
Il lume che riscalda il nostro io, permettendoci di dormire beati e di sorridere col cuore, potrebbe un giorno affievolirsi abbandonandoci in un viale in cui i lampioni si scuriscono in velocità uno dopo l’altro. Resteremmo di conseguenza soli e senza scampo nelle tenebre. La parabola discendente della nevrosi deprime infatti con continua, implacabile lentezza non soltanto l’io, ma anche i giudizi, i desideri, le aspettative e il senso dell’esistenza. In Il male oscuro, ripubblicato da Neri Pozza nel 2022 e commentato da Carlo Emilio Gadda e da Emanuele Trevi, Giuseppe Berto scandaglia e in un certo senso alimenta questa oscurità decostruendo se stesso con una prosa caratterizzata dalla pressoché totale assenza di virgole e dalla presenza di pochissimi punti. Lo stile del romanzo del 1964 appare pertanto alludere alla demolizione dei confini interiori e parimenti evocare il peso di una vertiginosa catabasi, solitaria discesa negli inferi, caduta senza guide, senza mentori e rassicuranti accompagnatrici femminili. Non è facile infatti stare dietro allo “stile psicoanalitico” di Il male oscuro e terminare il romanzo in breve tempo giacché, indipendentemente dalle quasi cinquecento fitte pagine, l’abisso rotola meccanicamente su se stesso risucchiando il lettore in una turbina che inconsapevolmente si amplia conducendo via via alla tristezza, a quell’inverno che imbianca tutto, ghiacciando le sensazioni e anche ciò che insistiamo a definire, malgrado l’indescrivibile agonia umana, anima. E, certo, la trama prende le mosse dalla morte del padre di Berto e dal corrispettivo senso di colpa di cui, anche grazie all’analisi psicoanalitica, il protagonista è reso sempre più conscio; ma poi, con continui ritorni al passato che rievocano la bellezza nostalgica del malinconico Il cielo è rosso, si è investiti da un’ininterrotta fiumana di parole, esperienze, emozioni primarie, meraviglie e scoperte infantili che vengono rese spesso attraverso un paradossale e originale utilizzo del discorso indiretto libero. Nonostante a tratti l’autore con una sorta di realismo magico ci riporti dunque al nostro stesso tempo primaverile dove si esperisce tutto per la prima volta, si è presto e immancabilmente ricondotti allo schiudimento del vaso, e da lì, a incubi e traumi scarlatti. E quantunque l’improbabile ricetta psicoanalitica dovesse produrre qualche buon frutto e il suo officiatore non si riducesse a un’ennesima idealizzazione del padre, si ripresenta sempre il tetro spettro del male di vivere, lo stesso che ancora incombe come un nottivago rapace sui nidi più morbidi e protetti, più ingarbugliati e strutturati, atterrendo le menti più disciplinate e consapevolmente corazzate. E non c’è intelligenza che tenga, filosofo che contenga, scienziato che risolva: quando arriva “l’infelicità senza rimedio”, rispetto alla quale anche il successo è traguardo assai caduco, ogni albero del viale esistenziale si annerisce – malgrado si mettano al mondo dei figli, si vincano premi come il Campiello e per un momento si abbia il sentore di entrare a far parte della mai autenticamente agognata élite culturale, edulcorato mondo di ipocrisie e banalità rispetto a cui i veri creatori come Berto assumono un salvifico pathos della distanza. E infatti non era certo il successo a muovere lo scrittore, ma, Eraclito redivivo, la gloria immortale – della quale avrebbe scritto nel suo ultimo romanzo. Secondo questa prospettiva Il male oscuro sembra essere profetico.

Non si deve infatti dimenticare il nesso tra il contenuto di quel futuro romanzo e le vicende personali del protagonista di Il male oscuro, dove si accenna più volte proprio a un faticoso manoscritto su questo argomento. Difatti la gloria alla quale si mirava nel romanzo La gloria e nel manoscritto citato era quella di Gesù che però era connessa con quella di Giuda, il quale per certi versi era la metafora di ogni uomo che si rapporta col proprio padre e, come nel nostro non-romanzo, col cosiddetto Super-io, con la coscienza degli altri in noi – per evocare il sofferente martellatore, così lontano e così prossimo rispetto al veneto solitario.
Siffatta gloria bramata era anch’essa paradossale giacché, sebbene spesso deturpata, sarebbe infine effettivamente giunta narrando, almeno in apparenza, più di uno scacco che di una resurrezione, più di una tragica illusione che di una redenzione, più della disperazione che della speranza. Ma si sa che la vita gioca brutti scherzi ed è ironica, perfino sadica, come il Demiurgo che secondo alcuni governa questo assurdo mondo – e come dare talvolta torto a questi alcuni? Può capitare che si ottenga la gloria scrivendo della tragedia che la stessa gloria cela. D’altronde il destino di certi scrittori che, come annota Trevi, “puntano sempre i piedi”, è, al di là delle scontate discrasie tra biografia e invenzione, una sola cosa con la loro scrittura: i confini strappati alla prosa sono gli stessi strappati alla vita. E loro, gli scrittori puri, infine, nell’essenza, non sono che parole – parole che vanno e che a volte restano, cenere e marmo. Questa fortuna di sublimare il dolore, il tradimento, la delusione e il male in parole che potrebbero rimanere per sempre non è per tutti ed è al contempo una maledizione atroce. Infatti il dolore non è un’invenzione ma un compagno di strada che non va via e che a ogni istante torce le interiora della testa – e nel caso di Berto pure le budella vere e proprie, visti i terribili risvolti fisici della sua nevrosi.
La fortuna non riguarda solo la vita, ma anche la morte. E così Berto – che fu sempre dignitosamente fedele solo a se stesso – ebbe in qualche periodo della vita successo, ma in fondo troppo poco. Ed ebbe dopo la morte, come si diceva, una certa gloria. E così, se ancora oggi, dopo tanti anni, da un remoto bar di un’altrettanto remota cittadina sarda, tra la birra e le voci veloci, si sente la eco della sua disperazione gloriosa, non è certo un caso. Nonostante tale irriducibile nerezza, in Il male oscuro affiora qua e là un’imprevedibile, secondo Gadda spontanea, ironia che qualcuno potrebbe definire macabra e che forse è pure questa frutto dell’anestesia dei sentimenti cagionata da un’incomprensibile tendenza all’auto-macerazione. Nondimeno non è certo da tutti ironizzare all’inferno, solo i grandi scrittori ce la fanno, allorquando, a dispetto di meschinerie ed effimere cattiverie che hanno il compito di scandalizzare chi ha sofferto troppo poco, sono anche grandi uomini: soli e paurosi “davanti al vasto mondo”. Se noi, disarmati lettori, vivendo il romanzo facciamo i conti col male che potrebbe seccarci il cuore, Berto descrive come abbia cercato di fare i conti con la colpa atavica da cui l’uomo è da secoli avvelenato. Forse invano, giacché quando il sole oscuro del male sembra tramontare da un lato, sorge dall’altro e non basta perdonare se stessi riconoscendo le colpe che si hanno rispetto al padre perché poi si è in tanti sensi padri e si dovrebbe cercare di non riprodurre il male subito – e non è detto che sia possibile chiudere il cerchio, non rigenerare la nostra stessa tragedia. Eppure quale fragile grandezza e inaspettata prospettiva di speranza nel lasciare la tomba per ricercare i propri avi nel ricordo di quando erano “mito e poesia”!
E di questa grandezza, che richiede coraggio ed estrema volontà di solitudine, fu capace Berto allorquando, nel romanzo e nella vita, emigrò in Calabria, da dove si vede la Sicilia, la terra dove il padre nel ricordo continuava a raccogliere le arance dagli alberi – perché bisogna stare lontani dagli uomini che possono farci del male. Lontani come chi osserva dalla sua poesia il male fluire e tenta di bruciare con le foto del passato il rimorso. Divampa un cupo incendio: nera la gloria.





