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Sabato italiano. Il popolo sceglie. Ma non il primo

Legge elettorale: non si scrive il nome del singolo candidato, ma si barra la casella accanto a quello già stampato sulla scheda. La democrazia, è il caso di dirlo, ci risparmia la calligrafia. E il cittadino torna a scegliere, anche se dal secondo nome in poi

di Spartaco Pupo
12 Settembre 2026
in Politica
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Sabato italiano di Spartaco Pupo

Giovedì scorso il Senato ha approvato l’emendamento che reintroduce le preferenze nella legge elettorale: fino a tre, con alternanza di genere, mentre il capolista resta bloccato. Non si scrive il nome del singolo candidato, ma si barra la casella accanto a quello già stampato sulla scheda. La democrazia, è il caso di dirlo, ci risparmia la calligrafia. E il cittadino torna a scegliere, anche se dal secondo nome in poi.

Giorgia Meloni ha ragione: alle politiche le preferenze mancano dal 1993 e la sinistra che oggi le invoca non può presentarsi come una vedova inconsolabile. È vero che l’Italicum renziano le prevedeva per i candidati successivi al capolista bloccato, ma quella legge non arrivò mai alla prova delle urne. Insomma, le preferenze c’erano, ma nessun elettore ebbe mai il piacere di incontrarle.

A riportare oggi le preferenze è la destra. Il che, sul terreno della lotta alla «partitocrazia», come si diceva una volta, ha un certo sapore storico. Con il ritorno di Almirante alla segreteria nel 1969, l’«alternativa al sistema» comprendeva esplicitamente la critica al dominio dei partiti sulla vita pubblica, un tema che divenne uno dei tratti distintivi del MSI-DN negli anni Ottanta. Le preferenze allora c’erano già, ma la diffidenza verso i partiti padroni della rappresentanza appartiene a quella storia.

Resta il capolista bloccato. E potrebbe non essere, di per sé, un male. FdI ha valutato le preferenze pure, ma Lega e Forza Italia hanno frenato e ha prevalso il compromesso. È la politica, bellezza. L’effetto, però, è curioso: si restituisce all’elettore la penna dopo aver già compilato la prima riga.

Il premio di maggioranza passa inoltre attraverso listini bloccati per 70 deputati e 35 senatori. È stato chiarito che quei candidati coincidono con capilista nei collegi. Non si aggiunge dunque un secondo gruppo di nominati, ma resta comunque ai vertici una parte della selezione.

Ed è qui che si vedrà che cosa i partiti intendono davvero per classe dirigente. Le preferenze, infatti, non è detto che siano la panacea. Rischiano di alimentare clientele, notabilati e voto di scambio, e non tutti quelli che possono garantire qualità alla politica sono campioni di preferenze. Ci sono persone radicate nei territori che non dispongono né di pacchetti di voti né di eserciti personali, ma godono di autorevolezza e buona reputazione e sono in grado di offrire competenza, profondità di pensiero e pulizia morale. Se i partiti vogliono tenersi una quota di scelta, perché non usarla per persone così, anziché mettere al sicuro i fedelissimi? Il problema non è la cooptazione in sé, ma chi si coopta: chi ha qualcosa da dire oppure chi sa già a chi dirà di sì?

Questa legislatura, diciamolo francamente, non ha certo offerto un Rinascimento parlamentare, né per iniziative né, qualche volta, per condotte. E qualche veterano riciclato, specialmente a destra, ha confermato che l’anzianità di servizio non coincide necessariamente con la freschezza di idee.

La preferenza non garantisce il migliore, è vero, ma almeno divide le responsabilità: se sbagliano gli elettori, niente alibi contro i partiti; se sbagliano i partiti nei posti blindati, niente alibi contro gli elettori.

Spartaco Pupo

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Tags: legge elettoraleSpartaco Pupo

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