
Il calendario dell’autunno politico ha una data che vale più di qualunque rilevazione demoscopica. Il 9 settembre la riforma elettorale approda in Aula al Senato, con sedute l’11 e il 14; il 15 sono calendarizzate le dichiarazioni di voto e il voto finale. Poi resterà la terza lettura a Montecitorio, che Palazzo Chigi vorrebbe chiudere entro ottobre per non trovarsela addosso insieme alla legge di bilancio. Conviene dirlo subito, perché è il punto attorno a cui ruota tutto il resto: quella legge non parla di Roberto Vannacci, ma stabilisce le regole con cui il centrodestra dovrà rispondere alla domanda che porta il suo nome. E la stabilisce prima che la domanda venga posta apertamente.
Lo Stabilicum — o Melonellum, a seconda di chi lo racconta — è un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un tetto rispettivamente a 220 deputati e 113 senatori, assegnati alla lista o coalizione arrivata prima che superi il 42 per cento. Sono spariti i collegi uninominali. È sparito, rispetto alla prima stesura, anche il ballottaggio. E se la soglia non viene raggiunta anche in una sola delle due Camere, il premio semplicemente non scatta: proporzionale puro, e buonanotte.
Ora si prendano i numeri. Nella rilevazione BiDiMedia del 26 agosto Fratelli d’Italia cala per il secondo mese consecutivo al 25,4 per cento, la Lega scende sotto il 5 al 4,8, Forza Italia resta al 7,3 e Futuro Nazionale sale all’8, diventando il quarto partito italiano. Il dato politicamente decisivo, però, è quello di coalizione: il centrodestra allargato a Futuro Nazionale sta al 47,2 per cento, il centrodestra senza Vannacci scende al 39,2, con la flessione più marcata dell’intera rilevazione.
Trentanove e due. La soglia è quarantadue.
Un avvertimento di metodo è doveroso, e chi scrive da destra farebbe bene a darselo per primo, invece di aspettare che glielo diano gli altri: un singolo istituto non fa una tendenza. Winpoll, il 27 agosto, registra una prima frenata di Futuro Nazionale; Piepoli, il giorno dopo, vede le coalizioni sostanzialmente in parità e Fratelli d’Italia in ripresa a spese di Forza Italia. Resta aperta la possibilità che l’estate sia stata il picco di FN e non la sua base di partenza: è successo altre volte, ai partiti personali italiani, e il ciclo di vita di quelle formazioni è storicamente breve. Ma la direzione di marcia è la stessa da mesi, e non è soltanto demoscopica: in Friuli Venezia Giulia Futuro Nazionale rivendica circa cinquemila iscritti in quattro mesi, contro le 995 tessere rinnovate dalla Lega. Il travaso ha smesso di essere un umore e ha cominciato a diventare un’organizzazione.Il premio di maggioranza, insomma, trasforma un problema di equilibri interni in una questione esistenziale. Non è un bonus: è la differenza fra governare e non governare.
Nel testo approvato dalla Camera c’è un comma di cui si è parlato poco e che merita più attenzione di dieci retroscena. L’esonero dalla raccolta delle firme è riservato alle forze che disponevano di un gruppo parlamentare costituito prima del 31 dicembre 2025. Futuro Nazionale, nato il 6 febbraio 2026 con quattro deputati, non rientra nella condizione. Accanto, la norma anti-frammentazione a firma di Paolo Emilio Russo (Forza Italia): i voti delle liste alleate che non superano il 3 per cento, e che non siano il miglior perdente, non concorrono alla cifra elettorale di coalizione. Tradotto: nessuno dei due poli potrà permettersi più di un cespuglio a rischio, e le forze minori sono spinte a confluire nelle liste già esistenti.
Non c’è nulla di scandaloso, in tutto questo. Ogni maggioranza scrive le regole che le convengono, e chi oggi grida al vulnus lo ha fatto quando poteva. Ma va detto con chiarezza che cosa quelle norme comunicano: descrivono una coalizione progettata da chi ci sta già dentro, con una barriera all’ingresso per chi è arrivato dopo. È una risposta alla questione Vannacci. Solo che è una risposta data per omissione, e data prima della trattativa anziché dentro la trattativa. Chi ha voluto quella clausola dovrebbe sapere che il conto, se il 42 per cento non arriva, si paga per intero.
C’è poi un precedente che pesa. Il 14 luglio l’emendamento della maggioranza sulle preferenze è caduto a scrutinio segreto per un solo voto: 187 sì contro 188 no. Il 5 agosto la coalizione ha ricucito in un vertice a casa della premier con Salvini, Tajani e Lupi, concordando un emendamento unitario, firmato da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e UDC, da depositare entro il 1° settembre: modello toscano, capolista bloccato più sei nomi, fino a tre preferenze di cui almeno una di genere diverso, alternanza rafforzata estesa anche ai capilista.
L’accordo è una buona notizia sul merito — le liste totalmente bloccate erano indifendibili davanti al proprio elettorato — ma non risolve il problema che il 14 luglio ha messo in piazza. Una maggioranza che perde una votazione per un voto nel segreto dell’urna, dopo quattro anni di legislatura, sta dicendo qualcosa sul proprio stato di salute interno. Il 15 settembre al Senato, e ancora di più la terza lettura alla Camera, misureranno se la firma congiunta di cinque partiti regge alla prova della cabina.
Sul piano politico le posizioni sono note e distanti. Vannacci, nell’intervista a La Verità del 10 agosto, rivendica che Futuro Nazionale debba essere il principale interlocutore del centrodestra, dichiara di non aver mai avuto interlocuzioni con membri dell’esecutivo e dice di attendere una telefonata della premier, che definisce «la padrona di casa». Meloni, dalle colonne di Chi due giorni dopo, liquida la questione: Vannacci non è né un problema né una risorsa. Salvini aveva chiuso già a fine giugno. Occhiuto, per Forza Italia, ha ribadito il no. Dentro Fratelli d’Italia il viceministro Cirielli ha aperto, e il partito si è affrettato a derubricare l’apertura a opinione personale. Qui sta il punto che un giornale di destra ha il dovere di affrontare per intero, invece di scegliere il corno del dilemma che gli piace di più.
L’allargamento ha un costo, ed è alto. Il consenso all’ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione crolla al 26 per cento fra gli elettori di Lega e Forza Italia. E gli elettori di FN non sono elettori di centrodestra semplicemente in transito: nella stessa rilevazione di fine agosto la fiducia in Meloni fra loro scende al 62 per cento e quella nel governo al 50, entrambe in calo. Una parte di quel bacino è protesta, non attesa di riconciliazione. Chi immagina un riassorbimento indolore non ha guardato i numeri. La rinuncia, però, ha un costo altrettanto preciso, ed è quel 39,2. Non è un’ipotesi retorica: è la soglia del premio, moltiplicata per settanta seggi. Non esiste, in questa partita, un’opzione gratuita. Esistono due prezzi, e la classe dirigente della coalizione deve dire quale dei due è disposta a pagare — possibilmente prima di aprile, e possibilmente dicendolo ai propri elettori invece che alle proprie correnti.
Resta l’interrogativo che tutti girano attorno e nessuno formula. Perché Futuro Nazionale cresce?
Le spiegazioni comode sono due, e sono entrambe rassicuranti: il carisma del generale e la debolezza di Salvini. Nessuna delle due spiega perché la crescita sia costante da sei mesi. La domanda che FN intercetta — sicurezza urbana, immigrazione, insofferenza per l’agenda di Bruxelles, ostilità alla spesa militare per Kiev — è la stessa domanda che il centrodestra ha mobilitato nel 2022. La differenza è che da quattro anni quella domanda viene amministrata anziché rappresentata.
Ed è un esito, in larga parte, fisiologico. Governare significa scegliere, e ogni scelta consuma una parte del mandato ricevuto: i vincoli europei, gli impegni atlantici, i conti pubblici da tenere in ordine non sono tradimenti, sono il prezzo della responsabilità. Il 4 settembre, a Bari, i meloniani festeggeranno il record di longevità dell’esecutivo, e avranno ragione di farlo: la stabilità è un risultato, non un dettaglio.
Ma quattro anni di governo producono automaticamente un consuntivo, non automaticamente un’identità. E la sfida degli ultimi mesi di legislatura non è tecnica: è capire se la destra di governo arriva al 2027 con una proposta per la legislatura che viene, o soltanto con il rendiconto di quella che finisce. Perché se ha solo il rendiconto, il quarto polo non è un incidente. È una diagnosi.
Il 15 settembre, al Senato, non si voterà su Roberto Vannacci. Si deciderà però con quali regole il centrodestra dovrà rispondere alla domanda che porta il suo nome — e se quella risposta la scriverà lui, o gliela scriveranno addosso.








Che tristezza vedere ad un consesso come a Cernobbio un anziano Monti che, per contenere la lucidità d’un giovane generale, deve tirare fuori fez e gagliardetti e indecorosamente buttarli sul tavolo. E’ certamente più semplice e sbrigativo usare questi sbrigativi metodi per evitare una discussione ben più seria e profonda. Proprio da lui, “dotto” insegnante universitario e protagonista della intellettualità alla bonacciniana, privo ormai della capacità di trattenere la delicata palla ed evitare di buttarla nervosamente in tribuna, non trovando di meglio che magari rischiare una possibile accusa di apologia del Fascismo a causa di questi insistenti richiami a Mussolini che potrebbero persino invogliare qualche italiano a studiare ben più seriamente le pagine del Ventennio. Comunque, grazie agli applausi “sicuramente disinteressati” e consolatori, potrà gustare la solita tisana serale con veliarda soddisfazione.
Ringrazio Edoardo Colzani per la sua analisi lucida e chiarificatrice per un elettore -come me- che votava Fratelli d’Italia solo perchè riteneva che fosse l’unica formazione politica ad opporsi seriamente al sinistrume di tutte le risme ed ai “poteri forti”,; ma poi ,essendo sotto il costante ricatto -fino a qui- degli opportunisti di Forza Italia sono più che convinto di votare Futuro Nazionale e andrò a sottoscriverlo al momento della raccolta delle firme .
Monti è ripugnante
Effettivamente il “grande” professor Monti ha bruciato una discreta occasione nel fallito confronto col Generale. Cerchiamo di scusarlo un po’ a causa d’una probabile pressione psicologica su temi per lui ormai logori che evidentemente gli forniscono più guai che complimenti sinceri.