
La Francia va alle primarie, modo tradizionale per selezionare i candidati alla Casa Bianca. Ma lì ci sono solo due partiti, Repubblicani e Democratici. L’unico candidato indipendente ad aver avuto una minima possibilità di raggiungere il Santo Graal è stato Ross Perot, nel 1992. Da allora? Niente. Persino Donald Trump, con un percorso politico tra i più altalenanti – un giorno tra i Democratici e l’altro tra i Repubblicani – ha infine accettato di partecipare a quelle famose primarie, nel 2016 e all’interno di quest’ultimo partito, prima di diventare il presidente che conosciamo, l’anno successivo.
Un esempio? Le primarie di Les Républicains (Lr) nel 2017. Sono favoriti Nicolas Sarkozy e Alain Juppé. Ma dal cilindro schizza François Fillon. Il minimo che si possa dire è che i suoi due avversari sono apparsi piuttosto cattivi perdenti: il miliardario libanese Robert Bourgi, vicino al presidente uscente, si è vantato sottovoce di aver affossato François Fillon durante la sua campagna, regalando al candidato i famigerati completi da quasi 8.000 euro l’uno. Poiché stessi effetti producono molto spesso stesse cause, c’è da scommettere che nessuno esca bene da queste primarie, sia a sinistra, sia a destra.
Fermento qui
Nel Partito socialista (Ps), Olivier Faure, il suo primo segretario, ha ufficializzato domenica 30 agosto la partecipazione alle primarie del partito. Una contesa a cinque: Olivier Faure, appunto, ma anche il simpatico Philippe Brun, che si vanta di un profilo piuttosto social (il che non è incongruo per un socialista) e Jérôme Guedj, sostenitore di una linea “universalista” e “repubblicana”, il che non impegna a nulla e soprattutto non costa nulla. C’è poi Raphaël Glucksmann, non iscritto al partito di François Mitterrand, ma presidente del club “Place publique”, che lo stesso Olivier Faure aveva cercato per guidare la lista socialista alle elezioni europee del 2019. Poi, tra i redivivi, Ségolène Royal, che ha conti in sospeso con la casa madre, che non l’ha particolarmente sostenuta durante le elezioni presidenziali del 2007, quando fu sconfitta da Nicolas Sarkozy. E c’è ancora François Hollande, ulteriore scheletro uscito dall’armadio in mutande a fiori, che si vedrebbe bene in quel ruolo, nel caso ci fosse l’occasione.
Renaud Dély, esperto conoscitore dei meandri della defunta prigione situata in rue de Solférino a Parigi, analizza la situazione per France Info: “Olivier Faure si candida per fare da barriera al favorito, Raphaël Glucksmann. (…) Inoltre, perché la sua candidatura fa piacere a Jean-Luc Mélenchon. (…) E il ribelle può sperare di trovarsi di nuovo al centro della disputa interna, di cui è il principale motivo di discordia”. Eccoci qui. Questa sinistra, a lungo considerata “di governo”, non sa più bene dov’è, ossessionata com’è sia dalla figura mefitica di Mélenchon, sia dalla possibilità di vederlo contro Marine Le Pen al secondo turno delle prossime presidenziali.
In sintesi, questa sinistra vecchio stile non combatte per difendere i propri colori, ma per scongiurare il peggio. Un “peggio” su cui, del resto, non riesce più a trovare un accordo, non sapendo bene chi, tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, rappresenterebbe il male minore.
Trambusto là
Neanche a destra si festeggia: situazione più confusa che mai. C’è ovviamente Édouard Philippe, un tempo campione dei sondaggi, ma la cui stella splende sempre meno: partito da oltre il 30%, oggi è sotto il 20%. Cosa ancora più fastidiosa: se la sinistra ha raggiunto un accordo di massima sul principio delle primarie, Édouard Philippe non le vuole, convinto com’è di poterne fare a meno. Ma Bruno Retailleau, entrato nel governo Macron senza che si capisse perché, per lasciarlo senza che si intuissero le ragioni, e David Lisnard, il simpatico liberale di turno (3% di intenzioni di voto nei sondaggi elettorali), non sarebbero contrari. Lo stesso vale per Laurent Wauquiez, mai a corto di cattive idee, che invita a mostrarsi “disruptivi”, neologismo di moda tra i falchi ormai superati. E insiste pesantemente su Le Figaro di lunedì 31 agosto: “Avere più candidati di destra al primo turno significa privarli tutti di una dinamica di campagna, significa correre il rischio che nessuno arrivi al secondo turno e offrire su un piatto d’argento a Jean-Luc Mélenchon il biglietto per il secondo turno”. E il quotidiano cita una voce vicina all’ex presidente del Consiglio regionale dell’Alvernia-Rodano-Alpi: “Queste primarie sono un gioco di inganni tra gli uni e gli altri, perché, evidentemente, non ci sono le condizioni necessarie”.
Questa primaria, che dovrebbe unire la destra della destra alla destra del centro-sinistra, ha contorni a dir poco vaghi: potrebbe spaziare, grosso modo, da Gabriel Attal a Sarah Knafo. Tanto più che anche Xavier Bertrand e Bruno Le Maire intendono far valere il loro peso.
Sondaggi all’infinito…
In altre parole, la corsa al secondo turno si giocherà su un soffio. La situazione sarà ancora più serrata, poiché Édouard Philippe è ancora indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici, favoritismo e abuso d’ufficio come sindaco di Le Havre. Giudici, che spesso si credono giustizieri mentre hanno solo il compito di rendere giustizia, hanno rovinato la carriera di François Fillon per molto meno di questo. Da qui il vantaggio di Marine Le Pen, per la quale le umiliazioni giudiziarie sono ormai quasi passate.
Nel frattempo, i resti degli ex grandi partiti, Lr e Ps, si divertono con le primarie, invece di sostenere il meno peggiore tra loro, Édouard Philippe. Politicamente non è logico, ma questa è la natura umana. Di lui si dirà che è carino e ha la fronte bassa come un primate. E un primate per le primarie va bene.







