
Rosita Copioli scrive per Avvenire i suoi articoli e per vari editori i suoi libri. Il più recente è Federico Fellini, Il cavallo in biblioteca. Scritti inediti (Vallecchi, pp. 196, 18 €). Tra 1985 e 1993 collabora a Il Giornale, nel supplemento domenicale “Lettere & Arti”. Nello stesso periodo incontra Federico Fellini, la cui opera inedita rivive grazie a lei.
“Sì, sono gli ultimi inediti giacenti al Fellini Museum di Rimini: 8 progetti del regista per spot tv pro-lettura, su incarico di un consorzio di editori”.
Sono episodi in stile Carosello?
“Sì, a tema, conclusi da un annuncio pubblicitario, ‘la famosa réclame‘, chiosa Piero Meldini: propaganda per la narrativa. Ma c’è un problema – Fellini lo sa – a indebolire il progetto.
Quale?
“Nella nota introduttiva, ‘Le mani avanti’, seconda versione di una precedente, più ampia, riportata subito dopo, col sottotitolo ‘Breve introduzione giustificativa e completamente inutile’, Fellini segnala l’incongruenza del mezzo tv, concausa dell’allontanamento dai libri da parte dei lettori, mutati in telespettatori”.
Fellini ha ragione.
“L’orravo acconto ingaggia la lotta, conclusiva e vittoriosa, di Pinocchio, il Corsaro nero, Tarzan, i Tre Moschettieri, Robinson Crusoe et al. contro una famiglia tv-dipendente. Fellini entra in scena col piglio da domatore di circo, che a me piace molto”.
Allude a…

Ovvero?
Perché il titolo Il cavallo in biblioteca?
“Viene dalla variante del secondo spot, Il bambino nella cattedrale, dove al posto di un neonato,
in una biblioteca mistica e sacrale come una cattedrale gotica, ma luminosa e gioiosa, entra un
cavallo: senza briglie, senza morso, senza sella. Pura bellezza e libertà. Ma non finisce bene”.
Come?
“Un custode lo caccia. Un professore, somigliante a Carducci, lo difende: ‘Non è la prima volta che anche un cavallo con la lettura e lo studio è diventato qualcuno. Glielo garantisco. Ihihihihih… (e nitrisce)’. Poteva smentirsi Fellini? No. Alla fine, quasi sempre arriva lo sberleffo. Fellini potenzia l’immaginazione, invece di ridurla. Il cavallo discende da Pegaso alato, il simbolo dell’immaginazione. Non è ciò che i libri e i film trasmettono? Un destriero appare nei suoi film quando libertà, vitalità, poesia sono ricordati o messi a rischio. In chiave eroi-comica nello Sceicco bianco. O come l’animale misterioso che sfila davanti a Gelsomina ne La strada”.
“Certo, insieme a quella di una Biblioteca della Vita, su cui si fonda la nostra civiltà. Negli spot serpeggia l’inquietudine per il soffocamento della libertà, che rispecchia la decadenza della civiltà. Nella prima parte del Cavallo in biblioteca ricostruisco l’immaginazione di Fellini, per come l’ho conosciuta dal contatto con lui, e lo studio del suo lavoro, nelle sue fonti archetipiche. Una reinterpretazione alla luce dei miti, nella densità dei loro riferimenti”.
Però in uno spot non si riversa un’enciclopedia…
Dunque?
Le radici sono quelle della civiltà occidentale, nel bacino indo-mediterraneo, da cui più attinge l’immagine del cavallo. Non solo è Pegaso, ma è anche un principio del cosmo e rappresenta il primo sacrificio vitale. Però, al fondo della scelta del cavallo, c’è l’animalità”.
Ovvero?
“Gli occhi di Fellini (Vallecchi, 2020) è il mio più ampio libro si di lui, Infatti suoi occhi avevano ogni sfumatura dell’animo umano, e di quello animale, con i riflessi di una perenne metamorfosi della natura delle cose, e del mito. Pietro Citati conosceva bene Fellini e riprese questa certezza. Scrisse che negli occhi dai quali versava sé stesso nei film, passava ‘ogni sfumatura dell’anima umana, forse ogni sentimento animale’. Fellini appartiene anche all’amabile e terribile regno degli animali”.







Fellini è stato un bluff del cinema (certo, non il solo)