Per alcuni internauti, il gioco di luci disegna sulla gonna una forma evocante il cappuccio bianco a punta: quello del Ku Klux Klan; le scarpe sono viste come un riferimento a un impiccato.
La polemica diviene virale. Al Congresso americano il deputato democratico della Louisiana, Troy Carter, chiede spiegazioni alla Converse e alla sua casa madre, la Nike, dicendo che “la sofferenza dei neri non è uno strumento pubblicitario”.
Per l’ondata di critiche, Converse rimuove la foto dai social network e cancella le immagini dai supporti su cui erano diffuse. Fa anche pubbliche scuse. “Siamo spiacenti”. E aggiunge che c’è stato un “errore”. “Non doveva accadere. In futuro faremo meglio”.
Preoccupante reazione a catena
L’aspetto più sorprendente della vicenda resta lo straordinario percorso mentale sviluppatosi da un banale spot pubblicitario. Un’ombra sulla gonna diviene un cappuccio del KKK; un paio di sneakers, tenute per i lacci, si muta nei piedi di un impiccato; l’insieme è poi interpretato come un messaggio in codice, inviato a un’organizzazione segreta di “suprematisti bianchi”.
Tale costruzione delirante rivela la fragilità psichica di una parte della gioventù occidentale, particolarmente permeabile alle ossessioni attiviste e alle letture più fantasiose della realtà. Sui social network si vedono utenti gettare con rabbia le loro Converse nella spazzatura o lanciarle tra le fiamme, come per purificarle col fuoco e, attraverso di esse, espiare le presunte colpe di un Occidente ritenuto colpevole di ogni crimine.
Si sono visti giovani afro-americani mettersi in scena e denunciare l’orribile pubblicità con le lacrime agli occhi, come se la loro esistenza fosse minacciata dal ritorno del Ku Klux Klan. Ricordiamo che delle cifre ufficiali diffuse dall’Fbi, 9 volte su10, quando un nero è ucciso negli Stati Uniti, anche l’assassino è nero.
Deriva isterica dell’estrema sinistra militante
Questa confusione psichica evoca dibattiti che agitano anche la società francese. Echeggia le febbrili denunce di un preteso “fascismo”, in genere avanzate da giovani fragili, ideologizzati, convinti di abitare in un Paese sul punto di ricollegarsi con le ore più cupe della sua storia. Persone che si inventano spaventapasseri, urlando a squarciagola, ma restando perfettamente indifferenti a ciò che davvero li minaccia: abbrutimento, droghe, entrismo islamico, denatalità….
Co-fondatrice dell’associazione “Donne Azadi”, Mona Jafran ha perfettamente sottolineato lo strano paradosso. “La polemica sull’ultima campagna di pubblicità della Converse mostra un’altra volta l’ipocrisia e la follia dell’estrema sinistra mondiale”. E prosegue: “Affascina vedere a che punto questi benpensanti sono capaci di mobilitarsi in massa per cose insignificanti […]. Ma, se siete tanto offesi da impiccagioni e crimini, perché tacete sulla Repubblica islamica dell’Iran!”.
Un’ombra e due sneaker bastano quindi a rendere l’innocente campagna Converse un caso di razzismo. Forse questo è il vero simbolo della polemica: quello di un’epoca in cui parte della gioventù cerca ogni pretesto, anche il più assurdo, per indignarsi, mettersi in mostra ed esibire al mondo una presunta superiorità morale.
Da www.boulevardvoltaire.fr