
Dio è morto, Marx pure e anche la democrazia non sta in salute: bene si adatta all’attuale crisi della democrazia, in quanto sistema di rappresentanza popolare, la citazione (rimaneggiata per l’occasione) di Eugene Ionesco, maestro dell’assurdo.
Non a caso dei limiti e delle debolezze del sistema democratico sono, oggi, pieni gli scaffali. Nel passato si trattava di analisi e polemiche dottrinarie, rispetto alle quali la risposta astensionista era minoritaria. A rendere del tutto particolare l’attuale stagione sono le ragioni della crisi sistemica e la rottura dell’equilibrio sociale e generazionale. Un tempo votare significava trovare motivazioni per un riscatto sociale variamente declinato, mentre per i giovani l’accesso al voto sanciva una raggiunta maturità civile. Oggi il quadro di riferimento è completamente mutato, al punto che provocatoriamente c’è chi arriva a parlare di “democrazia antiquata” – come fa Marco Revelli, un percorso intellettuale ben radicato “a sinistra” (è stato tra i fondatori di Lotta Continua), autore di La democrazia è antiquata (Laterza, Bari 2026).
L’analisi di Revelli è chirurgica, nella misura in cui disseziona con rigore le forme del degrado democratico: dalla democrazia “esecutoria”, che sostituisce il Parlamento con l’efficienza del leader, alla democrazia “senza popolo”, dove l’astensionismo diventa “partecipazione negativa”; dalla democrazia “dei pochi”, sempre più oligarchica, alla democrazia del denaro, dove il mercato regola ogni relazione, dalla democrazia della disinformazione, deformata da media e algoritmi, a quella “delle armi” e “del segreto”. Le democrazie contemporanee non fanno più promesse, si limitano a presentarsi come la forma di governo “meno peggiore”. E la distanza tra ideali e realtà è così abissale da renderne irriconoscibili i principi fondativi: rappresentanza, partecipazione, trasparenza, informazione.
E’ sintomatico che un intellettuale di estrazione “progressista”, qual è Revelli, sia così esplicito, percorrendo peraltro strade già battute da una cultura “reazionaria”, alla prova dei fatti anticipatrice dell’attuale letteratura dedicata alla democrazia. Ancorché datate, certe analisi “d’annata” continuano a conservare la loro forza. Difficile infatti – da questo punto di vista – non vedere spicchi di verità in chi ha colto nel “sistema” democratico, quale ci è stato consegnato dalle rivoluzioni borghesi, il regno dell’individualismo e dell’astrattismo (Joseph De Maistre); la fabbrica dell’incompetenza (René Guénon); il luogo deputato della partitocrazia (Robert Michels); il dominio dell’oligarchia capitalistica sulla realtà politica (Julius Evola); la capacità di agire sull’ingenuità delle masse attraverso l’aiuto della stampa influente e di “una infinità di astuzie” (Georges Sorel).
Ad emergere problemi reali, stimoli comunque essenziali per un dibattito da rilanciare – ben oltre le contingenze politiche – a partire da una ridefinizione del concetto di democrazia, che non confonda il “vizio d’origine” (Rousseau, Stuart Mill, il normativismo, l’irrealismo) con le reali necessità e del controllo popolare.
Sullo sfondo una “democrazia recitativa” nella quale il “demos” appare presente solo al momento del voto (ridotto ad una sorta di sondaggio su larga scala), per essere subito dopo messo da parte o più spesso per mettersi esso stesso da parte.
Che cosa manca – in generale – per “motivare” al voto? E’ l’onda lunga del liberal-liberismo (considerato democratico per antonomasia) ad avere messo in crisi il sistema rappresentativo democratico, a partire dagli Anni Novanta del ‘900, sfarinando le vecchie appartenenze ideologiche (non solo il comunismo sfasciatosi nel 1989) e quindi la capacità di rappresentanza dei partiti politici (marchiati come strumenti della “casta”).
Un tempo la critica nei confronti delle istituzioni democratiche si focalizzava sullo strapotere delle segreterie dei partiti, sul gregarismo ideologico, sulla denuncia dell’occupazione partitocratica dello Stato, con il conseguente controllo del cosiddetto sotto governo e dell’amministrazione pubblica, correlata alla corruzione diffusa.
Oggi paradossalmente è l’indebolirsi della mediazione dei partiti, a vantaggio di una visione deideologizzata dell’azione politica, che ha ridimensionato la partecipazione popolare alla vita pubblica e di conseguenza il potere del popolo sovrano, ormai ridotto ad essere (sulla scena elettorale) una mera comparsa piuttosto che il protagonista principale.
La denunciata crisi “di sistema” (con il conseguente astensionismo) passa attraverso questi percorsi, segnati dall’apatia (impolitica) delle opinioni pubbliche, dallo sbiadirsi delle distinzioni (un tempo “dottrinarie”).
A vincere l’individualismo e a venire meno la democrazia nel suo senso più profondo e compiuto, la democrazia, vissuta come “partecipazione di un popolo al proprio destino” – per dirla con Arthur Moeller van den Bruck, segno di una politica vissuta come aspettativa collettiva sul piano dei valori civili ed insieme come buona amministrazione.
Siamo veramente al “commissariamento della politica” prodotto del minimalismo culturale e del trionfo di quelli che Max Weber definiva i “partiti di patronato”, fondati sulla spartizione degli uffici pubblici, contrapposti ai partiti basati su “una intuizione del mondo”, portatori cioè di una identità forte? Niente – su questo fronte – è definitivo.
Senza volere ripercorrere strade già battute, magari rincantucciandosi nel beato-tempo-che-fu, la responsabilità di chi si sente portatore di “un’intuizione del mondo” è di impegnarsi al fine di coniugare le stringenti, quotidiane domande della gente con quelle “visioni lunghe” che danno il senso di una politica capace di affrontare gli elementi strutturali delle crisi attuali, ponendo delle discriminanti forti, diciamo “di valore”, in grado di rendere plasticamente visibili le ragioni di una scelta e su questa attivando il coinvolgimento popolare.
La sfida “democratica” passa, oggi, attraverso una nuova coscienza collettiva ed un’aspettativa ricostruttiva, in grado di “promuovere l’interesse del Popolo all’opera del proprio ordinamento costituzionale” – come ebbe a scrivere, agli albori della Repubblica, Carlo Costamagna. Si tratta di una battaglia culturale necessaria per qualsiasi azione politica. Da qui può nascere un’autentica spinta in grado di “riconciliare” la grande massa dei cittadini con il diritto-dovere del voto. Bisogna però crederci ed impegnarsi di conseguenza, magari individuando nuovi strumenti di rappresentanza/partecipazione.







