
Caro Direttore,
mi chiedi di intervenire sull’ultimo libro di Giuseppe Del Ninno, La vita quotidiana ai tempi del corona virus (Solfanelli, 175 pagine, 12 euro), e più in generale sul tema legato al suo stesso titolo. L’invito mi fa piacere, il libro è bello, scritto benissimo, l’autore è un caro e vecchio amico, e tuttavia mi pone qualche perplessità e qualche interrogativo inerenti all’argomento in sé, l’emergenza pandemica, la chiusura, le paure eccetera.
Rimaniamo per un momento al libro. Del Ninno è, non credo di sbagliarmi, uno degli ultimi patriarchi in circolazione, tra figli e nipoti è in grado di allestire una squadra di calcio ed è insomma la felice eccezione a quella crescita zero, sotto il profilo demografico, che contribuisce a fare dell’Italia un paese di vecchi e per vecchi, con tutto ciò che questo comporta. Il suo poter valutare su un range che va dai dieci ai diciotto anni per la parte più giovane della sua famiglia, e poi per tutta la scala degli “anta” per la sua componente matura e/o anziana, gli consente un colpo d’occhio completo che vale meglio di un rapporto Censis: l’insufficienza della didattica a distanza, l’impossibilità di qualsiasi tipo di attività sportiva, la difficoltà dei contatti tra famigliari ( i famosi quanto famigerati “congiunti” e affini…), la depressione e l’insicurezza dei membri più in là con l’età, frastornati da un susseguirsi di regole spesso bizzarre quanto incomprensibili, sempre affidate a un linguaggio da azzeccagarbugli, e insieme la perdita, per i “minori” di ciò che è l’essena stessa della giovinezza: l’amicizia, il gruppo, i rituali, i primi amori, i primi tremori, le prime confessioni…Tutto spazzato via, niente che potrà più tornare. E’ certo che siano i più vecchi a essere i più “fragili” sotto il profilo della salute; ma dal punto di vista psicologico l’impatto è stato ancora più devastante per ciò che concerne i “ragazzi.”
A un certo punto del libro, Del Ninno usa una bella frase, “Cesare in questi giorni si appoggia a Ippocrate”, che coglie idealmente quanto è accaduto in Italia lo scorso anno e ancora accade oggi, il tentativo cioè di far procedere insieme e di comune accordo l’arte di governare e l’arte di curare. A giudicare dai risultati, più che Cesare abbiamo avuto Cesarione, ovvero la sua caricatura e più che Ippocrate, dato ovviamente atto dei sacrifici straordinari, spesso pagati con la loro stessa vita, fatti da medici, infermieri eccetera, ci siamo anche dovuti rassegnare a quel “trionfo della medicina” dei romanzi di Jules Romains, dove troppi ciarlatani indossavano il camice bianco a danno dei cosiddetti medici condotti…
Allo stesso modo, partendo dalla visione di una fiction televisiva, la spagnola “Casa di carta”, felicemente Del Ninno rende esplicita la diffidenza verso
“tutta la galassia degli Stati di diritto, ormai percepiti come insensibili alle reali esigenze dei rispettivi popoli, impacciati da regole divenute insufficienti e perciò ingiuste, incattiviti da ogni resistenza che viene loro opposta”.
Il libro, scritto quando la prima fase della pandemia sembrava essere alle nostre spalle, è un alternarsi di speranze e di quelle che poi sono diventate non tanto o solo menzogne, ma patetici tentativi di oscurare la realtà, ovvero la verità. Chi si ricorda ancora che a un certo punto ci venne ammannita una Commissione incaricata di investigare sulle “fake news”, nuova denominazione per ciò che un tempo si definiva bugia, vulgo, balla? Siamo stati seppelliti sotto comitati sub-comitati, esperti, contro esperti, spesso del nulla, ma in compenso capaci di tutto.
Del Ninno costruisce una narrazione quasi quotidiana in cui le perplessità, le amarezze e le indignazioni fanno pendant a ciò che tutti quanti ci siamo ritrovati a fare, ovvero salvare il salvabile, attrezzarsi, non farsi prendere dallo sconforto. L’avere un’età, l’essere dotato di buone letture quanto di buona memoria gli consente anche di non restare vittima del fuoco di sbarramento mediatico-governativo fattoci piovere sulla testa: è una guerra, bisogna stare a casa, andrà tutto bene…Pacatamente, ma decisamente egli cerca di spiegare che non è proprio così, che anche in guerra si viveva, non si restava in eterno nei rifugi…
Il libro contiene un’introduzione di Gennaro Malgieri, a cui si deve l’uscita sul tamburo, ovvero già nel maggio dello scorso anno, di Sotto il segno del pipistrello (Fergen editore). Si tratta di due testi che si completano a vicenda, date le personalità e gli interessi dei rispettivi autori, e si tratta delle cose migliori scritte sull’argomento, rispetto al ciarpame che è stato invece pubblicato e dibattuto. Se fossi nelle vesti dei loro editori penserei a un’edizione congiunta che un domani, quando tutto sarà finito, la presentasse in un unico volume, a testimonianza di chi, fin dall’inizio, aveva capito come sarebbe andata.
Vengo così al punto da cui sono partito, le perplessità e gli interrogativi. Per quello che può valere, non ho mai scritto nulla sul coronavirus e dintorni e per più motivi. Il primo ha a che fare con la scienza, il “bisogna avere fede nella scienza”, come ho addirittura sentito dire. Ora, io non ho nessuna fede nella scienza, perché non è una religione, perché non può promettermi miracoli. Posso e devo avere fiducia, naturalmente, ma proprio perché si tratta di un’empiria, di un metodo sperimentale, sono anche consapevole dei suoi limiti. Ora, la risposta della comunità scientifica è stata, molto semplicemente, quella di tapparsi in casa, non sapendo sul momento che fare né, sul momento, potendo garantire un vaccino futuro. Ciò significa che nel XXI secolo del trionfo tecnico-scientifico noi abbiamo reagito né più né meno come nel Trecento medioevale, nel Seicento barocco eccetera. Dove però, intanto, la vita continuava (sorvolo sull’elemento religioso, le chiese, le funzioni, i funerali, perché mi porterebbe troppo lontano, ma Del Ninno coglie molto bene questo punto).
Il secondo elemento riguarda il “diritto alla salute”, che è una formula falsa, ma strettamente collegata appunto alla “fede nella scienza”. Non esiste nessun “diritto alla salute”, esiste un “diritto alle cure”, che è un’altra cosa. Se non fosse così, i malati di tumore, i soggetti a rischio di infarto eccetera potrebbero legittimamente fare causa allo Stato che non ne garantisce la sopravvivenza…
Si capisce insomma come l’affidarsi mani e piedi alla scienza, che più semplicemente è la medicina, è insensato e non ha nulla a che vedere con quello che si continua sbandierare come “convivere col virus”. Convivere vuol dire, appunto, vivere insieme, e quindi mettere in atto tutti gli elementi per farlo. Mi sembra evidente che sotto questo profilo si sia combinato poco o niente.
Si arriva così alla politica, ovvero alla risposta che uno Stato degno di questo nome dà per tutelare l’esistenza dei propri cittadini. Qui c’è un primo problema di fondo, e consiste nella parola d’ordine che è stata fatta girare da chi la politica dovrebbe gestirla: “Anche gli altri fanno come noi”, chiudono tutti, insomma, e quindi…Ora, si tratta di una parola d’ordine tarocca: non solo non tutti hanno chiuso quanto e come noi, i Paesi del Nord Europa, molti Stati asiatici, gli Stati Uniti d’America, ma comparativamente hanno avuto anche meno morti di noi. Si può convenire che sia l’Europa nel suo nucleo più storico quella ad aver sofferto di più, ma questo però non ha a che vedere con la potenza del virus, ma con la sua impotenza a reagire.

Curiosamente poi sembrano essere uscite dal radar dell’informazione tutte quella realtà extraeuropee, dall’India al Medio Oriente all’Africa, su cui, stando ai mass media, il virus sarebbe andato a imperversare come un uragano. E invece, par di capire, mi sbaglierò, stanno ancora lì, ma nessuno ne parla più.
Si dirà che all’inizio non si poteva fare altrimenti. All’inizio, certo, ma un anno dopo non è l’inizio, è la fine di una logica che non ha dato i suoi frutti. Risulta chiaro che è un problema di strutture e di organizzazione sanitaria da un lato, di capacità di circoscrivere e di isolare il virus dall’altro. Non è blasfemia dire che non si è fatto né l’uno né l’altro.
Infine, un tema che percorre anche tutto il libro di Del Ninno e che mi trova perfettamente d’accordo: che vita vogliamo avere, che rischi siamo disposti a correre, che tipo di società vogliamo essere? Seppelliti da valanghe di dati, bollettini quotidiani di ricoveri, contagi e morti abbiamo perso la capacità di gettare uno sguardo limpido su ciò che ci circonda. Quanti, morti causano ogni anno altre patologie, quanti sono i morti per incidenti di macchina, quanti morti provocheremo per non morire di virus, eccetera, in una parola quanto la vita quotidiana conviva con il rischio…
Ora, tutto questo diventa pressoché impossibile da dirsi in televisione, dove c’è sempre qualcuno che ti seppellisce sotto i decessi altrui, per non parlare della rete. Sui quotidiani, la logica dell’emergenza da un lato, del sensazionalismo dall’altro rendono arduo un confronto civile. Certo, retano i libri, ma chi legge oggi un libro in Italia?
Come vedi, caro Direttore, mi hai fatto finire in un dibattito dove non sarei mai voluto entrare, perché non riguarda la fallibilità della scienza, ma l’incapacità della politica e da qui la sua non credibilità. Il problema è che alla fine il virus se ne andrà e i vaccini avranno fatto la loro parte. I politici però rimarranno. E non avranno imparato nulla. C’è solo da sperare che almeno noi, su di loro, avremo invece imparato qualcosa. Grazie dell’ospitalità.







Non solo i politici. Se adesso con il Recovery Found si farà per davvero l’inutile ponte tra Calabria e Sicilia non potrebbero essere più che felici le rispettive mafie. Ma il popolo italiano che ha sofferto la pandemia che ci ricaverà? Come il popolo italiano dopo la grande guerra nel 1919. Vittoria servita per gallonare generali ed ufficiali spesso di dubbio valore, non certo utile al popolo italiano che ci mise 630.000 morti, 100.000 morti in campo di concentramento, oltre 800.000 mutilati, 6 o 700 mila denunciati per reati militari e diserzione, immani distruzioni materiali, una nazione politicamente allo sbando, un’etica della convivenza civile andata a farsi fottere dopo anni di brutture in trincea…