
Prof. Riccardo Rosati, Yukio Mishima è considerato un “esteta armato”. A cosa si deve questa interpretazione?
“Mishima, mutuando la preziosa definizione che diede di lui Marguerite Yourcenar nel suo eccellente: Mishima ou la Vision du vide (1980), è un “universo” in cui, in effetti, il lato estetico – lo spiego nel mio libro – svolge un ruolo preponderante. A questo elemento, il grande intellettuale e scrittore giapponese affiancò la disciplina marziale/militare, nel segno della riscoperta di una eredità nodale di quella cultura tradizionale nipponica a cui egli, nella “seconda parte” della sua vita, si richiamò con vigore e rigore; ossia, il Bunbu Ryōdō (文武両道, la Via della virtù letteraria e guerriera), dove la penna metaforicamente diventa una spada. Per fortuna, è da qualche tempo, sebbene più all’estero che in Italia a dire il vero, che questa teoria sta prendendo piede nella esegesi di Mishima. Ciò che però resta cruciale capire è che lui riuscì a saldare questi due mondi, facendo della propria esistenza la sua principale “opera d’arte”; del corpo un tempio e della scrittura una forma sublime di lotta politica”.

Come ha conosciuto per la prima volta gli scritti di Mishima?
“Quando frequentavo l’università. Anche se studiavo lingua e letteratura inglese e francese, il Sol Levante era già nel mio cuore sin da ragazzo. Benché appassionato praticante di Karate, non mi accostai ai libri di Mishima per motivi ovvi e banali. Intuii, con i mezzi grezzi che può avere un giovane universitario, che quell’autore incarnava un certo tipo di Giappone che io sentivo profondamente “mio”. Ecco perché in seguito, dopo il Diploma presso il compianto IsIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) di Roma, cominciai a incentrare i miei primi articoli accademici su di lui. Era un argomento non che mi venisse facile – nulla è semplice quando si ha a che fare con Mishima! – ma sul quale sentivo di avere dei concetti da esprimere”.

Che itinerario nelle sue opere consiglia?
“Non ritengo che vi sia nell’opus mishimiano una gerarchia che imponga di leggere alcuni volumi per primi e, come sostengo nella monografia che gli ho dedicato, ciascun suo scritto fa parte di un affluente che immancabilmente ritorna alla fine alla sua unica “fonte”, Mishima stesso. Posso suggerire che si potrebbero scegliere i suoi lavori, andando per gusti personali: quelli della battaglia politica o quelli dal taglio maggiormente autobiografico, senza tuttavia tralasciarne il côté prettamente romantico-sentimentale, che troviamo in romanzi come La voce delle onde (潮騒, “Shiosai”, 1954) o Musica (音楽, “Ongaku”, 1964); in quest’ultimo in particolare emerge un Mishima capace di entrare nelle profondità della sfera psicologica femminile. Nondimeno, ci sono tre titoli che, in sostanza, rappresentano i momenti salienti della sua evoluzione artistica e personale. Mi riferisco a Confessioni di una maschera (仮面の告白, “Kamen no kokuhaku”, 1949), intriso delle inquietudini morali e sessuali della sua gioventù; Il Padiglione d’Oro (金閣寺, “Kinkakuji”, 1956), in cui Mishima formula al massimo livello formale la propria contrastata visione estetica; Sole e acciaio ( 太陽と鉄, “Taiyō to tetsu”, 1968), autentico manifesto ideologico dell’ultima parte della sua esistenza, nonché, a parer mio, un libro fondamentale per comprendere quello che lui auspicava per la sua persona e per il Giappone”.
Ci sono in Mishima elementi che lo avvicinano alla figura pubblica di Gabriele D’Annunzio?
“Cominciamo col dire che Mishima era un estimatore del Vate, al punto da tradurre una sua opera nel 1965: Le martyre de Saint Sébastien (1911). Oltre alla immediata somiglianza delle loro personalità, accomunate da una ben nota esaltazione dell’azione virile e dell’ardimento, è utile far sapere che vi era parimenti nei due una prossimità artistica. Entrambi, malgrado appartenenti a epoche e contesti culturali diversi, rientrano in quello che la critica letteraria definisce “Decadentismo”. Sarebbe a dire, una declinazione del Romanticismo in cui l’estetica si innesta in un “personalismo” quasi esasperato e, talora, incline alla disillusione, ove compaiono altresì accenni di Dandismo. Il pubblico, purtroppo, ignora o, ancor peggio, è disinteressato ad approfondire il lato prettamente artistico di questi due sontuosi personaggi, preferendo ricordare solo il loro impegno politico. Io sono in disaccordo con tale atteggiamento, pur essendo pienamente consapevole che è quello prevalente”.

Mishima e le Olimpiadi. Cosa emerge dai Taccuini, tema a cui dedica un capitolo nel volume?
“Ne parlai proprio in un mio articolo per Barbadillo. In essi scopriamo un Mishima inedito, ammirato verso gli atleti e la tensione muscolare dei loro sforzi. Questo aspetto è coerente con la seconda e ultima fase della sua vita e pensiero, quella del cosiddetto “Fiume dell’Azione”, quando il corpo si tramuta in opera d’arte.
Vi troviamo un Mishima che si diletta a fare il giornalista per dei quotidiani (l’Asahi, lo Hōchi e il Mainichi), seguendo, tra le varie discipline, il sollevamento pesi e la pallavolo. Il romanziere fu rapito dal fervore sportivo che lo circondava, osservando con curiosità ogni gesto, sguardo ed emozione degli atleti: “Alzando in alto la mano (sono le 15:30), stava in piedi accanto al calderone olimpico e poi sembrò sorridere”, scrisse di Yoshinori Sakai, l’ultimo tedoforo della celebre torcia, descrivendolo nell’atto di avvicinarsi al braciere olimpico durante la cerimonia d’apertura”.
Il patriottismo in Giappone: la testimonianza di Mishima ha avuto un impatto nell’evoluzione della cultura nipponica?
“Mi rincresce doverlo ammettere, ma no. Se il Sol Levante avesse avuto anche una piccola speranza di “risorgere”, non credo che lui si sarebbe ucciso. In Patria, lo si considera sì un grande autore, nonostante lo leggano in pochi, e i suoi scritti siano generalmente oggetto dell’attenzione dei ricercatori. Per quanto concerne quella che fu la sua attività politica, questa è causa di imbarazzo, come avviene sistematicamente per qualsiasi nipponico che abbia scelto di andare controcorrente, e di non assoggettarsi in modo acritico ai dettami di una società sovente monolitica. In sintesi, Mishima è visto quale un esempio da seguire solamente all’estero. L’Arcipelago è diventato gradualmente un Paese frivolo, dedito a un consumismo sfrenato e che guarda alle proprie tradizioni con condiscendenza. Fumetti, cinema e tecnologia sono cose utili e “carine”, ma non era decisamente questo il Giappone che Mishima intendeva far rinascere”.
Ci sono novità documentaristiche emerse nella celebrazione dei 50 anni dalla scomparsa dello scrittore nipponico?
“Parliamo di colui che, insieme a Haruki Murakami, è l’autore giapponese più tradotto al mondo. Su Mishima sono stati pubblicati numerosi articoli e saggi, parecchi dei quali di notevole caratura. Pertanto, non rimane molto da scoprire, fatta eccezione per la sua produzione teatrale, che non è stata ancora tradotta e indagata adeguatamente. Posso aggiungere, che in America, la critica segue una prospettiva biografica negli Studi Mishimiani; laddove in Francia, al contrario, si presta significato al lato artistico dei suoi lavori – che è poi il mio stesso approccio – mentre in Italia si tende tuttora a valutarne essenzialmente il percorso politico”.
Mishima non è un autore solo giapponese ma è una personalità fondante dell’arcipelago culturale anticonformista. Quali autori hanno proseguito e proseguono la sua ricerca eroico-letteraria?
“In Giappone? Ma nessuno! Avere quello spessore umano e coraggio intellettuale, mischiati a un talento sbalorditivo, è quasi impossibile da trovare in una persona. Non dimentichiamo che quello giapponese, ma questo vale un po’ per tutti gli estremo-orientali, è un Popolo altamente conformista. Assai più onesto di noi occidentali, sia chiaro, ma scarsamente incline a tentativi di ribellione o individualismi. Mishima può fungere da stimolo, ne sono assolutamente convinto, per chiunque, giapponese o no. Bisogna comunque evitare interpretazioni strumentali, o eccessivi entusiasmi poco strutturati. Parliamo di un personaggio complesso e che è a modo suo un “universo”, offrendo quindi molteplici fattori da studiare e analizzare. L’importante è non renderlo una sorta di Che Guevara di destra, facendone una icona impalpabile, quando invece egli è stato un uomo amante della vita, sociale e socievole, pieno di pulsioni e non di odio”.








Mishima , forse, “si prendeva troppo sul serio”, contrariamente a D’Annunzio che capiva bene dove finisce la realtà ed inizia il teatro. Per quello D’Annunzio muore di morte naturale, a 75 anni, mentre Mishima priva il mondo di almeno 30 anni della sua attività, per un suicidio inutilissimo.