
Mancano pochi mesi alle elezioni politiche e, come prevedibile, si surriscalda il dibattito su alleati, coalizioni e prospettive di governo. A tal proposito, uno dei temi più discussi è quello relativo alla leadership del cosiddetto “campo largo”, ossia quella ampia coalizione che, almeno nell’immaginario dei suoi fautori, dovrebbe unire la sinistra, dal centro fino alle sue ramificazioni più radicali.
Certo, trovare un leader è cosa buona e giusta, così come sembrerebbe persino scontata, a meno che le ambizioni personali o partitiche non finiscano per diventare degli ostacoli. Tuttavia, è altresì evidente come non basti un leader per riuscire a fare sintesi tra partiti e movimenti con sensibilità spesso, e volentieri, profondamente in contrasto tra loro.
Nel dibattito delle ultime ore si è inserito il professor Cacciari, uno di quelli che, nella sua lunga carriera, non ha mai avuto problemi a dire la propria, anche quando controcorrente. E dunque: “Il campo largo? Alleanza senza idea del mondo”. Parole che fanno riflettere, considerando che il professore non è certamente un elettore del centrodestra e, senza dubbio, di Destra non è mai stato.
E aggiunge: “Un’unità politico-strategica non può nascere soltanto dal primum vivere” (prima bisogna vivere, poi fare filosofia), lasciando ben intendere che non basta unirsi “e vivere”, se quel “vivere” non è mosso da basi, o radici ideali e ideologiche, solide o quantomeno condivise.
D’altronde, è legittimo domandarsi: con quale credibilità ci si presenta alle elezioni se ci si scontra su tutto e ci si unisce esclusivamente in nome di un antagonismo permanente verso qualcun altro? Come può essere legittimato qualcosa soltanto perché è antitesi e non perché rappresenta, al contrario, un’affermazione?
È un quesito che dovrebbe far riflettere chi, storicamente e ancora oggi, pensa che si possa fondare l’azione politica contro qualcuno, piuttosto che verso qualcosa.
Prosegue Cacciari: “Le coalizioni serie si costruiscono sulla base di analisi, di dibattiti, attraverso mozioni congressuali…”. Un’affermazione sacrosanta, che si scontra non solo con le divisioni tra i partiti del cosiddetto “campo largo”, ma anche, e soprattutto, con quelle interne agli stessi partiti.
Penso, per esempio, al posizionamento rispetto alla guerra in Ucraina. Chi sarebbe mai capace di trovare una sintesi tra il Movimento 5 Stelle, che della volontà di uno stop alle armi a Kiev non fa mistero, e il Partito Democratico, sostenitore di una posizione sostanzialmente opposta? E chi sarebbe poi capace di fare sintesi tra le correnti riformiste del PD e quelle più vicine alle posizioni del M5S, divise fra loro e, non di rado, pronte a nuove fratture?
Una presa di coscienza che, come sottolinea Cacciari, sottende una debolezza evidente di questi partiti, ormai incapaci, rispetto a quanto avveniva nel PCI o nella DC, di alimentare confronti interni su basi ideali e ideologiche, di elaborare visioni di lungo periodo, preferendo rincorse elettorali e sparate propagandistiche.
Un modus operandi sempre più legato al “contingente”, piuttosto che ad una visione.
Sorprende, dunque, osservare come il dibattito interno al “campo largo” finisca per esaurirsi quasi esclusivamente nella scelta del leader. Ma forse, dietro questa apparente sorpresa, c’è semplicemente la nuda realtà: l’unico obiettivo è “vivere” per contrastare il centrodestra. Poco importa come, e soprattutto con quali obiettivi.
Nessuno nega che una coalizione possa nascere dall’esigenza di battere qualcuno. Ma per governare un Paese, prima o poi, occorre spiegare per che cosa ci si vuole battere.






E’ così evidente che ogni commento è superfluo. IL campo largo, espressione che fa solo ridere, è una banda di scappati di casa