successi sugli equilibri macroeconomici. Ma le ripercussioni dell’aggiustamento li lascia sulla schiena dei singoli,
La scelta che non c’è
La risposta di Milei alla questione dei prestiti insostenibili è la domanda: chi punta una pistola alla testa dei singoli per farne dei debitori? È la rappresentazione perfetta di una libertà economica ridotta a finzione giuridica. Formalmente si può scegliere; realmente, quando l’alternativa è non mangiare o non curarsi, scelta non c’è.
Il podcast cita anche i suicidi, specie giovanili, in Argentina. Non c’è una relazione causale dimostrata fra indebitamento e suicidio, ma il collegamento fra precarietà economica, perdita delle prospettive e disagio sociale merita ben altra attenzione di quella riservatagli finora.
Nell’Ue il fenomeno ha caratteristiche differenti, ma la logica è simile. Il debito delle famiglie si è storicamente concentrato nell’acquisto dell’abitazione, attraverso il credito fondiario e ipotecario. Proprio la casa, però, si è mutata da bene essenziale e strumento di sicurezza in attività finanziaria, oggetto di investimento e accumulazione patrimoniale.
In quali mani siamo
L’ingresso massiccio dei capitali finanziari nell’immobiliare, l’aumento dei prezzi e degli affitti, la pressione fiscale e la crescente difficoltà di accesso ai mutui sottraggono ai giovani una dei fondamenti dell’indipendenza economica. Anziché limitarsi a finanziare l’accesso alla proprietà, il sistema bancario partecipa a un’economia dove l’abitazione è sempre più un bene di investimento, sempre meno un diritto esercitabile.
In America Latina ci si indebita per consumi indispensabili; in Europa per conquistare o conservare la sicurezza abitativa che il sistema economico rende irraggiungibile. Manifestazioni di una stessa subordinazione della vita alla finanza.
Alla radice c’è una contraddizione più vasta. Il capitalismo ha costruito un compromesso fra lavoro, produzione, salari e protezione sociale. La nuova economia tecnologica e finanziaria genera invece ricchezza attraverso meccanismi sempre meno dipendenti dal lavoro umano, mentre gli ordinamenti sociali continuano a fondarsi su redditi e diritti concepiti nella precedente stagione industriale.
La ricreazione è finita
Il popolo è stretto fra il martello di un’economia, che svaluta il lavoro, e l’incudine di istituzioni incapaci di sostituire il modello sociale, che su quel lavoro si reggeva. Così il debito diviene uno strumento di disciplinamento. Chi deve pagare rate e interessi, è meno libero di cambiare lavoro, contestare condizioni ingiuste, costruire una famiglia o solo immaginare un futuro diverso. Parte del reddito ancora da guadagnare già appartiene al creditore.
Le classi dirigenti propongono crescita, concorrenza, flessibilità ed educazione finanziaria come rimedi a una crisi prodotta anche dall’applicazione sistematica di quelle medesime ricette. Dal singolo si pretende che gestisca meglio un reddito strutturalmente insufficiente, senza interrogarsi su chi si appropri della ricchezza prodotta e su come essa sia distribuita.
La concentrazione patrimoniale, la finanziarizzazione dei bisogni e la perdita di autonomia delle famiglie sono osservabili. La questione, oltre che economica, è politica: riguarda la libertà sostanziale dei cittadini. Una società dove milioni di persone possono vivere solo impegnando anticipatamente redditi conserva, forse, forme di libertà, ma ne ha perso la sostanza.







