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Apocalisse: disvelamento di una civiltà, che smarrisce le sorgenti. Occorre risalire allo stato delle cose

Volevo cambiare il mondo? Finora non ci sono riuscito. "Fare l'amore" suonava tanto bene. Ma è "il sesso" che ora infesta il lessico

di Mauro della Porta Raffo*
22 Ottobre 2026
in Cultura
0
Mauro della Porta Raffo

Alexander Fleming scopre la penicillina. Howard Walter Florey, Ernst Boris Chain e quanti lavorano alla sua applicazione, contribuiscono a trasformare la scoperta in una cura. Si salvano vite. Diventano possibili discendenze, che altrimenti si sarebbero interrotte. Una conquista immensa. Ma ogni conquista cambia il mondo nel quale interviene. E ci consegna responsabilità alle quali non sempre siamo preparati.
Abbiamo imparato a prolungare la vita. Abbiamo imparato altrettanto bene a darle un significato, un ordine, una continuità? Possiamo fare sempre più cose. Sembriamo sempre meno capaci di decidere quali meritino di essere fatte. La possibilità si presenta come una giustificazione sufficiente. Si può, dunque si fa. E chi domanda perché è facilmente scambiato per uno che non abbia capito.

C’è chi dice “no”!

Il 9 marzo 2026 ho intitolato un mio scritto “Manifesto. Non abbiamo salvato l’Italia dal suo futuro!” Vi elencavo i cambiamenti ai quali avremmo dovuto – io compreso – dire no. Dalla tv ai cellulari, dalla trasformazione della scuola alla volgarità spacciata per libertà. Non mi riferivo alla scelta personale di guardare una trasmissione, adoperare un computer o avere un telefono. Mi riferivo alla loro introduzione e diffusione nella società, alle trasformazioni collettive che avremmo dovuto contrastare. Quei “no” avrebbero dovuto esprimersi nelle decisioni pubbliche, nelle istituzioni, nella cultura. Avrebbero dovuto impedire che determinati cambiamenti diventassero l’ordinamento quotidiano delle nostre esistenze.

Salvare il Portogallo da Montanelli

Indro Montanelli

A fondarli, una convinzione. Quanto veniva dopo, non era necessariamente migliore di quanto sostituiva. Abbiamo accettato che quanto veniva dopo fosse, per ciò stesso, migliore. Che ogni possibilità meritasse di diventare realtà. Che spettasse a chi resisteva giustificarsi, mentre chi trasformava tutto potesse limitarsi a chiamarlo progresso. In quello scritto riportavo un episodio raccontato dal giornalista Indro Montanelli. Dopo una lunga attesa a Lisbona, era stato ammesso a incontrare António de Oliveira Salazar, il dittatore portoghese. Il segretario, che lo accompagnava, gli aveva chiesto di essere generoso con un uomo intento a “salvare il Portogallo dal suo futuro”. Frase che trattengo per la domanda che contiene, senza farne un’assoluzione del regime al quale si riferiva.

Ora e sempre resistenza

Quanto di ciò che chiamiamo futuro merita di essere accolto? Quanto avrebbe dovuto essere contrastato, prima che diventasse abitudine, necessità, dipendenza? Avremmo dovuto riconoscere che alcune perdite erano prevedibili. E che, una volta prodotte, nessun rimedio avrebbe restituito interamente ciò che era stato distrutto.
Non abbiamo opposto la resistenza necessaria. La mia generazione ha accompagnato quei cambiamenti, spesso con partecipazione e gioia. La responsabilità riguarda anche me.
Dietro i “no”, che avremmo dovuto pronunciare, c’erano dei “sì”. Al tempo, che non deve essere interamente occupato. Alla domenica, riconoscibile dagli altri giorni. Alla scuola, chiamata a insegnare anche ciò che costa fatica. Alla città, nella quale orientarsi attraverso luoghi familiari. Alla conversazione, che richiede una presenza. Al bambino, lasciato qualche volta solo con la propria immaginazione. Alla libertà di non essere continuamente raggiungibili.
La tv, i supermercati, le discoteche, le partite di calcio distribuite lungo la settimana, i computer, internet, i cellulari. Cose diversissime. Diversissime anche le ragioni per le quali avremmo dovuto opporci. Oggi vi riconosco una conseguenza ricorrente. Abbiamo consegnato al consumo qualcosa che prima gli sfuggiva.

La mia solitudine

Il tempo. L’attenzione. La festa. La solitudine. Perfino l’attesa. Mi si dice che dipende dall’uso. L’ho già scritto: non ne sono convinto. Un mezzo, quando si diffonde, modifica le abitudini, le attese, i rapporti. Crea necessità che prima non esistevano. Finisce per imporre la propria presenza, anche a chi avrebbe preferito farne a meno. La sua valutazione deve comprendere il mondo che produce. E deve misurarsi con gli uomini che esistono, con le loro debolezze prevedibili, senza rifugiarsi nell’immagine di utilizzatori ideali.
Non mi basta, pertanto, che si invochi un possibile impiego migliore. Occorre guardare a quanto accade, quando quel mezzo diventa universale. A ciò che rende più facile. A ciò che rende quasi impossibile. Alle dipendenze che introduce. Alle facoltà che, non più esercitate, si indeboliscono.

Impedire la nascita

Per questo sono arrivato a scrivere che di certe invenzioni si sarebbe dovuta impedire perfino la nascita. Non ritiro la provocazione. Ne riconosco la difficoltà. Chi avrebbe dovuto impedirla? Con quale autorità? Entro quali limiti? Da liberale, conosco il pericolo del potere, che pretende di scegliere per tutti. Ma conosco anche la possibilità che una scelta, imposta dalla diffusione universale di un mezzo, restringa la libertà di chiunque.
Come difendere la libertà da ciò che gli uomini liberamente introducono e dal quale finiscono per dipendere? Non ho una risposta che cancelli la difficoltà. Non per questo smetto di porre la domanda. E sì, adopero internet. Abito anch’io il mondo che contesto. Servirsene non mi obbliga a ritenerlo il migliore dei mondi possibili. La contraddizione rimane.

Una sola moltitudine

Il poeta americano Walt Whitman, nel “Canto di me stesso”, ammette di contraddirsi, perché si riconosce tanto vasto da contenere moltitudini. Intende riconoscere dentro di sé una pluralità di pensieri, impulsi, possibilità. Lo ricordo senza pretendere che il poeta risolva la mia difficoltà. Posso dipendere da qualcosa e continuare a pensare che sarebbe stato meglio non renderla indispensabile.
Anche la guerra mostra quanto i mezzi possano mutare il rapporto fra gli uomini e le proprie azioni. Si continua a morire nelle trincee e fra le case. Ma una parte crescente della potenza distruttiva può essere esercitata senza incontrare lo sguardo dell’avversario. Il volto scompare. Il morto resta. La distanza tecnica rischia di diventare distanza morale.

La Finestra di Overton

Quanto delle conseguenze delle nostre azioni siamo ancora disposti a guardare? Intanto, la soglia dell’accettabile si sposta. Proposte, prima giudicate inammissibili, entrano nella discussione, acquistano consenso, possono diventare legge. La cosiddetta Finestra di Overton, dal nome dello studioso americano Joseph Overton, descrive l’ambito delle proposte considerate politicamente accettabili in una società e il suo mutare nel tempo.
Non basta nominarla per avere spiegato chi produca il cambiamento e per quali ragioni. Occorre riconoscere i protagonisti, gli strumenti, gli interessi. E distinguere.
Alcuni mutamenti hanno corretto ingiustizie. Altri meritano di essere discussi proprio quando sembrano ormai indiscutibili. L’abitudine può precedere il giudizio. Ciò che abbiamo smesso di trovare sorprendente non è, per questo soltanto, diventato giusto. Neppure la legalizzazione esaurisce la questione. Una legge stabilisce che cosa sia consentito. Rimane da domandarsi che cosa sia desiderabile e per quali ragioni.

Pericolo! Fazioni

James Madison, uno dei principali artefici della Costituzione degli Stati Uniti, conosceva il pericolo delle fazioni. Gruppi di cittadini, uniti da interessi o passioni comuni, capaci di anteporli ai diritti degli altri e al bene generale. Maggioritari o minoritari che fossero,. Il problema cominciava quando una parte agiva contro i diritti altrui o contro l’interesse generale. La repubblica doveva governare quel conflitto, senza sopprimere la libertà dalla quale nasceva.
Ai miei occhi, troppo spesso il confronto viene oggi sostituito dalla pressione. Organizzarsi, occupare la comunicazione, imporre il linguaggio sembra contare più che persuadere. La tutela delle minoranze è indispensabile. Altrettanto indispensabile è che le loro rivendicazioni possano essere discusse. Come quelle della maggioranza. Nessuna parte possiede, per definizione, l’intera ragione.

Non siamo tutti uguali

Fra i “no” che avremmo dovuto pronunciare, figura anche quello a “siamo tutti uguali”. L’uguaglianza dei diritti non richiede l’identità delle persone. Differiscono le attitudini, le conoscenze, i caratteri, le opere. Riconoscere queste differenze permette di riconoscere il merito. E di chiedere a ciascuno di assumersi la responsabilità di quanto fa.
Penso ai grandi intellettuali omosessuali, ai quali l’umanità deve infinitamente sul piano della cultura. Mi interessa quanto hanno saputo vedere, creare, trasmettere. Quando invece una manifestazione dell’orgoglio omosessuale, un Pride, affida la propria riconoscibilità all’esibizione volgare, mi domando quanto spazio rimanga alla persona dietro la rappresentazione.
Riconosco il medesimo impoverimento nella tv, nella politica, nella pubblicità. L’identità diventa spettacolo. E lo spettacolo pretende di esaurire l’identità. Gli incapaci cercano visibilità attraverso la volgarizzazione di ogni cosa. Si ritiene sufficiente suscitare comunque la stupefazione del pubblico. Purché il bersaglio venga colpito.
L’ignoranza, specialmente nella stampa e nella politica, sembra talvolta diventata un fiore all’occhiello. Si parla prima di sapere. Si sentenzia prima di comprendere. L’importante è esserci. Possibilmente facendo rumore.
La globalizzazione rende intanto disponibili ovunque oggetti, immagini, alimenti, abitudini. Ha aperto possibilità di incontro e di conoscenza straordinarie. Ma l’incontro richiede qualcuno che incontri qualcun altro. Se le differenze scompaiono, resta la circolazione delle merci.

Mio Padre senza i kiwi

Grattacieli sostanzialmente identici rendono meno riconoscibili città lontanissime. Il cibo, reperibile in ogni stagione, perde facilmente il rapporto con i luoghi, il clima, l’attesa. Perfino con la memoria. Mio Padre non mangiava kiwi perché, quando era piccolo, in Italia non c’erano. Aveva ragione. Oggi leggo in quel rifiuto qualcosa che, forse, non avrebbe formulato nei termini che adopero io. Il diritto di conservare una familiarità con il mondo. Di riconoscere ciò che apparteneva alla propria esperienza. Di non dover accogliere ogni novità soltanto perché disponibile.
Io vengo da qualche parte. Appartengo a un tempo, a una terra, a una memoria. Non tutto è intercambiabile. Le civiltà hanno sempre ricevuto qualcosa da fuori. Anche la nostra. Hanno accolto, trasformato, fatto proprio. Avere un’identità significa anche poter scegliere che cosa accogliere e in quale modo. La continuità comporta trasformazioni. Ma occorre qualcuno che riconosca ciò che vale la pena trasmettere attraverso il cambiamento. L’incapacità di guardare al passato, contestualizzandolo, disarma. Ancora di più la pretesa di sottoporlo interamente alla morale del presente.

L’imputato non conosceva il futuro. Non disponeva delle nostre conoscenze. Viveva fra possibilità, vincoli, convinzioni che occorre ricostruire. Comprendere non assolve. Permette di giudicare sapendo di che cosa si parla.

Il Canone occidentale

Il patrimonio di opere e autori, che costituisce il Canone occidentale, la tradizione cristiana e la potenza politica dell’Occidente hanno storie collegate, ma differenti. Confonderle impedisce di capire che cosa stiamo perdendo. Perdere il predominio e perdere se stessi sono due vicende diverse. L’Occidente può cessare di essere il centro esclusivo del mondo e conservare qualcosa da dire. Può invece mantenere ricchezza e potenza, avendo smesso di sapere perché usarle. È questa seconda eventualità che mi inquieta maggiormente.
Altre civiltà rivendicano il proprio posto. La Cina conserva la memoria di quello che chiama il Secolo dell’Umiliazione. Dalle guerre dell’oppio dell’800 alle aggressioni giapponesi del ‘900, imposizioni straniere, sconfitte e perdite di sovranità hanno lasciato una ferita profonda. Quella memoria pesa sul modo nel quale il Paese guarda al mondo e a se stesso. Ignorarla impedisce di comprendere.

La forza della fede

Il nostro passato non è l’unico passato esistente. Le nostre ragioni non cancellano quelle altrui. Conoscerle non impone di rinunciare alle nostre. Altrettanto accade davanti alla forza delle appartenenze religiose. Quando una società considera ogni fede un residuo del passato, rischia di non comprendere chi continua a vivere attraverso di essa. Il fraintendimento precede allora la decisione politica.
Parlare dei musulmani, come se costituissero un unico soggetto, sarebbe un errore. Occorre distinguere società, governi, tradizioni, credenti e movimenti che vogliono imporre un ordinamento religioso. Ma occorre anche prendere sul serio la forza storica della fede. Un governante, che la consideri solo superstizione, si priva di uno strumento essenziale per capire gli interlocutori. E forse anche la civiltà dalla quale proviene.
Possiamo discutere ogni eredità. Dovremmo però conoscerla prima di liquidarla. La vergogna indiscriminata delle proprie origini è una forma di ignoranza non meno della loro esaltazione indiscriminata. Questo è, ai miei occhi, il reale stato delle cose.
Apocalisse, certamente. Non solo nel significato corrente di catastrofe. Apocalisse nel significato originario di rivelazione, di disvelamento. Il velo cade. Appare la distanza fra i mezzi, dei quali disponiamo, e la coscienza, con la quale li adoperiamo. Fra ciò che diciamo di voler conservare e quanto siamo disposti a fare, perché continui a vivere.
I “no” mancati riguardano trasformazioni delle quali, oggi, vediamo le conseguenze. Avremmo dovuto prevederle, discuterle, contrastarle. Ora sono, ai miei occhi, parte del paesaggio. Il disvelamento comporta anche questo riconoscimento. Abbiamo contribuito a costruire il mondo del quale ci lamentiamo. Lo abbiamo applaudito. Lo abbiamo chiamato emancipazione, anche quando ci rendeva dipendenti. È ancora possibile reagire?

1933: “Il Dio sconosciuto”

Torno ad Al Dio sconosciuto, grandissimo romanzo pubblicato nel 1933 dallo scrittore americano John Steinbeck (tr. it., Mondadori). Vi si racconta di Joseph Wayne, che si stabilisce in California e sviluppa con la terra un rapporto profondamente religioso. La propria esistenza, quella della famiglia e la fertilità del luogo gli appaiono legate. Un albero, una roccia, l’acqua diventano presenze nelle quali egli avverte una forza sacra. È dentro questo mondo che occorre comprendere la morte di sua moglie, Elizabeth, cadendo dalla roccia che Joseph considera sacra. Rama, moglie di suo fratello Thomas, gli si offre. Io leggo nel suo gesto qualcosa che oltrepassa il desiderio, pure presente. Il riconoscimento di una necessità. Il dolore ha spezzato Joseph, lo ha quasi sottratto al mondo dei viventi. Rama lo accoglie attraverso il corpo. Come se la vita dovesse richiamarlo a sé, prima che egli si consegni interamente alla morte. Per lei è desiderio. Per lui è necessità. Nell’ordine profondo del romanzo quel gesto acquista, ai miei occhi, il significato di un rito. Rama diventa la terra, con l’iniziale maiuscola e minuscola. La maternità, la fecondità, il corpo che accoglie il dolore. La continuità della vita dentro la perdita.

L’incontro come prestazione

Amore e Psiche di Canova al Louvre

Quando protesto contro la sostituzione di “facciamo l’amore” con “facciamo sesso”, protesto contro un impoverimento. Nel gesto di Rama il corpo porta con sé un’esistenza. Il desiderio incontra il dolore di un altro. La carne appartiene a una vicenda umana che nessuna descrizione dell’atto riesce a esaurire. È questa pienezza che temo di vedere smarrita, quando il linguaggio riduce l’incontro a una prestazione. Ma proprio qui John Steinbeck mi obbliga a fermarmi. Invoco il ritorno alle sorgenti e incontro Rama. Tuttavia Rama custodisce la vita, oltrepassando la convenzione coniugale. E il sacro, che attraversa il romanzo, non coincide pacificamente con la religione professata da alcuni dei suoi personaggi.
Quali forme proteggono ancora ciò per cui nacquero? Quali sopravvivono, avendone perduto il significato? È una distinzione difficile. Nessuna formula ci esonera dal compierla. Neppure il richiamo alla tradizione. Indicare i “no”, che avremmo dovuto pronunciare, non mi dispensa dal giudicare. Mi obbliga, semmai, a chiarire ogni volta che cosa avremmo dovuto difendere e che cosa possiamo ancora salvare. E a riconoscere quando una forma che custodiva qualcosa ha finito per soffocarla.

Nessuno torna indietro

Tornare alle sorgenti richiede dunque conoscenza. E discernimento. La capacità di riconoscere quanto, attraverso forme mutevoli, permette alla vita di continuare e di avere un senso. Alla terra, senza considerarla una merce qualsiasi. Al corpo, riconoscendone possibilità, vulnerabilità e limiti. Alla sessualità, ricordandone anche la forza generatrice e il legame con le generazioni future. Alla memoria, accettando la fatica di comprenderla.
Al sacro, riconoscendo la domanda che continua a porci. Alle differenze, imparando a conoscerle. Ai luoghi, restituendo loro un volto. Al cibo, restituendogli una stagione.
Alla civiltà occidentale, assumendo la responsabilità di averla ereditata. Non si tratta di tornare indietro. Nessuno torna indietro. Si tratta di tornare alle sorgenti. Il rifiuto di mio Padre e il gesto di Rama non hanno lo stesso significato. Ma nella mia memoria e nella mia lettura si richiamano. Mi ricordano entrambi che la vita ha bisogno di legami. Di una familiarità con il mondo. Di qualcosa che venga ricevuto, riconosciuto e consegnato a chi seguirà.

Il sangue irrora la terra

L’appartenenza comporta obblighi. La memoria richiede lavoro. La continuità domanda qualcuno che se ne faccia carico. Nessuna civiltà si trasmette da sola. John Steinbeck ci lascia tuttavia davanti a un’immagine terribile. La siccità minaccia il luogo al quale Joseph ha legato la propria esistenza. Nel finale egli si ferisce mortalmente, offrendo il proprio sangue alla terra. La pioggia arriva. È l’esito del suo percorso dentro il romanzo.
Non una legge della storia. Ma la domanda che quell’immagine suscita rimane.
Quanto può costare il tentativo di ristabilire un legame perduto? Conservare costa. Studiare richiede tempo. Trasmettere richiede pazienza. Custodire un luogo impone qualche rinuncia. Rispettare una stagione significa anche accettare un’attesa. Occorre spendere qualcosa di sé perché qualcosa continui dopo di noi.
Prima di domandarci quale sacrificio ci sarà imposto, dovremmo forse chiederci quale siamo ancora disposti a scegliere. Quanto tempo dare alla conoscenza. A quanta comodità rinunciare. Quanto impegno dedicare a ciò che diciamo di voler salvare.

Un volto tra la folla

Ricordo. Fermo sul marciapiede, in centro a Milano, aspetto mia moglie Sissi. Un tale sulla cinquantina, mai visto prima, si avvicina. Mi guarda fisso e dice, chiamandomi con il soprannome con il quale sono conosciuto: “Voleva cambiare il mondo, eh Gran Pignolo? Non le è riuscito!” E se ne va. Aveva ragione. Molto di quanto avremmo dovuto impedire è accaduto. Molto di quanto avremmo dovuto conservare è scomparso. Ma la mia risposta rimane quella che gli lanciai, mentre si allontanava. “Ci sto ancora provando!”.
Oggi significa anche questo. Riconoscere ciò che è andato perduto. Trasmettere quanto rimane. Cercare ancora, sotto le macerie delle abitudini, le sorgenti. L’Apocalisse toglie il velo. Finché possiamo vedere, comprendere e consegnare qualcosa a chi viene dopo, il nostro compito non è terminato.
*Presidente onorario della Fondazione Italia Usa
Mauro della Porta Raffo*

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Tags: apocalisseMauro della Porta Raffo

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