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Caso Boban. Il calcio-capitalismo globalista brucia ogni bandiera in nome del profitto

Pubblicato il 5 Marzo 2020 da Eric Cantona
Categorie : Pallone mon amour Sport/identità/passioni

Boban e Maldini

Il calcio moderno cambia, evolve verso una parabola segnata da cinismo e bilanci in ordine, da profitti e bonus, e rivela sempre più di essere allergico alle bandiere. Non c’è più posto per le vecchie glorie, per gli ex calciatori che diventano dirigenti, per quelle figure di collegamento tra la storia e la memoria del club e le attuali proprietà.

Sembra proprio questa la metafora utile a spiegare il divorzio in corso nel Milan tra Zvone Boban e la società legata al fondo Elliot (potrebbe saltare anche l’altro dirigente-bandiera, Paolo Maldini). Boban  – croato con forti valori identitari, di famiglia militare – non ha accettato il ridimensionamento delle sue funzioni, nonché le invasioni dell’Ad Gazidis nel suo territorio sportivo. Tutto esplode con l’indicazione per la prossima stagione della guida tecnica del manager Rangnick (Gazidis lo voleva già all’Arsenal), ma sul fondo c’è la voglia da parte della proprietà e dei suoi manager di non condividere le scelte e soprattutto non calibrarle con le legittime aspettative che la presenza di bandiere come Boban e Maldini alimentano nella tifoseria.

Il risultato

L’esperienza di Boban in rossonero alla fine si chiude con una rottura-licenziamento. Fatali risultano le parole di dignità di Zvone, che alla Gazzetta ha spiegato le ragioni della sua insoddisfazione nelle dinamiche dirigenziali interne: “Unità d’intenti? Prendendo atto di mille difficoltà iniziali, delle differenze culturali e delle passioni rossonere ben diverse, con tutte le divergenze di vedute e qualche volta opposti pensieri, ancora qualche giorno fa pensavo fosse questa la realtà”. Sul caso del tecnico tedesco: “I contatti con Rangnick? Non avvisarci è stato irrispettoso e inelegante. Non è da Milan. Almeno quello che ci ricordavamo fosse il Milan. Per come la vedo io, l’unità significa condivisione, l’unità è rispetto”. Le richieste a Elliott: “La proprietà deve essere chiara sia nel budget che negli obiettivi. In sintesi: noi rispettosi delle esigenze di equilibrio economico finanziario per garantire una sana e corretta gestione della società, la proprietà rispettosa dei risultati sportivi affidati a chi rappresenta la storia e i valori di un grande club”. Il buio sul futuro (che adesso non lo rigaurderà più): “Al momento, nonostante gli sforzi nel mercato di gennaio e i tanti tagli, con due cessioni importanti e l’alleggerimento che deriva dai relativi ingaggi, non sappiamo che margini avremo”.

Zvone ha scelto la dignità, la società ha pensato invece di difendere le decisioni del suo manager Gazidis. Di fatto, nel calcio moderno prigioniero dei capitali apolidi, non c’è quasi più spazio per le bandiere identitarie dei club…

@barbadilloit

Di Eric Cantona

4 Responses to Caso Boban. Il calcio-capitalismo globalista brucia ogni bandiera in nome del profitto

  1. Considerato ciò che si vede nel professionismo, meglio guardare i campionati dilettantistici, dove é rimasto un maggior residuato di calcio autentico.

  2. Profitti sì, per alcuni. Ma le società sono quasi tutte assai indebitate ed il giocattolo sa per rompersi. Il colpevole non è il profitto, ma il “cattivo affare”, fare il passo più lungo della gamba ecc…

  3. Non ci sarà sotto-sotto un complotto demo-pluto-giudaico-massonico? Aha, aha, aha!!!!

  4. Dentemarcio l’ha insegnato:
    Mentire e rubare non è reato!
    Tommasi che nulla sa fare
    Adesso vuol far scioperare!
    Gli italiani son, ahimè, cojonazzi.
    Ma troppo ci stan rompendo i razzi…

    Col ‘corona’ il governo non sa che fare?
    Dalla Merkel magari si faccia consigliare.
    I tedeschi più che vincer aman le fanfare.
    Ma i loro stadi non voglion svuotare!

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