
La morte cerebrale è un «quadro clinico» con relativa «diagnosi di morte» elaborato nel 1968 ad Harvard e introdotto negli anni ’70 nella giurisprudenza degli Stati d’Occidente, in Italia nel 1975. Si tratta del criterio di accertamento della morte che giustifica e legittima l’espianto e il trapianto di tutti quegli organi umani che non possono essere prelevati «ex cadavere».
Come spiegano le enciclopedie on line, i criteri tradizionali di «accertamento della morte naturale» come l’arresto dell’attività cardiaca e la fine della circolazione sanguigna, non consentivano dal punto di vista etico e giuridico «questo tipo di interventi».
Il saggio provocatorio e documentato di Alfredo De Matteo (L’inganno della morte cerebrale. Trapianti, eutanasia e una nuova antropologia, 2026) si chiede se la «morte cerebrale» non abolisca o almeno intacchi la «dignità ontologica» dell’essere umano, ridotto ora ad «autocoscienza, autonomia e prestazioni cognitive» in assenza delle quali, la persona perderebbe di fatto la propria «dignità» e «intangibilità».
L’autore, psicologo di formazione ed esperto di questioni bioetiche, ripercorre per i non addetti ai lavori, la storia della nozione di «morte cerebrale» mostrandone la «fragilità scientifica ed epistemica» anche attraverso l’analisi dei suoi presupposti filosofici, concludendo il saggio con una critica ragionata alle conseguenze giuridiche e legali della stessa.
Conseguenze che sono di estrema attualità, visto che in più di un caso, ed anche in Italia, il criterio «dell’encefalogramma piatto» con la scomparsa delle «funzioni corticali» ha permesso a medici e chirurghi di iniziare il prelievo di organi vitali (come il cuore o i polmoni) da pazienti ritenuti «cerebralmente morti». I quali però si sono risvegliati proprio durante l’operazione di espianto ed hanno poi ripreso una vita, magari fortemente diminuita, ma «cosciente» e sicuramente «umana».
A ben vedere poi, esiste un legame logico, benché raramente rilevato, tra «morte cerebrale», eutanasia del malato inguaribile e aborto (anche con il nascituro a cuore battente), ed è questo: quando l’essere umano non è più (o non è ancora) pienamente «funzionale» per l’incapacità di compiere le tipiche azioni dell’uomo sviluppato e in salute, allora la sua dignità e indisponibilità sembrano evaporare o almeno farlo considerare socialmente «meno uomo» degli altri.
Così l’embrione nel ventre materno, il malato terminale o l’uomo «cerebralmente morto» risultano in qualche modo «meno persone» degli altri cittadini, anche se di poco o di pochissimo: ma è proprio questo «poco» (che di norma coincide con l’auto-coscienza) ciò che basta per «staccare la spina» del macchinario che li teneva in vita.
Si pensi al celebre caso di Terri Schiavo fatta morire di fame e di sete nel 2005, proprio perché giudicata «cerebralmente morta» e in «stato vegetativo persistente». E ai casi analoghi di Vincent Lambert in Francia o dei poveri bambini inglesi Charlie Gard e Alfie Evans, lasciati morire perché considerati «clinicamente morti» mentre il loro cuore pulsava e nessun processo di necrosi era scientificamente costatabile. Il rischio è che ciò possa ripetersi ed anzi normalizzarsi in futuro, proprio per la fluidità connessa al concetto di «morte cerebrale».
Secondo De Matteo, la cultura contemporanea «accettando il criterio della morte cerebrale» ha avallato una «trasformazione antropologica profonda»: l’uomo non sarebbe più «unità di anima e corpo» ma un mero «aggregato di funzioni» e quando queste vengono giudicate «irrecuperabili» da un comitato competente, è l’uomo stesso ad essere sacrificato sull’altare «dell’efficienza, dell’utilità e finanche del profitto».
Detto questo, non vogliamo negare ogni legittimità morale a qualunque trapianto di organi tra umani, come non la nega il costante Magistero della Chiesa (cf. CCC, n. 2296). Già nel 2000 infatti s. Giovanni Paolo II definì i trapianti una «grande conquista della scienza al servizio dell’uomo». Ma è evidente che sarebbe falso e irragionevole affermare che la morte cerebrale sia un criterio valido e indiscutibile di accertamento della morte, per il fatto che il trapianto degli organi è «utile» alla specie umana.






