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Poesia 2.0. Il Realismo terminale spiegato ai bambini

Pubblicato il 22 Giugno 2017 da Matteo Fais
Categorie : Poesia 2.0

Coprtina articolo Realismo terminaleIl teorico della postmodernità, Lyotard, messo alle strette dai suoi detrattori per l’astrusità di La condizione postmoderna, scrisse un testo esplicativo, sarcasticamente intitolato Il postmoderno spiegato ai bambini. Anche noi abbiamo deciso di presentare il movimento poetico del Realismo Terminale in modo quasi scherzoso e il più semplice possibile. Qui, una scelta di testi dall’antologia del movimento, Luci di posizione – Poesie per il nuovo millennio, a cura di Giuseppe Langella, Mursia, Milano 2017.

 

Vi ricordate quel film di Woody Allen, Midnight in Paris? È la storia di uno sceneggiatore americano, aspirante scrittore, ossessionato dall’idea di una Parigi tramontata, la città dei bei tempi andati, quella degli anni venti del Novecento, quando negli ambienti importanti bazzicavano romanzieri del calibro di Hemingway, Fitzgerald, e pittori quali Picasso e Modigliani. Ecco, per farla proprio breve, il grosso dei poeti odierni, soprattutto in Italia, si comporta più o meno come il biondazzo impersonato da Owen Wilson: rimpiangono ciò che è trapassato e vorrebbero arrestare lo scorrere del tempo. Per loro il ventesimo secolo non è mai finito. In alcuni casi, come la protagonista femminile del succitato film, rimpiangono addirittura periodi anteriori, stile Belle Époque e, più in generale, la fine dell’Ottocento. Nei loro versi vi è una predominanza abnorme e del tutto ingiustificata di scenari idilliaco naturalistici quali laghi, fiumi, lande sconfinate, campi di grano pre agricoltura industriale, boschi selvaggi, e il cielo vi compare vasto e libero come in mezzo a un deserto. E non sono pochi, ribadisco, ma la porzione più ampia degli odierni versificatori nazionali. Il meno che possa venire da domandarsi è in che benedetto paese vivano costoro. Con tutto il dovuto rispetto, ma solo credendo nell’esistenza di dimensioni parallele si potrebbe dar loro un qualche credito. La verità – e lo sappiamo tutti! – è che quel mondo è tristemente scomparso, anzi peggio, naufragato e colato a picco in una fossa oceanica, in cui riposa alla stregua di un relitto marcescente, un irrecuperabile Titanic.

La locandina del film di Woody Allen, Midnight in Paris, e la copertina dell’antologia sul Realismo Terminale, intitolata Luci di posizione – Poesie per il nuovo millennio, a cura di Giuseppe Langella

La locandina del film di Woody Allen, Midnight in Paris, e la copertina dell’antologia sul Realismo Terminale, intitolata Luci di posizione – Poesie per il nuovo millennio, a cura di Giuseppe Langella

Ha smaccatamente ragione quindi Giuseppe Langella, massimo teorico del Realismo Terminale, insieme al poeta Guido Oldani, quando ci ricorda che noi viviamo in un tempo e in un luogo ben definiti. Sembra lapalissiano specificarlo, ma evidentemente a molti non deve risultare chiaro. Tuttavia Langella ha se possibile ancora più ragione – come il bambino che grida “il Re è nudo”, mentre tutti fanno finta di niente – quando sostiene che “La poesia non può prescindere da questa dimensione comune dell’esperienza. Per forza di cose, deve fare riferimento anche lei a un luogo e a un tempo”. Non vi è ancora chiaro a cosa corrisponda precisamente questa dimensione temporale e spaziale? Allora, proviamo a guardarci intorno, a fare una piroetta a 360°, restando fermi in mezzo alla strada di una qualunque città di medie dimensioni. Cosa vediamo? Negozi di cinesi, fast food sempre più vicini l’uno all’altro, All You Can Eat che si spartiscono il mercato giocando al ribasso, manifesti pubblicitari, un signore che cerca una qualche via col suo iPhone. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi fino a ubriacarci. Ma proviamo a rientrare in casa. Se siete giovani, date uno sguardo alla vostra camera. Se avete qualche anno in più, osservate la scrivania del vostro studio. Cosa vedete? Ci sono perlomeno un computer (in alcuni casi anche due, o tre), un iPad, una televisione a schermo piatto Full HD, una stampante, uno scanner, un ereader, e decine di cavi con cui caricare gli apparecchi. Quindi che cosa abbiamo notato guardando intorno a noi, prima per strada e poi in casa? Abbiamo constatato che siamo in tanti, tantissimi, forse troppi esseri umani. Abbiamo visto gente di tutti i colori, proveniente da ogni parte del mondo. Alcuni di questi cosiddetti “immigrati” bivaccano sulle panchine al parco, altri vivono nel nostro quartiere, un’altra parte gestisce praticamente tutto il settore ristorazione, come per esempio i cinesi a Milano. La sensazione è di essere, come dice molto argutamente Oldani, accatastati. Chiunque viva in un palazzo metropolitano ne è consapevole. Si sta come oggetti accumulati confusamente nel magazzino di un rigattiere. Ecco, ho appena formulato una similitudine rovesciata, ma a questa figura retorica arriveremo a breve.

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L’esempio architettonico e umano per antonomasia dell’accatastamento: Times Square a New York

Invece, cosa abbiamo visto nella nostra camera? Oggetti, oggetti, e poi ancora oggetti. Tanti che, come dice il simpatico adagio popolare, tipico delle madri, “se continui a comprare quelle cose, prima o poi dovremo uscire noi di casa”. Oggetti, oggetti che mi sono indispensabili per lavorare e scrivere questo articolo, per spedirlo in redazione, per sentire il Caporedattore. Oggetti che semplicemente desidero, perché fanno status e sono cool.

Alcuni esempi di stanze di adolescenti

Alcuni esempi di stanze di adolescenti

Vi chiederete cosa abbia a che fare tutto sto gran parlare con la poesia. Probabilmente niente, se siete come quei poeti che ho descritto poc’anzi, quelli che scrivono ancora come se fossimo ai primi del ‘900, se non addirittura alla fine dell’800. Non così è per i realisti terminali, evidentemente, ma arriviamoci per gradi. Per capire la differenza di prospettiva tra un realista terminale e uno di questi poeti che fanno finta di vivere nella Recanati del tempo di Leopardi, vorrei invitarvi a riflettere su una delle più note poesie dell’autore dello Zibaldone, ovvero A Silvia. Dovreste conoscere questa lirica, anche se i vostri studi si sono interrotti al termine delle scuole medie inferiori. Ma rinfreschiamo la memoria per quelli che durante la spiegazione della professoressa erano andati a nascondersi al bagno. La nota poesia racconta di una ragazza, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi, morta in giovane età. Il povero e infelice Giacomo la osservava dalla finestra di casa sua, si potrà immaginare, come noi osserviamo dei pesci esotici in un acquario. Lui era un nobile, al contrario di Teresa Fattorini, vero nome della ragazza a cui si ispira, e il mondo dei popolani doveva apparirgli piuttosto distante e problematico da decifrare. Non per niente la spiava, senza realmente averci a che fare, dai veroni, ovvero dai balconi della casa del conte Leopardi, suo padre. A ogni modo, lui la osservava, mentre filava “la faticosa tela, “all’opre femminili intenta”. In soldoni, Teresa stava tutto il giorno a prepararsi il corredo, in vista del periodo in cui avrebbe raggiunto la cosiddetta “età da marito” e sposato presumibilmente un altro umile come lei. Per intrattenersi, la ragazza cantava e il suo canto si mescolava alle voci delle vie circostanti. Niente di troppo caotico. Si trattava verosimilmente di fattorini, carrozze in transito, pastori e agricoltori di ritorno dalla campagna. Leopardi, dall’alto del suo balcone, vedeva lei, ma anche gli orti, “le vie dorate” come le chiama lui, il cielo sereno e il mare. Un piacevole struggimento si potrebbe dire, una dolcezza inquieta che piove in petto rubando e parafrasando un verso di Montale. In chiusura, il poeta se la prende giustamente con la Natura che, almeno in gioventù, faceva ben sperare per una vita serena e, perché no, magari segnata da una certa misura di amore ad allietarla.

Il manoscritto di A Silvia e la visione della casa di Teresa Fattorini dalla finestra di casa Leopardi, nella foto del noto Mario Giacomelli

Il manoscritto di A Silvia e la visione della casa di Teresa Fattorini dalla finestra di casa Leopardi, nella foto del noto Mario Giacomelli

Proviamo adesso a immaginare come avrebbe avuto corso oggi quello strano e muto rapporto tra Silvia e il grande poeta. Tanto per cominciare, Leopardi oggi sarebbe probabilmente il figlio di una classe media agli sgoccioli, piuttosto che un nobile, visto che i nobili non esistono più, come a breve accadrà anche alla classe media. Dunque, il giovane Giacomo sarebbe quello che fino a pochi anni fa si definiva uno sfigato e che adesso si sente sempre più spesso chiamare, secondo l’egemonia linguistica sottolineata da Langella, un nerd. Ergo, forse sarebbe in ogni caso gobbo, ma indosserebbe occhiali da vista Ray-ban dalla montatura nera. In secundis, lo immagino con un profilo Facebook, che va a spiare quello di Teresa, ammesso che questa non abbia il profilo visibile unicamente agli amici. Poi, vediamo, potrebbe cercare di procurarsi il suo numero, inviarle dapprima un messaggio su WhatsApp. Ipotizziamo poi che la veda uscire dal portone di casa, o magari rientrare alle sei di mattina, dopo una notte trascorsa in discoteca. Potrebbe forse metterla a confronto con la modella del cartellone pubblicitario Calzedonia, con le sue bellissime gambe photoshoppate, e trovarla tutto sommato niente di speciale. Sicuramente, guardando dalla finestra non vedrebbe vie dorate né orti, ma vetrine di negozi chiusi per via della crisi, e sentirebbe un chiasso infernale dato dal traffico e da una massa umana che scorre febbrile al di sotto. E poi se la prenderebbe con la società dei consumi, piuttosto che scagliarsi contro la Natura, che non gli ha dato ciò che gli aveva promesso, ovvero una qualsiasi modella intravvista in una pubblicità, o peggio ancora una pornostar come Sasha Grey, occhieggiata dando una sbirciata su YouPorn.

Nell’immagine, un ragazzo vestito secondo la moda nerd, un manifesto pubblicitario della Calzedonia, e la nota pornostar Sasha Grey

Nell’immagine, un ragazzo vestito secondo la moda nerd, un manifesto pubblicitario della Calzedonia, e la nota pornostar Sasha Grey

Tutto ciò potrà sembrare una colossale stupidaggine, poco più di un gioco infantile, ma purtroppo, come ben sappiamo, così non è. Un altro tipo di realtà si spalanca al nostro cospetto e il vero punto sarebbe riuscire a rappresentarla criticamente all’interno della dimensione poetica. Certamente, potremmo fare finta che il poeta oggi non sia un laureato che lavora in un call center. La fuga dalla realtà come scelta di vita è sempre esistita e sempre esisterà, nota Langella. Anzi, quanto più la realtà si fa dura – mi si scusi la battuta – tanto più i poeti iniziano a darsela a gambe, solitamente. Un patetico lirismo fuori tempo massimo è in fondo meno costoso dell’oppio fumato da Rimbaud.

Ricapitolando si potrebbe sintetizzare il nostro tempo, dal punto di vista del Realismo Terminale, secondo due coordinate molto semplici. La prima è quella per cui le città sono divenute immense megalopoli nelle quali i popoli si accatastano. Prova ne sia che, dati alla mano, la popolazione mondiale è oramai concentrata nelle città piuttosto che fuori da queste. Faccio notare a tal proposito che, anche chi resta ai margini geografici del sistema, comunque vi risulta fagocitato. Esempio paradigmatico: la musica su cui ballano i giovani in una discoteca d’Abruzzo, o di Sardegna, e quella che ascoltano su YouTube, è all’ottanta percento identica a quella al ritmo della quale si agita un giovane londinese nato e cresciuto nella capitale del Regno Unito. Altro punto: la natura è stata messa ai margini, o ridotta alla stregua di un’oasi artificiale, con la conseguenza che a prendere il sopravvento sulla scena è stato l’oggetto. Con questo termine tanto generico, quanto inquietante, intendo annoverare dal palazzone milanese, all’ultimo smartphone. In generale, quindi, ogni cosa di fabbricazione umana e non presente autonomamente in natura. Peculiarità fondamentale di tale oggetto è il fatto che esso ci padroneggi, invece che servirci. Per intenderci: io non voglio un semplice telefono atto a consentirmi la comunicazione (il che sarebbe in fin dei conti positivo), ma voglio l’ultimo iPhone. E questo mi chiederà continue attenzioni, alla stregua di un cane. Dovrò ricaricarlo costantemente, comprargli una custodia perché non si graffi, aggiornare le sue app perché possa funzionare al meglio.

Cosa si propongono di fare i poeti del Realismo Terminale partendo da un tale stato di cose? In prima battuta direi che vorrebbero fornirci un nuovo modo per dire il mondo, per raccontare il mutamento antropologico che viviamo ogni giorno. Data la predominanza degli oggetti, va da sé che le oramai classiche e collaudate similitudini, metafore, immagini, e altre varie figure retoriche ascrivibili all’ambito naturale sono quantomeno obsoleti strumenti di narrazione del reale. Se un tempo si diceva “Sei bella come il sole”, “corri come una lepre”, indiscutibilmente queste similitudini sono oggi oltre che abusate e consunte, francamente un po’ ridicole. Che fare dunque per adeguarle al mutare dei tempi? Semplice, rovesciarle, rovesciarle sugli oggetti reali o fantasmagorici che pullulano intorno a noi e dentro di noi. Esempio: per me non sei bella come il sole, ma come la sunnominata Sasha Grey (intesa non come donna in sé, ma come oggetto del desiderio imposto a livello massmediatico). E i tuoi occhi rifulgono come il mio nuovo schermo a led ultraluminoso – in effetti, la maggior parte del mio tempo, io, contrariamente al mio bisnonno che passava la sua giornata a coltivare i campi, quindi all’aperto, fisso uno schermo, la cui luminosità è, per dir così, la luce metaforica ed effettiva che permette il mio lavoro di scrittura.

– Tre testi che hanno segnato il nostro tempo: La condizione postmoderna e Il postmoderno spiegato ai bambini di Lyotard, insieme a Il Realismo Terminale di Guido Oldani

– Tre testi che hanno segnato il nostro tempo: La condizione postmoderna e Il postmoderno spiegato ai bambini di Lyotard, insieme a Il Realismo Terminale di Guido Oldani

Il proposito di ciò, e qui veniamo al secondo punto, è sottolineare la condizione che, se un tempo si definiva con termine poco efficace nel catturare l’attenzione, postmoderna, oggi è divenuta addirittura post-umana, in sostanza terminale. Ecco il grande messaggio di questa particolare forma di realismo: siamo, fuor di metafora, alla canna del gas e, o reagiamo adesso, riprendendo in mano la situazione, o essa a breve risulterà irrecuperabile. Il Realismo Terminale vorrebbe essere in questo senso un rilancio della dimensione civile in poesia, cosa che, in mezzo a tutti questi poeti in fuga verso illusorie e fumose dimensioni altre, è uno dei massimi auspici che si possa nutrire.

 

P.S: In tempi di giovanilismo imperante e memori del fatto che a lanciare una qualunque avanguardia (vedi il Futurismo) ci siano quasi sempre stati degli imberbi giovanotti, potrà sembrare quantomeno singolare che alla testa del Realismo Terminale vi siano due diversamente giovani come Oldani e Langella. Al di là del giudizio che si può nutrire rispetto all’esaltazione idiota della bassa età anagrafica – con la sua inquietante eco del tristemente noto “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza” – in verità una simile peculiarità è facilmente spiegabile. Solo chi, forte di aver doppiato l’età del Cristo in Croce, ha avuto modo di vedere il proprio paese passare da una società a base agropastorale, a quella industriale del boom economico, fino ad arrivare alla moderna postindustrializzazione e autonomazione, potrà comprendere realmente il mutamento in atto. Va da sé che i nativi digitali sono, per forza di cose, esseri ottusamente appiattiti sul presente, per i quali il passato risulta essere una sorta di fantascienza rovesciata.

Di Matteo Fais

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