
Francesco Innella è autore che ha alle spalle un numero considerevole di raccolte poetiche ma anche alcune pubblicazioni di saggistica filosofica. In tale ambito, suo autore di riferimento è Carlo Michelstaedter, poeta-filosofo-pittore goriziano dell’inizio del secolo scorso, cui ha dedicato, anni fa, scritti significativi. La sua ultima silloge poetica, Terzine all’alba, da poco nelle librerie per Amazon, evidenzia, in tutta chiarezza, come l’ideale della Persuasione di fatto permei, ancor oggi, il suo mondo ideale. La raccolta è aperta dalla Premessa dell’autore e dalla Prefazione firmata da Michele Nigro. Il titolo dell’opera esemplifica come il poetare di Innella sia articolato, nella versificazione, in “terzine”, strofe di tre versi. Il poeta presenta sinteticamente, nella Premessa, la lunga storia della “terzina” nella tradizione poetico-letteraria italiana, ricordando come fu il sommo Dante a concederle dignità. La terzina fu, in seguito, ripresa da Boccaccio e da Petrarca, da Matteo Palmieri e, finanche, da Machiavelli. Tornò in auge nella seconda metà del Settecento, in particolare, con Vincenzo Monti. Tra i contemporanei furono Eugenio Montale, Ungaretti e Campana a servirsene in modalità diversa. Rebora, infine, utilizzò la terzina: «come un ritorno alla metrica classica» (p. 7).
La terzina è strumento tecnico del quale Innella si avvale in forza della sua immediatezza espressiva, che consente di presentare al lettore la vita nuda nella sua singolare unicità, com’essa si mostra nel deserto della quotidianità moderna. Le terzine del poeta lucano-salernitano, tra l’altro studioso dell’esoterista Maria De Naglowska, sono una sorta di haiku, capaci di ri-velare, nella loro immediatezza, come l’attimo sia trascrizione della ritmica nella quale la vita si concede. Da un punto di vista generale, è possibile asserire che questi versi testimoniano la condizione lacerata e frammentaria del nostro ex-sistere. Il poeta patisce tale condizione e, pertanto, anela a una vita altra, piena, persuasa. Ha contezza, il nostro autore, del limite sul quale l’esistenza si costruisce, ma si espone, in immagini trasognate, oltre il confine rappresentato dalla morte, dal dolore, dall’in-solitudine urbana, desertica, del mondo contemporaneo. Le Terzine all’alba sono la testimonianza della condizione di isolamento nella quale oggi è costretto a vivere il poeta. Nonostante ciò, Innella è convinto che la poesia, in quanto esercizio di parresia, strumento che induce l’uomo alla ricerca del vero, è, come comprese Pound, l’unica possibile paideia che si possa esercitare nei confronti di noi stessi e dei nostri simili.
Le terzine di questa raccolta, sono “fotografie”, “scritture di luce” del nostro quotidiano, dalle quali traspare una non comune mestizia, il senso, finanche, di una sconfitta esistenziale che, si badi, non è mai definitiva. La luce si mostra all’improvviso, nella natura, nei suoi enti, nelle “piccole cose” pascoliane. Infatti, il poeta rileva: «La sofferenza/ un cerchio mobile/ in cui ricado» (p. 14). Il patire è trampolino di lancio, occasione di risveglio: «Dalla rupe/ il tuffo nel mare/ liberazione» (p. 17). Il poetare di Innella non testimonia la conquista definitiva della liberazione: essa è esperita quale tensione continua, non come possesso definitivo. La natura, in ogni caso, è vissuta quale realtà appagante: «Nel giardino/ la rabbia si spegne/ nell’odore dei fiori» (p. 19). La solitudine nella quale il poeta si trova, ha tratto ambiguo, con-fuso: «Le masse mi disgustano/ la solitudine mi opprime/ la follia mi esalta» (p. 22). È la mania ellenica, propria dell’autentico poeta, a rendere conoscibile come gli opposti, nella realtà, si diano con-fusamente, l’uno nell’altro. La libertà anelata è, comunque, di là da venire, non presente: «All’imbrunire/ voli d’uccelli/ la libertà lontana» (p. 25). Tutto è trascorrere eracliteo, metamorfosi del medesimo principio: «Fiume tranquillo/ fine del giorno/ il tempo passa» (p. 31). Per vivere nel principio, nell’origine, è necessario tacitare il chiacchiericcio mentale, pervenire all’Impermanenza buddhista: «Gira la mente/ nel Vuoto assoluto/ cerco la pace» (p. 34). Questa si manifesta nell’attimo: «Nell’alba radiosa/ Dentro la mia tazza/ il tè splende» (p. 45). Lo splendore della vita si mostra nelle cose finite: «Al mattino/ la mia finitudine sento/ sotto il cielo chiaro» (p. 48). Tale sentire è a-finalistico, esige che si ci lasci alle spalle i desideri reificanti: «portati via dal vento» (p. 65). Solo allora: «Il sole alto splende/ sull’acropoli greca» (p. 81).
La poesia di Innella è eco moderna di una possibile liberazione nel mondo, un risveglio nel limite delle nostre vite. Il finito va accettato per quello che è, qualora in esso si voglia cogliere il lucore dell’origine. Siamo vite nude e, nello stesso tempo, divine.
Franceso Innella, Terzine all’alba, prefazione di M. Nigro, Amazon, pp. 85, euro 5,02.





