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L’intervista (di A. Di Mauro). Lo scrittore Genovesi: “Gli archetipi sopravvivono alla contemporaneità”

Pubblicato il 20 Novembre 2019 da Alessio Di Mauro*
Categorie : Le interviste
Legionario romano

Legionario romano

L’eclissi del mito e lo sfratto esecutivo degli dèi e di ogni riferimento ai valori tradizionali dall’orizzonte esistenziale degli uomini, sono forse i tratti distintivi che meglio caratterizzano la nostra epoca dominata dallo strapotere della scienza e ell’ipertecnologia.

È per questo che ogni volta che si aggiunge un nuovo capitolo alla ormai quasi decennale saga della Legione Occulta del “maestro italiano del fantasy storico” (cit. Andrea Frediani) Roberto Genovesi, non possiamo che occuparcene con rinnovato entusiasmo.

La dimensione metafisica del mito propria di Roma e dell’Impero – nella quale si viene letteralmente catapultati sfogliando le pagine di Genovesi – rappresenta infatti l’anima profonda e inalienabile della nostra civiltà. Dunque non è improbabile che tra le fila di una Legione fatta da veggenti e àuguri, negromanti e aruspici in grado di interpretare i segni degli dei, persino i lettori più immersi nel paradigma dell’hic et nunc che domina la comunicazione digitale post-moderna, finiscano per ritrovare sé stessi.

Partiamo da qui per un confronto diretto con l’autore de I due Imperatori, in uscita questo mese nelle librerie.

 

Allora Genovesi, a giudicare dal successo che i tuoi libri riscuotono tra i millennials viene da pensare che persino l’epoca del nichilismo globalizzato non sia per niente impermeabile alla potenza del mito…

Molto dipende sempre dal “come” si raccontano le storie. I romanzi che io scrivo – proprio perché si rivolgono a un pubblico prevalentemente giovane e dunque composto da fruitori di videogiochi, di serie tv e di un cinema ormai sempre più sincopato nella narrazione – sono costruiti con una tecnica di scrittura assolutamente in linea con queste tendenze: capitoli molto brevi che unitamente a frequenti stacchi temporali e di locations, strizzano un po’ l’occhio alla sceneggiatura e alle logiche del cliffhanger che poi sono quelle che ti spingono a voltare pagina,a guardare l’episodio nuovo, a girare la tavola del fumetto, aiutandoti così a mantenere sempre viva l’attenzione dei fruitori.

 

Legionari trasformati in supereroi postmoderni come i protagonisti dei fumetti della Marvel?

Qualcuno ha definito la saga della Legione Occulta “gli X-Men al tempo dell’antica Roma”. E si tratta di un parallelismo che sottoscrivo, purché mi si conceda la possibilità di aggiungere una considerazione per me fondamentale: gli X-Men vengono dopo gli aruspici, gli àuguri e i negromanti. Il che significa che queste figure mitologiche dotate di superpoteri sono in realtà figure molto antiche. Semmai, quindi, sono gli X-Men che hanno preso spunto dai sacerdoti dell’antica Roma e dal mito. 

Non è un caso che i tre capisaldi della narrazione per archetipo siano la Bibbia, l’Odissea e la Divina Commedia.Le storie che appassionano di più i lettori sono quelle che risvegliano gli archetipi sopiti nella memoria collettiva.

 

Dunque possiamo dire che, oltre la tecnica di scrittura, alla quale sicuramente spetta un ruolo fondamentale, sono proprio gli archetipi mobilitati dalle tue storie, a fare la differenza?

Dirò di più: io ho sempre avuto come punti di riferimento inamovibili due autori: Chris Vogler e Joseph Campbell.

Quest’ultimo è l’antropologo che ci ha spiegato come gli archetipi, dall’inizio della storia dell’uomo a oggi, non si siano perduti, ma si siano semplicemente rimodulati sulla base dei mutamenti della società.

Chris Vogler è invece colui che ha scritto la suddivisione della struttura narrativa in più fasi, seguendo la linea degli archetipi: i blockbuster funzionano non solo perché ci sono dietro grossi investimenti produttivi e cast stellari, ma soprattutto perché raccontano gli archetipi.

Quando tu racconti l’archetipo in diverse declinazioni non catturi l’attenzione superficiale dei lettori o degli spettatori, ma ti connetti con il loro essere più profondo. Quello tramandato attraverso le generazioni e che un intellettuale a me particolarmente caro, come Gianfranco de Turris, chiamerebbe il sacro.

 

E con i puristi della tradizione, che hanno storto il naso proprio sulle suggestioni cinematografiche e fumettistiche evocate dalle tue opere, come la mettiamo?

Il mio obiettivo è sempre stato quello di raccontare i miti attraverso il linguaggio moderno. I puristi se ne facciano una ragione. Perché se è vero che, come abbiamo accennato, l’archetipo si riposiziona e si ritraduce sulla base dell’evoluzione della società, noi oggi dobbiamo fare i conti con una realtà sempre più cross-mediale e iper-tecnologica dove la comunicazione è dominata da un linguaggio che io chiamo “multisensoriale”, nel quale la scrittura si fonde con l’immagine, con la musica, con il suono e persino con esperienze tattili.

 

Un discorso che avrebbe esaltato i futuristi…

Infatti nelle mie lezioni di scrittura creativa, tra le cose che io cito come capisaldi dell’evoluzione del linguaggio c’è proprio il Manifesto del Futurismo che aveva previsto e anticipato quella fusione. Ma ancora una volta dietro le futuristiche intuizioni, e tutte le apparenti fughe in avanti che caratterizzano il nostro tempo, si nasconde un chiaro riferimento agli archetipi. Del resto gli emoticons cos’altro sono se non i geroglifici egizi? è tutto già stato fatto. In realtà noi stiamo tornando indietro. È il mito dell’eterno ritorno di nietzschiana memoria che si riafferma.

 

Veniamo a I due imperatori. Cosa puoi anticiparci di questo ultimo capitolo della saga?

Intanto diciamo subito che questo quarto volume sarà il primo di una nuova trilogia nella quale ho voluto fare un’operazione particolare: raccontare le stesse vicende, narrate nella prima trilogia della saga, attraverso gli occhi della parte opposta rispetto a quella dei protagonisti. Un cambio completo di prospettiva che ci permette anche di colmare lassi temporali abbastanza lunghi – che riguardano alcune fasi dell’infanzia e della giovinezza dei personaggi – lasciati da me volutamente vuoti nella stesura nei primi tre romanzi.

È un modo per rafforzare la personalità di figure molto amate dai lettori e per svelare le ragioni profonde delle loro scelte che hanno determinato le vicende accadute nel corso dell’intera storia.

 

Una storia, non dimentichiamolo, che si intreccia con quella ufficiale…

Esattamente: sullo sfondo ci sono sempre le vicende reali, le battaglie e gli eventi politici più importanti della Roma antica.

Nella prima trilogia abbiamo parlato dell’evoluzione che porta dalla repubblica all’impero. Quindi Giulio Cesare,Augusto e poi Tiberio, fino in sostanza all’arrivo di Gesù di Nazaret, come ultimo dio da affrontare.

Adesso, tornando alla giovinezza dei protagonisti, affrontiamo in questo primo romanzo la guerra civile – che è allo stesso tempo guerra sia materiale che spirituale – tra Ottaviano e Antonio. I due potenziali imperatori ai quali si riferisce il titolo.

 

Prendendo in prestito le tue tecniche di scrittura, chiudiamo con uno stacco veloce che dalla Roma imperiale ci catapulta a quella odierna. L’effetto è sconvolgente: in Campidoglio, al posto di Cesare, Augusto e Ottaviano, ci ritroviamo Virginia Raggi. Com’è potuta accadere una cosa simile? Tutta colpa del Kali Yuga?

La politica del tempo che fu pur avendo diversi aspetti negativi ne aveva uno  fondamentale che negli ultimi decenni abbiamo perduto: i partiti si rifacevano tutti a delle ideologie che potevi condividere o detestare, ma che legavano ogni scelta politica a una visione del mondo.

Basta guardare i nomi dei partiti di oggi per rendersi conto che essi non riflettono più alcuna ideologia, ma rievocano piuttosto trasmissioni televisive, modelli di automobili, prodotti di consumo e persino – come nel caso dei Cinquestelle – categorie alberghiere. Questo perché non esiste più un percorso legato a una formazione culturale e ciò che ispira l’azione politica è solo il pragmatismo del momento. Le maggioranze improbabili che negli ultimi tempi si sono avvicendate a Palazzo Chigi lo confermano. E gli esiti sono grotteschi: sarebbe come se ai tempi di Leonida persiani e spartani si fossero alleati.Ad aggravare una situazione già compromessa si aggiunge la decadenza del sistema della comunicazione che attraverso certe espressioni dei social ha finito per dare voce a individui che non sono attrezzati nemmeno per una chiacchiera da bar e che oggi invece si sentono in diritto di contestare intellettuali e premi Nobel. È un gioco al massacro che nel giro di pochi anni ha portato il dibatto pubblico ben al di sotto dei livelli di guardia.

Solo riconsegnando all’azione politica un orizzonte ideale e culturale si può provare a correre ai ripari. Prima che sia troppo tardi…

*Da Candido di novembre 2019

Di Alessio Di Mauro*

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