
Il vertice europeo del 15 e 16 ottobre ha offerto l’ennesima dimostrazione di una singolare patologia politica che affligge buona parte delle destre continentali: proclamano la difesa della sovranità nazionale e lavorano sistematicamente per trasferirne l’esercizio a Bruxelles.
L’occasione è stata il confronto sulla politica migratoria spagnola. Il governo socialista di Pedro Sánchez intende regolarizzare circa 600.000 immigrati irregolari. Italia, Danimarca e Polonia tentano di introdurre nelle conclusioni del Consiglio europeo un richiamo alla necessità di evitare provvedimenti capaci di incentivare l’immigrazione clandestina e rafforzare il coordinamento fra le politiche nazionali.
No di Spagna e Francia
Risultato? L’opposizione di Spagna e Francia ha fatto naufragare la proposta. Il documento conclusivo contiene un generico richiamo alla cooperazione europea. Molto rumore per nulla. Ma il problema non è solo la sconfitta negoziale. È il metodo, politicamente e istituzionalmente sbagliato, col quale si è cercato di affrontare la questione. La disciplina dell’immigrazione investe la composizione delle comunità nazionali, la sicurezza, il mercato del lavoro, la sostenibilità dei servizi pubblici e, in definitiva, l’identità politica degli Stati. Ma proprio chi dichiara di voler preservare la capacità decisionale delle nazioni continua a ricercare soluzioni sovranazionali, esponendosi inevitabilmente ai rapporti di forza e ai compromessi delle istituzioni comunitarie.
La contraddizione s’era già manifestata col superamento del sistema di Dublino, sostituito dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal giugno 2026.
Il regolamento di Dublino, coi suoi limiti e le penalizzazioni per i Paesi di primo ingresso, conteneva almeno un principio di responsabilità territoriale: individuare lo Stato competente a esaminare la domanda di protezione internazionale. Il nuovo sistema conserva alcuni criteri di responsabilità, ma li inserisce in un quadro più articolato di solidarietà e gestione comune.
Cooperare tanto? Male può fare
Perché destre, che considerino il controllo dell’immigrazione prerogativa essenziale dello Stato, dovrebbero salutare con entusiasmo questo ulteriore rafforzamento della dimensione europea? L’errore consiste nel confondere l’esigenza di cooperazione internazionale, necessaria per governare fenomeni transnazionali, con la progressiva rinuncia alla capacità nazionale di decidere.
Cooperare significa concordare strumenti e obiettivi, conservando la responsabilità delle decisioni. Trasferire competenze significa invece accettare che quelle decisioni siano condizionate, o determinate, da maggioranze politiche e istituzioni sulle quali il singolo Stato esercita una limitata influenza.
L’attesa di aiuti dal nemico
Il paradosso è evidente proprio nella vicenda spagnola. Madrid rivendica la propria competenza a regolarizzare centinaia di migliaia di immigrati. Roma, anziché interrogarsi prioritariamente su come tutelare autonomamente gli interessi italiani dagli eventuali effetti di quella scelta, chiede alla Commissione europea di rafforzare il coordinamento delle politiche nazionali.
Ma una competenza europea, invocata oggi per limitare le iniziative di Sánchez, potrebbe essere usata domani per comprimere le decisioni di un governo italiano orientato in senso opposto. Ciò sembra sfuggire ai sovranisti di governo: le istituzioni non cambiano natura secondo il colore politico di chi temporaneamente le dirige. Una competenza ceduta resta ceduta, anche quando il suo esercizio produce risultati contrari agli interessi di chi ne aveva favorito il trasferimento.
Naturalmente il sistema europeo di libera circolazione impone forme di coordinamento e regole condivise. Ma proprio questa realtà dovrebbe suggerire prudenza nell’ampliare ulteriormente le attribuzioni di Bruxelles, non incoraggiare nuove cessioni di sovranità nella speranza di ottenere, di volta in volta, una maggioranza favorevole.
La vicenda rivela anche un secondo limite delle destre europee, incapaci di sottrarsi alla logica del compromesso permanente con forze politiche che perseguono obiettivi ben differenti.
Il treno dei desideri all’incontrario va
Si cercano intese, dichiarazioni comuni, formule diplomatiche e mediazioni al ribasso. Si entra nel negoziato rivendicando principi e se ne esce celebrando qualche espressione generica inserita in un documento privo di conseguenze concrete. Intanto gli indirizzi politici avversari continuano a produrre effetti.
Ormai saliti sul treno impazzito della Ue, dunque la cooperazione dovrebbe essere, al più, uno strumento al servizio degli Stati, non un processo nel quale gli Stati rinuncino agli strumenti per governare. Destre veramente sovraniste dovrebbero partire da questa distinzione elementare. Invece sembrano preferire la rispettabilità dei tavoli europei, per non disturbare il manovratore, all’effettiva difesa delle prerogative nazionali.
Il vertice di Bruxelles non è solo un’occasione mancata. È la conferma che il sovranismo proclamato, quando diventa europeismo negoziale, senza una coerente visione istituzionale, rinnega se stesso.







