
Sonny Rollins ci ha lasciati da poco. A 95 anni, il sassofonista newyorkese ha scritto pagine indelebili nella storia del jazz, portando avanti uno stile unico: un suono potente, una voce strumentale riconoscibile e la capacità di trasformare idee musicali semplici in improvvisazioni complesse e geniali. Ha inciso capolavori come Saxophone Colossus (1956) e The Bridge (1962), collaborando con giganti quali Thelonious Monk e John Coltrane, che Rollins definì «i miei più grandi amici nella musica».
Nel 1959, Rollins si ritirò temporaneamente dalle scene per esercitarsi in solitudine sul Williamsburg Bridge di New York, un gesto radicale che contribuì a perfezionare il suo stile e a costruire il mito del Saxophone Colossus.
L’anno scorso, per i tipi del Saggiatore, è uscito Taccuini, un memoir piccolo ma densissimo, scritto dallo stesso Rollins. Non è una classica autobiografia cronologica: è una raccolta di pensieri, appunti intimi, aforismi e diari privati scritti nell’arco di oltre cinquant’anni. Il volume, curato dallo studioso Sam V.H. Reese e tradotto magnificamente da Marco Bertoli, spalanca le porte del “laboratorio mentale” del musicista, mostrando il cantiere creativo dietro una delle voci più influenti del jazz.
I diari partono proprio dal 1959, l’anno del ritiro sul ponte: Rollins annota riflessioni sulla disciplina, sulla ricerca del suono e sulla necessità di ritrovare la propria voce lontano dai riflettori. Notevoli anche le meditazioni sul futuro del jazz, che l’autore paragona alle nuvole: «mai uguali a se stesse, ma costantemente cangianti». Per Rollins, il vero jazz deve mutare di nota in nota: l’essenza della sua arte risiede nell’impossibilità di suonare la stessa nota nello stesso modo due volte.
Rollins rifiuta inoltre l’idea di confinare il jazz in definizioni identitarie o commerciali. Pur essendo un fiero sostenitore dei diritti civili e un critico del razzismo sistemico, non accetta che il jazz venga ridotto a un genere isolato. Una delle riflessioni più potenti del libro recita: «Qualsiasi definizione che cerchi di separare Johann Sebastian Bach da Miles Davis sconfigge il suo stesso scopo di fare chiarezza». Per Rollins, il jazz è un continuum della creatività umana, un ponte tra epoche, culture e linguaggi.
L’opera si chiude con un lascito concettuale — anche titolo di uno degli ultimi capitoli — in cui Rollins riflette sui vari aspetti della vita: il rapporto fra mente e corpo, dialoghi immaginari con Dio, e persino il modo migliore per indossare le bretelle. Apparentemente marginale, ma rivelatore se inserito nel quadro della sua filosofia quotidiana.
Taccuini non è un manuale per sassofonisti né un vademecum per esperti di jazz. È una chiave d’accesso universale alla psicologia della creazione artistica e al prezzo umano, mentale e fisico che si paga per inseguire l’assoluto nell’arte.
Ora che un gigante della musica nera ci ha lasciati, la lettura di questo volume non serve solo ad arricchire la libreria di chi già conosce Rollins: è un invito per chi non ha ancora esplorato a fondo la sua produzione a scoprire il pensatore oltre l’artista, l’uomo oltre il mito.
Sonny Rollins, Taccuini, Il Saggiatore, pp. 200, 19 euro.





