
Alexander Fleming scopre la penicillina. Howard Walter Florey, Ernst Boris Chain e quanti lavorano alla sua applicazione, contribuiscono a trasformare la scoperta in una cura. Si salvano vite. Diventano possibili discendenze, che altrimenti si sarebbero interrotte. Una conquista immensa. Ma ogni conquista cambia il mondo nel quale interviene. E ci consegna responsabilità alle quali non sempre siamo preparati.
Abbiamo imparato a prolungare la vita. Abbiamo imparato altrettanto bene a darle un significato, un ordine, una continuità? Possiamo fare sempre più cose. Sembriamo sempre meno capaci di decidere quali meritino di essere fatte. La possibilità si presenta come una giustificazione sufficiente. Si può, dunque si fa. E chi domanda perché è facilmente scambiato per uno che non abbia capito.
C’è chi dice “no”!
Salvare il Portogallo da Montanelli

A fondarli, una convinzione. Quanto veniva dopo, non era necessariamente migliore di quanto sostituiva. Abbiamo accettato che quanto veniva dopo fosse, per ciò stesso, migliore. Che ogni possibilità meritasse di diventare realtà. Che spettasse a chi resisteva giustificarsi, mentre chi trasformava tutto potesse limitarsi a chiamarlo progresso. In quello scritto riportavo un episodio raccontato dal giornalista Indro Montanelli. Dopo una lunga attesa a Lisbona, era stato ammesso a incontrare António de Oliveira Salazar, il dittatore portoghese. Il segretario, che lo accompagnava, gli aveva chiesto di essere generoso con un uomo intento a “salvare il Portogallo dal suo futuro”. Frase che trattengo per la domanda che contiene, senza farne un’assoluzione del regime al quale si riferiva.
Ora e sempre resistenza
Non abbiamo opposto la resistenza necessaria. La mia generazione ha accompagnato quei cambiamenti, spesso con partecipazione e gioia. La responsabilità riguarda anche me.
La mia solitudine
Non mi basta, pertanto, che si invochi un possibile impiego migliore. Occorre guardare a quanto accade, quando quel mezzo diventa universale. A ciò che rende più facile. A ciò che rende quasi impossibile. Alle dipendenze che introduce. Alle facoltà che, non più esercitate, si indeboliscono.
Impedire la nascita
Come difendere la libertà da ciò che gli uomini liberamente introducono e dal quale finiscono per dipendere? Non ho una risposta che cancelli la difficoltà. Non per questo smetto di porre la domanda. E sì, adopero internet. Abito anch’io il mondo che contesto. Servirsene non mi obbliga a ritenerlo il migliore dei mondi possibili. La contraddizione rimane.
Una sola moltitudine
Anche la guerra mostra quanto i mezzi possano mutare il rapporto fra gli uomini e le proprie azioni. Si continua a morire nelle trincee e fra le case. Ma una parte crescente della potenza distruttiva può essere esercitata senza incontrare lo sguardo dell’avversario. Il volto scompare. Il morto resta. La distanza tecnica rischia di diventare distanza morale.
La Finestra di Overton
Non basta nominarla per avere spiegato chi produca il cambiamento e per quali ragioni. Occorre riconoscere i protagonisti, gli strumenti, gli interessi. E distinguere.
Alcuni mutamenti hanno corretto ingiustizie. Altri meritano di essere discussi proprio quando sembrano ormai indiscutibili. L’abitudine può precedere il giudizio. Ciò che abbiamo smesso di trovare sorprendente non è, per questo soltanto, diventato giusto. Neppure la legalizzazione esaurisce la questione. Una legge stabilisce che cosa sia consentito. Rimane da domandarsi che cosa sia desiderabile e per quali ragioni.
Pericolo! Fazioni
Ai miei occhi, troppo spesso il confronto viene oggi sostituito dalla pressione. Organizzarsi, occupare la comunicazione, imporre il linguaggio sembra contare più che persuadere. La tutela delle minoranze è indispensabile. Altrettanto indispensabile è che le loro rivendicazioni possano essere discusse. Come quelle della maggioranza. Nessuna parte possiede, per definizione, l’intera ragione.
Non siamo tutti uguali
Penso ai grandi intellettuali omosessuali, ai quali l’umanità deve infinitamente sul piano della cultura. Mi interessa quanto hanno saputo vedere, creare, trasmettere. Quando invece una manifestazione dell’orgoglio omosessuale, un Pride, affida la propria riconoscibilità all’esibizione volgare, mi domando quanto spazio rimanga alla persona dietro la rappresentazione.
Riconosco il medesimo impoverimento nella tv, nella politica, nella pubblicità. L’identità diventa spettacolo. E lo spettacolo pretende di esaurire l’identità. Gli incapaci cercano visibilità attraverso la volgarizzazione di ogni cosa. Si ritiene sufficiente suscitare comunque la stupefazione del pubblico. Purché il bersaglio venga colpito.
L’ignoranza, specialmente nella stampa e nella politica, sembra talvolta diventata un fiore all’occhiello. Si parla prima di sapere. Si sentenzia prima di comprendere. L’importante è esserci. Possibilmente facendo rumore.
La globalizzazione rende intanto disponibili ovunque oggetti, immagini, alimenti, abitudini. Ha aperto possibilità di incontro e di conoscenza straordinarie. Ma l’incontro richiede qualcuno che incontri qualcun altro. Se le differenze scompaiono, resta la circolazione delle merci.
Mio Padre senza i kiwi
Io vengo da qualche parte. Appartengo a un tempo, a una terra, a una memoria. Non tutto è intercambiabile. Le civiltà hanno sempre ricevuto qualcosa da fuori. Anche la nostra. Hanno accolto, trasformato, fatto proprio. Avere un’identità significa anche poter scegliere che cosa accogliere e in quale modo. La continuità comporta trasformazioni. Ma occorre qualcuno che riconosca ciò che vale la pena trasmettere attraverso il cambiamento. L’incapacità di guardare al passato, contestualizzandolo, disarma. Ancora di più la pretesa di sottoporlo interamente alla morale del presente.
L’imputato non conosceva il futuro. Non disponeva delle nostre conoscenze. Viveva fra possibilità, vincoli, convinzioni che occorre ricostruire. Comprendere non assolve. Permette di giudicare sapendo di che cosa si parla.
Il Canone occidentale
Altre civiltà rivendicano il proprio posto. La Cina conserva la memoria di quello che chiama il Secolo dell’Umiliazione. Dalle guerre dell’oppio dell’800 alle aggressioni giapponesi del ‘900, imposizioni straniere, sconfitte e perdite di sovranità hanno lasciato una ferita profonda. Quella memoria pesa sul modo nel quale il Paese guarda al mondo e a se stesso. Ignorarla impedisce di comprendere.
La forza della fede
Parlare dei musulmani, come se costituissero un unico soggetto, sarebbe un errore. Occorre distinguere società, governi, tradizioni, credenti e movimenti che vogliono imporre un ordinamento religioso. Ma occorre anche prendere sul serio la forza storica della fede. Un governante, che la consideri solo superstizione, si priva di uno strumento essenziale per capire gli interlocutori. E forse anche la civiltà dalla quale proviene.
Apocalisse, certamente. Non solo nel significato corrente di catastrofe. Apocalisse nel significato originario di rivelazione, di disvelamento. Il velo cade. Appare la distanza fra i mezzi, dei quali disponiamo, e la coscienza, con la quale li adoperiamo. Fra ciò che diciamo di voler conservare e quanto siamo disposti a fare, perché continui a vivere.
I “no” mancati riguardano trasformazioni delle quali, oggi, vediamo le conseguenze. Avremmo dovuto prevederle, discuterle, contrastarle. Ora sono, ai miei occhi, parte del paesaggio. Il disvelamento comporta anche questo riconoscimento. Abbiamo contribuito a costruire il mondo del quale ci lamentiamo. Lo abbiamo applaudito. Lo abbiamo chiamato emancipazione, anche quando ci rendeva dipendenti. È ancora possibile reagire?
1933: “Il Dio sconosciuto”
L’incontro come prestazione

Quando protesto contro la sostituzione di “facciamo l’amore” con “facciamo sesso”, protesto contro un impoverimento. Nel gesto di Rama il corpo porta con sé un’esistenza. Il desiderio incontra il dolore di un altro. La carne appartiene a una vicenda umana che nessuna descrizione dell’atto riesce a esaurire. È questa pienezza che temo di vedere smarrita, quando il linguaggio riduce l’incontro a una prestazione. Ma proprio qui John Steinbeck mi obbliga a fermarmi. Invoco il ritorno alle sorgenti e incontro Rama. Tuttavia Rama custodisce la vita, oltrepassando la convenzione coniugale. E il sacro, che attraversa il romanzo, non coincide pacificamente con la religione professata da alcuni dei suoi personaggi.
Quali forme proteggono ancora ciò per cui nacquero? Quali sopravvivono, avendone perduto il significato? È una distinzione difficile. Nessuna formula ci esonera dal compierla. Neppure il richiamo alla tradizione. Indicare i “no”, che avremmo dovuto pronunciare, non mi dispensa dal giudicare. Mi obbliga, semmai, a chiarire ogni volta che cosa avremmo dovuto difendere e che cosa possiamo ancora salvare. E a riconoscere quando una forma che custodiva qualcosa ha finito per soffocarla.
Nessuno torna indietro
Al sacro, riconoscendo la domanda che continua a porci. Alle differenze, imparando a conoscerle. Ai luoghi, restituendo loro un volto. Al cibo, restituendogli una stagione.
Alla civiltà occidentale, assumendo la responsabilità di averla ereditata. Non si tratta di tornare indietro. Nessuno torna indietro. Si tratta di tornare alle sorgenti. Il rifiuto di mio Padre e il gesto di Rama non hanno lo stesso significato. Ma nella mia memoria e nella mia lettura si richiamano. Mi ricordano entrambi che la vita ha bisogno di legami. Di una familiarità con il mondo. Di qualcosa che venga ricevuto, riconosciuto e consegnato a chi seguirà.
Il sangue irrora la terra
Non una legge della storia. Ma la domanda che quell’immagine suscita rimane.
Quanto può costare il tentativo di ristabilire un legame perduto? Conservare costa. Studiare richiede tempo. Trasmettere richiede pazienza. Custodire un luogo impone qualche rinuncia. Rispettare una stagione significa anche accettare un’attesa. Occorre spendere qualcosa di sé perché qualcosa continui dopo di noi.
Prima di domandarci quale sacrificio ci sarà imposto, dovremmo forse chiederci quale siamo ancora disposti a scegliere. Quanto tempo dare alla conoscenza. A quanta comodità rinunciare. Quanto impegno dedicare a ciò che diciamo di voler salvare.
Un volto tra la folla
Oggi significa anche questo. Riconoscere ciò che è andato perduto. Trasmettere quanto rimane. Cercare ancora, sotto le macerie delle abitudini, le sorgenti. L’Apocalisse toglie il velo. Finché possiamo vedere, comprendere e consegnare qualcosa a chi viene dopo, il nostro compito non è terminato.





