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L’arresto di Cellino, la discussione sugli stadi come centri commerciali e il calcio moderno

Pubblicato il 14 febbraio 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Pallone mon amour

cellinoLo stadio ‘Is Arenas’ porta male, la legge Crimi..peggio. Adesso il presidentissimo del Cagliari Massimo Cellino finisce pure in carcere per lo stadio di proprietà, insieme al sindaco di Quartu Sant’Elena Mauro Contini ed all’assessore ai lavori pubblici del Comune sardo, Stefano Lilliu. Prima ancora erano stati arrestati due dirigenti comunali, Pierpaolo Gessa e Andrea Masala – il primo ai domiciliari il secondo scarcerato sette giorni fa dopo due mesi in cella – ed un imprenditore Antonio Grossu, arresti domiciliari pure per lui.

Sotto inchiesta è finito il progetto della cittadella sportiva del Cagliari, sotto processo però c’è la famigerata legge Crimi, quella dei rutilanti stadi-centri commerciali. L’ennesima scopiazzatura balorda ed inefficace, bagnata nello sciroppo dell’esterofilia, dell’imitazione a tutti i costi di quanto succede nei ‘grandi campionati occidentali’.

Dietro il paravento di obiettivi tutto sommato condivisibili – chi non vorrebbe vedere la partita in uno stadio almeno decoroso? – le proposte e le soluzioni (?) sono scarse, decontestualizzate, inapplicabili o peggio ancora inutili e dannose. L’elenco è sterminato: negli ultimi anni la politica, per lo sport, ha partorito delle vere e proprie idiozie spacciate ai gonzi in buona fede come panacea di tutti mali. Un calembour di sciocchezze, smentite dai fatti, soprattutto da quelli dei ‘grandi campionati occidentali’: mentre in Italia i tifosi sono considerati pazzi scatenati, forse contagiosi, da schedare, tesserare, monitorare e separare in definitiva dalla bella società, in Germania e in Spagna (da più di cinquant’anni) i supporter sono soci, dirigenti, hanno cariche rappresentative e di responsabilità negli organigrammi delle squadre del cuore. Se in Italia l’obiettivo dichiarato è quello di riportare le famiglie allo stadio, l’azione di chi di dovere sembra essere orientata proprio nel senso opposto. Gli stadi sono decrepiti, indegni, pericolosi. Perché risalgono – nel migliore dei casi – ad Italia ’90. Secondo il libro dei sogni della legge Crimi vanno rifatti, costruiti di nuovi e si deve dare l’opportunità alle società di gestirne gli spazi: con le compensazioni e i riconteggi degli oneri si possono creare spazi per negozi, ristoranti. Per dare alle famiglie l’opportunità di passare un’intera giornata allo stadio. Un modello che va bene solo per i grandi club, quelli che attirano ‘turismo’ e quindi flussi economici senza intralciare il business dei diritti televisivi che sono ‘salvi’ nelle domeniche ‘normali’. Il tifoso diventa consumatore e quando va allo stadio chiede alla grande squadra di fare almeno 5-6 gol, pena la class action. Non vale la pena, altrimenti, spendere 2-300 euro per andare allo stadio. Diventerà materia da tribunale civile il caso di pareggio, magari un noioso zero a zero con una Marchigiana qualunque.

Ma lo sport così muore. Il calcio abdica definitivamente alle ragioni dell’urbanistica, della ristorazione, del turismo, del denaro e cessa di essere metafora della lotta e perde definitivamente gli ultimissimi scampoli di epica, quella che ha fatto la grandezza del pallone. O tempora, o mores..

 

Di Giovanni Vasso

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