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L’anniversario. Per non dimenticare la strage di Gorla e le piccole “Dresda d’Italia”

Pubblicato il 20 ottobre 2013 da Dino Messina
Categorie : Rassegna stampa

Perché Roberto Rossellini girò nel 1947 Germania anno zero e non «Italia anno zero»? Perché per oltre mezzo secolo abbiamo creduto che la bomba esplosa nella chiesa di San Miniato fosse stata lanciata dai nazisti e non dagli americani, come invece hanno dimostrato le ricerche più recenti? Perché abbiamo dovuto attendere l’ inizio del nuovo millennio per sapere che le truppe alleate commisero in Sicilia eccidi come quello del 14 luglio 1943, quando un’ intera guarnigione fu passata per le armi? In un breve e denso saggio pubblicato sul numero di Ideazione appena uscito, intitolato «Le piccole Dresda d’ Italia», Sergio Bertelli si chiede perché un intero capitolo della Seconda guerra mondiale sia stato dimenticato dalla nostra storiografia. Una rimozione, secondo lo studioso, all’ origine di un altro fenomeno: il fatto che l’ antiamericanismo italiano, di destra e di sinistra, sia di natura puramente ideologica. Questo antiamericanismo avrebbe potuto avere basi più concrete se solo la nostra storiografia avesse dato più spazio alle sofferenze della popolazione civile sotto i bombardamenti e avesse sottolineato l’ inutilità militare della maggioranza degli attacchi arerei.Certo, sottolinea Bertelli, in Italia non avvenne nulla di paragonabile alle operazioni «Gomorra» e «Thunderclap», che distrussero intere città della Germania, come Amburgo il 28 luglio 1943 e Dresda nel febbraio 1945, ma durante tutto il corso della guerra il Paese fu sottoposto a un martellamento che solo in parte aveva obiettivi militari. Nella maggior parte dei casi l’ effetto mirato era semplicemente di spargere il terrore fra la popolazione civile. Una guerra psicologica che tra il ‘ 43 e il ‘ 45 era condotta contro un popolo già demoralizzato e che, anche se viveva nei territori della Rsi, aspettava solo la caduta dei nazifascisti.L’ elenco di Bertelli è lungo: dalla distruzione dell’ abbazia di Montecassino, che ha trovato più storici angloamericani che italiani disposti a raccontarla, alla bomba americana che colpì San Miniato al Tedesco, che da allora perse questo riferimento al Sacro Romano Impero. Limitandosi alla terribile estate del 1943, quale utilità strategica avranno mai avuto le bombe sganciate in agosto su Milano in due ondate successive, la notte tra il 7 e l’ 8 e tra il 12 e il 13? «Quel che più stupisce – scrive Bertelli – è la totale assenza di disposizioni agli aviatori del Bomber Command per risparmiare la popolazione e i monumenti storici: colpiti furono il Duomo, l’ Ospedale maggiore, il Castello sforzesco, la Basilica di Sant’ Ambrogio, il Palazzo Reale, l’ Archivio di Stato, distrutti il Teatro alla Scala, il settecentesco Teatro dei Filodrammatici, il Teatro Dal Verme e il Teatro Verdi, i grandi magazzini della Rinascente». Questi attacchi fanno il paio con il raid su Roma del 19 luglio ‘ 43, quando la deposizione di Mussolini era stata già decisa.Ma gli episodi più inutili e a volte più atroci avvennero dopo l’ armistizio dell’ 8 settembre 1943: il 7 aprile 1944, Treviso, scambiata per un centro d’ addestramento delle truppe tedesche, fu pressoché distrutta. Ancora più grave l’ attacco che subì Milano il 20 novembre successivo: durante un bombardamento fu rasa al suolo la scuola«Francesco Crispi» del rione Gorla: 184 bambini e 19 maestre le vittime. Bertelli arriva a scrivere che «a Norimberga, al processo dei criminali di guerra, mancavano certamente alcune sedie…». Lo studioso si riferisce al Bomber Command inglese, che soprattutto in Germania «aveva adottato una strategia di bombardamento crudele, a tre ondate successive: alle bombe dirompenti seguivano gli spezzoni incendiari e, nel terzo passaggio, bombe a scoppio ritardato, per annientare quanti avevano trovato scampo nei rifugi antiaerei!».Torniamo alla storia italiana e al motivo del «lungo silenzio dei nostri storici». La rimozione, secondo Bertelli, va ricercata «nella nostra “cobelligeranza” e, sopra a tutto, nell’ enfatizzazione della Resistenza. Gli italiani, grazie a un’ accorta revisione storiografica “resistenziale” (riscontrabile, ad esempio, in due autori certamente tra loro distanti, quali Simona Colarizi e Paul Ginsborg), sono stati convinti di essere usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale. Di qui la sordina posta alle sofferenze subìte dalle nostre popolazioni, alle mutilazioni del nostro territorio».

*dal Corriere della Sera del 17 luglio 2005

Di Dino Messina

4 risposte a L’anniversario. Per non dimenticare la strage di Gorla e le piccole “Dresda d’Italia”

  1. La tesi sulle piccole “Dresda d’Italia” è una conferma dell’olocausto di Foggia. Altro che piccola! Una pagina nera con 20.241 morti e forse più. Un massacro di civili, di gente inerme di ogni età, in ispecie bambini, vittime predestinate di un piano folle e omicida, studiato, programmato e perpetrato dagli alleati tra maggio e settembre del 1943. Un crimine immane rimasto nascosto col preciso intento di ricomprendere quella tragedia nelle vicende “normali” del conflitto mondiale, per tacere sulle gravi responsabilità e le connivenze dei vincitori e dei governanti dell’epoca che vigliaccamente diedero il loro assenso ai bombardamenti aerei che causarono un autentico genocidio. Dodici incursioni. Le prime tre nei giorni 28-30-31 maggio, con la distruzione dell’aeroporto e della stazione ferroviaria di Foggia, causarono 462 vittime. E poi, in successione: il 21 giugno, 91 vittime. Il 15 luglio, 1.293 vittime. Il 22 luglio, 7.643 vittime. Il 19 agosto, con oltre 100 aerei da bombardamento, 9.581 vittime (il fascismo era caduto il 25 luglio). Il 24-25 agosto, migliaia di bombe lanciate sulla città, anche durante la notte, fino al 25 mattina, 971 vittime. Il 9 settembre, 21 vittime (nonostante l’armistizio, firmato il 3 settembre). Il 17-18 settembre, 179 vittime.
    Tanto non è bastato, purtroppo, a restare impresso nella memoria dei foggiani che, immemori, hanno dedicato in modo insulso una via della loro città alle “vittime civili”, senza alcuna altra motivazione come se si trattasse delle vittime del lavoro, e quelli di oggi si apprestano a realizzare more solito un monumento anonimo, indistinto e fuorviante, dedicato alle vittime dei bombardamenti del ’43, senza l’indicazione di una data che chiarisca e specifichi in modo netto e inoppugnabile la ragione di quella tragedia e ne rammenti in perpetuo il sacrificio, come si dovrebbe!

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