
Quel che ci precede è la terra ed è uno sfregio al sacro più che all’etica, violarla. L’etichetta che deriva dell’etica sarà anche glamour – nientemeno che con un neologismo, ecocidio… – ma il Creato, basti pensare al Poverello d’Assisi, esige laude e farne strame è piuttosto “peccato”.
Un peccato grave se la Commissione Teologica Internazionale, con l’imprimatur di Papa Leone, ha pubblicato il documento Prendersi cura della nostra Casa comune. Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario, che propone di definire la devastazione della Casa comune come «peccato contro il creato e contro il Creatore».
Più che l’introduzione formale di un nuovo peccato, che al momento non ha percorso i passi necessari per rientrare in quelli presenti nel Catechismo, è piuttosto il tentativo di dare una forma teologica precisa a una responsabilità che il magistero cattolico riconosce da tempo e che con Papa Francesco, soprattutto attraverso la Laudato si’, si era confermata al centro della riflessione della Chiesa.
La Commissione spiega esplicitamente di preferire una formulazione appartenente al linguaggio della fede rispetto a termini provenienti da altri campi, come appunto “ecocidio”. Il danno, infatti, descrive ciò che accade alla natura, e il peccato contro il creato rimette al centro la relazione dell’uomo con ciò che gli è stato affidato e, attraverso di esso, con Dio. Creato è difatti parola irriducibilmente sacrissima e conseguenziale. Ciò che esiste, ecco la conseguenza, proviene da un’origine.
Nel Cantico delle creature di San Francesco il sole è «frate Sole», l’acqua è «sor’Acqua», il fuoco è fratello, la Terra contemporaneamente sorella e madre. Eppure, difficilmente si potrebbe trovare un testo più distante dall’idea di una natura concepita come semplice disponibilità di risorse, nonostante il Cantico sia spesso considerato pretestuosamente un manifesto ambientalista ante litteram. Scopo ultimo di San Francesco è di lodare Dio attraverso la natura. Il sole è splendido perché dell’Altissimo “porta significazione”. E le creature rinviano al Creatore, giammai prendono il suo posto, nonostante il vizio di leggere il passato con la lente del presente, e dunque il Cantico come immerso nell’universo moderno della conservazione ambientale, sia sempre dietro l’angolo. È il liber creaturarum la tradizione a cui guardare, il grande libro nel quale il mondo visibile può essere letto come traccia dell’invisibile, che la parola “creato” contiene e che la parola “ambiente” inevitabilmente perde.
La religione da sempre occupa precisamente questo spazio rifiutando pertanto di ridurre la questione ecologica alla sola amministrazione efficiente delle risorse. Il documento parla di perdita della biodiversità, qualità dell’acqua, inquinamento, sistemi produttivi e consumo energetico. Collega la devastazione ambientale alle guerre, alla povertà, allo sfruttamento delle risorse e alle diseguaglianze. Ma afferma contemporaneamente che le sole soluzioni tecniche non bastano, perché occorre una “conversione”, cioè una trasformazione del modo nel quale l’uomo concepisce se stesso e il proprio posto nel mondo.
LaTerra ci precede e ci è stata data. L’uomo mantiene una precisa posizione nella creazione, e proprio tale posizione ne aumenta la responsabilità più che autorizzarne il dominio. In questo senso la riflessione di Leone XIV prosegue esplicitamente quella del suo predecessore, Papa Bergoglio, che aveva definito “antropocentrismo situato” la posizione dell’uomo dentro una rete di relazioni di cui possiede una responsabilità particolare.
La Commissione insiste non soltanto sulle azioni, ma anche sulle omissioni. Si può peccare contro il creato facendo qualcosa, ma anche decidendo di non fare ciò che sarebbe necessario fare. E soprattutto si può farlo individualmente oppure attraverso quelle che la tradizione cattolica definisce “strutture di peccato”, dunque sistemi economici e sociali nei quali la responsabilità sembra disperdersi proprio perché nessuno può attribuirsela interamente. Ed è qui che la nozione di peccato acquista un significato che va ben oltre il tracciato del vocabolario ambientalista, introducendo nella discussione ecologica la categoria della colpa, qualcosa che né il dato scientifico né la rivendicazione politica possono contenere pienamente. E, insieme alla colpa, la possibilità della conversione e dunque della redenzione.
L’ambientalismo contemporaneo parla necessariamente il linguaggio dell’urgenza, il 2030, il 2050, gli scenari climatici, il tempo che rimane per intervenire. Dentro questo tempo quantitativo la Chiesa ribadisce invece la dimensione dell’Eterno, la persistenza di una riflessione che contempla il sacro. Alla scienza e all’ambientalismo la teologia aggiunge una terza via, più antica, che rimanda all’origine del mondo. E definirlo “Creato” indica già la via, il percorrere un sentiero altrimenti “interrotto”.
(Rubrica Caravanserai, da SkyTgInsider)






