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Crisi. Cresce il debito? Il governo studia nuove privatizzazioni tra Eni e Rai

Pubblicato il 28 ottobre 2013 da Francesco Filipazzi
Categorie : Economia

eniCi risiamo. Il governo Letta, nella persona del ministro dell’Economia Saccomanni, annuncia che per abbassare il debito pubblico sono allo studio delle privatizzazioni delle aziende a partecipazione statale. Non solo immobili in disuso e caserme, ma anche Rai e Eni. Per quanto riguarda la tv pubblica, si tratterebbe di mantenere in mano statale solo una rete, per cedere il resto. Nel caso di Eni si tratterebbe di cedere ulteriori quote azionarie.

Le reazioni, soprattutto riguardo la Rai,  non si sono fatte attendere. Il Pd si dichiara contrario. Giorgio Merlo dichiara come «la privatizzazione della Rai semplicemente non esiste. Anche se sappiamo che c’è un ampio fronte politico trasversale che punta alla liquidazione del servizio pubblico radiotelevisivo e alla svendita della Rai». Anche il Pdl sembra contrario alla cessione, con Maurizio Gasparri che, dopo aver dato letteralmente dell’incapace a Saccomanni, propone di vendere rami di azienda o di quotarla in borsa.

Il mondo sindacale è compattamente contrario all’ipotesi di cessione. L’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, sul sito scrive: «La Rai non può essere ridimensionata. E il servizio pubblico non serve a far cassa. Nulla di tutto questo era nel mandato di questo governo. Ciò che l’Europa ci chiede sul servizio pubblico non è né la vendita né lo smantellamento. Ma nuove norme per liberarla dai partiti e dai governi». Sempre dal mondo sindacale Angeletti, Uil,  dichiara che «sulle privatizzazioni non bisogna fare propaganda. Ci sono privatizzazioni e privatizzazioni, ci sono aziende e aziende; cedere un po’ più di Eni o Terna lasciando il controllo in mano al Tesoro non sarà un grande problema. Tutt’altra cosa invece cedere il ramo assicurazioni di Poste Italiane, perché questo significa indebolire un’azienda che non deve essere assolutamente indebolita».

In realtà la questione che rimane sotto traccia, è la vendita delle aziende strategiche e il conseguente impoverimento del comparto industriale che ha un intrinceco valore strategico. Dopo le “privatizzazioni all’italiana” dell’epoca Iri, allo Stato rimangono aziende come Finmeccanica, Ansaldo, Eni, Enel e Terna. Aziende in attivo, che permettono in alcuni campi un’autonomia, seppur limitata, rispetto ai colossi stranieri. Sia questo governo che il precedente hanno più volte parlato però della cessione di quote azionarie, o addirittura di aziende intere, che finirebbero in mano a grossi gruppi stranieri.

@cescofilip

Di Francesco Filipazzi

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