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Focus/1. Quando i cartoni giapponesi invasero la Rai e l’Italia: lo sbarco di Goldrake

Pubblicato il 25 settembre 2014 da Alessandro di Giorgio
Categorie : Televisionando

goldrake5Ultimi scorci degli anni ’70. L’Italia si sta apprestando a dimenticare i cattivi pensieri e iniziare quel grande decennio di riflusso, gli anni ’80. C’è voglia di freschezza, di novità. Voglia di vivere. In questo clima arrivarono sulla Rai i cartoni giapponesi, una novità assoluta, diversi da tutto ciò che si era visto prima. Divertenti e movimentati, frutto di una cultura diversa da quella del Bel Paese. Definirlo un successo sarebbe riduttivo. L’innamoramento degli italiani per i cartoni giapponesi fu un fenomeno di massa. Un fenomeno che mandò in tilt, come vedremo, la cultura ufficiale che in qualche caso si stracciò le vesti.

Nei prossimi giorni pubblicheremo una serie di articoli comparsi all’epoca sui quotidiani, per raccontare ai lettori, soprattutto i più giovani, una storia che spesso non viene raccontata. Iniziamo subito con Goldrake, il re incontrastato. Nell’articolo che proponiamo il fenomeno ha già assunto grandi dimensioni (tanto da portarsi dietro Jeeg Robot) come vedremo anche in un successivo articolo. Dalla Stampa del 15 maggio 1979 a firma di Alessandro di Giorgio.

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Il successo di Goldrake e il momentaneo insuccesso di Harlock.

Goldrake colpisce ancora. La goldrakemania continua ad allargare i propri terreni di caccia. Mentre tv private di più città acquistano e trasmettono i cartoons del goldracchiano Jeeg, il robot che nasce dalla nave spaziale Big Shooter e che è pilotato dall’ex uomo Hiroshi Shima, il cinema ripresenta il glorioso capostipite della famiglia, con le lame rotanti, i missili perforanti, l’alabarda spaziale e tutte le diavolerie che mandano in visibilio intere scolaresche elementari. Goldrake l’invincibile — questo il titolo, con quell’aggettivo tanto programmatico quanto pleonastico: non ha niente né di più, né di meno che gli oltre cinquanta telefilm della serie, a parte la durata. Altrettanto squillanti sono i colori, ugualmente accurati il disegno e l’animazione, sempre quelle la prospettiva e l’inquadratura, con grande sfoggio di dettagli, riprese dall’alto e dal basso, piani distorti, secondo uno stile che rappresenta il tratto più originale di tutta quanta la faccenda. E altrettanto immutabile è lo schema di fondo, con una vicenda che si ripete all’infinito: la tranquilla vita nel laboratorio interplanetario del professor Procton viene turbata dall’annuncio che le infernali astronavi, o mostri d’acciaio, o flotte di mini-dischi, o robot dinosaureschi, o bombe vegatron, o satelliti radioattivi, o automi da combattimento, sono stati inviati da Vega ad attaccare — per motivi, in verità, assolutamente insondabili —il pianeta Terra. Niente paura: il prode Actarus si sistema nei visceri di metallo di Goldrake e provvede a tritare implacabilmente l’invasore. Cinque minuti di relax e il cattivissimo Hidargos, che da Vega tutto sorveglia, si è già rimesso dal colpo e dà il via alla nuova ondata. In questo meccanismo circolare e ripetitivo, che pare diverta irrefrenabilmente ogni volta, tutta l’attenzione è presa dalle mirabilie spiattellate lì davanti. E passa in secondo piano l’ambientazione che ospita tanto turbinare guerresco: è un universo che vive secondo principi rigidamente elitari, nel quale ci sono un sei-sette individui per ogni pianeta che reggono le sorti della loro giurisdizione senz’altra preoccupazione che combattersi fra di loro.
E la gente comune? Praticamente non esiste: compare soltanto per brevi attimi, di passata, formicolante in megalopoli di vetrocemento, o in fuga di fronte a sconquassi che vengono dalle galassie. Ogni tanto un bombardamento protonico spazza via una di queste megalopoli, causando qualche milioncino di morti, ma il fatto non importa assolutamente. Actarus è imperturbabile davanti a qualunque catastrofe, e un sorriso di soddisfazione gli increspa le labbra solo a vedere il nemico di turno disintegrato a fumante. Ma, ad onta dello scialo di sofisticate tecnologie e di linguaggi pseudoscientifici, i personaggi goldracchiani non appartengono al futuro: sono piuttosto riverberi del passato.
Sono antichi paladini e antichi felloni, crociati medievali — non si parla forse di un medioevo prossimo venturo? — che con le loro armature e le loro alabarde cavalcano per il mondo a compiere o a raddrizzare torti, senza mangiare, dormire, bere, leggere, chiacchierare. I caroselli spaziali a fumetti sono le chansons de geste degli infraquindicenni di oggi, e poco importa che i protagonisti siano discendenti dei cavalieri di re Artù o più verosimilmente di leggendari samurai, che l’industria del cinema giapponese ha così ripescato dai film di Akira Kurosawa, più adatti per spettatori adulti e acculturati. La fantascienza, insomma, ha scarso asilo nei film su Goldrake & Co.: l’unico progetto che vi compare è quello, vecchio e sperimentato assai, di affidare tutto a un Difensore Universale, una figura che, come si sa,’ assomiglia molto a quella del Conquistatore Universale. Molto meglio Toshiro Mifune, che almeno insegnava agli abitanti dei villaggi a difendersi da soli.

@barbadilloit

Di Alessandro di Giorgio

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