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Poesia 2.0. Esiste una letteratura (solo) femminile? Rispondono le poetesse

Pubblicato il 29 Novembre 2017 da Matteo Fais
Categorie : Poesia 2.0 Scritti

copertina (2)Esiste un annoso interrogativo, nella vita pratica, che concerne l’intersoggettività. Banalmente, riguarda la possibilità di instaurare una reale comunicazione tra gli esseri umani. Esistono concretamente le basi perché ciò avvenga, oppure quando parliamo ci diciamo l’un l’altro parole vuote a cui ognuno attribuisce un significato personale? La questione è vasta, quanto vertiginosa. Naturalmente, un simile dubbio echeggia e si ripercuote anche in ambito letterario. Di quel che scrivo (ammettendo, ovviamente, che lo faccia per comunicare) cosa arriva al lettore? Quanto di ciò che egli legge è una sua costruzione che si forma dalla materia (le parole) che gli viene proposta? E ancora: lo scrittore può parlare a nome di entità estese quali la specie umana, il popolo, una generazione, i suoi conterranei?

Tra i tanti interrogativi che ruotano intorno alla questione della comunicazione, in relazione alla produzione letteraria, ve n’è uno, in particolare, su cui sarebbe imperdonabile non soffermarsi attentamente a riflettere e riguarda la questione della scrittura femminile. Non che si voglia mettere in dubbio la possibilità, oltreché la necessità, della letteratura che viene dal genere in questione – ciò sarebbe folle e immondo. Invece, è interessante meditare su cosa possano avere la scrittura maschile e femminile di irriducibile l’una all’altra. In sintesi, può un uomo (narratore, o poeta) parlare in vece della donna e viceversa? Possiamo, nella innegabile sussistenza di alcune differenze biologiche e psicologiche tra generi, pensare che vi siano sentimenti e sensazioni impossibili da cogliere per chi appartiene al sesso opposto al nostro?

Siamo andati a tal proposito a intervistare ben sedici tra poetesse e scrittrici. Si tratta di donne di età e generazioni diverse, ognuna con la propria storia e sensibilità. Abbiamo chiesto a tutte di rispondere a una sola e precisa domanda: “Esiste una scrittura al femminile, ovvero un modo di descrivere la vita in versi o in prosa che rimandi a un particolare sentire precluso all’altro sesso?”. In calce, chi scrive ha deciso di inserire un suo personale commento, partendo dagli spunti di riflessione forniti dalle intervistate.

 

Floriana Naso: “No, non esiste alcuna differenza, a parere mio. A questo proposito mi domando: sarebbe possibile indovinare il sesso dello scrittore leggendo un pezzo?
Ci sono uomini dotati di sensibilità, talento poetico e romanticismo in grado di suscitare profonde emozioni e donne che ne sono totalmente sprovviste. La scrittura è un’impronta digitale, svela la persona e ognuno è unico”.

 

Melania Panico: “Sinceramente non mi sono mai posta il problema se esista una scrittura al femminile. Così come non mi sono mai posta il problema se esista una scrittura al maschile. Esiste la scrittura. E poi esiste lo stile. E il contesto sociale influenza la scrittura e lo stile. Così, per esempio, se leggo Yourcenar non mi pongo il problema se sia maschio o femmina e credo che neanche l’autrice si sia mai posta il problema di dover apparire in qualche modo. Lo stesso vale per Yehoshua o Coetzee (parlo di autori che stimo). Quando ho letto Rosa candida di Olafsdóttir (autrice islandese dal nome impronunciabile) non ho capito che l’autore fosse femmina fino a quando – alla fine – non ho letto la quarta. Che poi ci sia una differenza tra i sessi non sto a dirlo io. La differenza comunque è un dato di fatto e non un’aggravante. Non tutte le donne hanno la stessa sensibilità. Quindi anche parlare di differenza sulla base di più o meno sensibilità mi sembra fuorviante. Questo, per quanto riguarda il concetto di scrittura al femminile. Se poi facciamo riferimento alla letteratura per le donne e cioè ai banchi di libri per donne che troviamo nelle librerie, beh, la mia reazione è la stessa di quando vedo i banchi di libri di letteratura gay o LGBT: prima rido e poi pirandellianamente mi intristisco”.

 

Rita Pacilio: “La scrittura è linguaggio del pensiero in continua ricerca ed evoluzione del senso e del vero; se la si espone a una connotazione esclusivamente sociologica (scrittura femminile/femminista, maschile/maschilista, civile, d’amore, ecc.) sembra venga sminuita di onore, bellezza e privilegio. Dietro la parola c’è sempre, a prescindere dal sesso, la virtù del miracolo, il sacrificio di chi scrive, la carne/corpo/anima del pensatore (fardello? Segreto? Cognizione?) fino a raggiungere una perdita di identità. Chi scrive, infatti, si mostra altro da sé, spesso senza età e senza tempo (Rimbaud: je est un autre) perché si nega, si autonega, e si apre al corpo sconosciuto innamorandosene, tradendolo, quindi oscillando nelle molteplicità complesse delle uguaglianze, somiglianze e differenze insite nel femminile e nel maschile. L’atto creativo si distacca e specifica la parola girovagando nel reale per allargare il punto di osservazione e assorbire il peso della conoscenza. L’intimo, dunque, non ha genere, così l’Arte, il mondo, il destino. La purezza della scrittura universale se venisse declinata al femminile o al maschile, in maniera applicata, impoverirebbe la finalità letteraria e la soluzione del tormento dei fenomeni esistenziali. L’esperienza umana, è vero, è fatta anche dal nostro e dall’altrui sesso, sentito e senziente, in modo realistico e fedele, ma, straordinariamente, nella scrittura, può assumere ed esplicitarsi in un ruolo simbolico, potente e contraddittorio. Quando la coscienza supera sé stessa e si espande, la carne è immersa completamente nel mi fingo. Additarla, ghettizzarla o declinarla secondo il sesso di appartenenza, è un’opera eccessiva che può solamente essere giustificata dalla rilevazione antropologica e/o socioculturale”.

 

Alessia Iuliano: “In letteratura, come in arte, vale quello che mi arriva.  Non il genere che lo produce.  Non mi importa chi c’è dietro il paravento, se donna o uomo, come se adulto o anziano, omosessuale o etero. Penso alle poetesse che hanno rifiutato il ‘poetesse’, in sostegno dell’essere chiamate ‘poete’. Certo è diverso il racconto di un aborto che fa una donna e non può fare un uomo. Ma, nemmeno troppo. Il tutto sta a un certo tipo di sensibilità e introspezione psicologica, qualità che non hanno genere! Sono legate alla personalità e alla capacità dell’autore in questione. Per questo, se autore è Autore e narrativa e poesia sono Narrativa e Poesia quest’ultime, come Letteratura, prescindono appunto dal genere. Semplicemente, posso benissimo riconoscermi in una poesia di Montale o nella poetica di Fortini, gli uomini in una poesia di Szymborska”.

 

Beatrice Orsini: “Credo che la scrittura sia, in un certo qual modo, un’operazione al femminile, nella misura in cui il femminile ha strutturalmente, e in maniera più radicale del maschile, a che fare con l’esperienza della mancanza. Scrivere è circoscrivere un vuoto, una mancanza, tramite le parole e il rapporto con il linguaggio è esso stesso un rapporto mancante, precario. Porsi al servizio della scrittura implica passare attraverso questa strettoia, feritoia, della parola che non riesce a dire tutto ma che, soprattutto in poesia, può creare nuove significazioni. E forse in questo le donne partono avvantaggiate”.

 

Izabella Teresa Kostka: “Al di là del ciclo mestruale, degli ormoni impazziti e della gravidanza (vera, presunta o isterica), credo che la scrittura sia fondamentalmente di due tipi: quella di spessore e quella insulsa. Sicuramente la percezione di alcuni argomenti trattati può cambiare dal punto di vista femminile o maschile però, nel mondo di oggi, in cui sempre più spesso parliamo di filosofia gender, di omosessuali e transessuali, le differenze tra i sessi tendono a diminuire e la scrittura diventa più universale, più unisex. La letteratura tipicamente femminile appartiene, secondo me, al passato: non è, infatti, così strano incontrare scrittrici con le palle e scrittori melensi sui tacchi alti. Personalmente sono stata sempre descritta come Bukowski al femminile, probabilmente per le tematiche affrontate, che senza tabù descrive anche gli oscuri lati della vita, negati dalla società. Dovrei offendermi? No! Appartengo alla schiera delle donne guerriere, tessitrici dei versi in minigonna e con la lingua d’acciaio che fa sanguinare le pagine, indipendentemente dal ciclo lunare. La scrittura deve essere intensa e mai banale, sicuramente quelle doti dipendono dall’intelletto e non da una X o una Y in più su una coppia di cromosomi”.

 

Michela Zanarella: “Si, credo che una donna che scrive faccia parlare la sua anima, la sua pelle, il suo corpo. È un modo di sentire e percepire le cose che ha in sé un linguaggio emotivo che non è lo stesso di quello maschile. Con questo non voglio creare fraintendimenti nel genere della scrittura, ma soltanto far comprendere che certe esperienze, determinate emozioni, vengono descritte con un approccio diverso. Inconsapevolmente una scrittrice vede con altri occhi e sceglie a volte un lessico che non sempre incrocia quello di un uomo. Se pensiamo al tema dell’amore, sicuramente cambia il modo di esprimersi. Ci sono poi situazioni che una donna vive in modo intimo e completamente proprio: la nascita di un figlio, per esempio, è qualcosa di unico, l’essere madre, dare la vita, penso che chi genera debba avere la consapevolezza della procreazione, dell’atto di donazione”.

 

Noemi De Lisi: “Risponderei con un’altra domanda: esiste una scrittura al maschile? Stiamo assistendo alla lotta contro gli stereotipi di genere (era ora!), o meglio, a una rieducazione della società in questo senso; un percorso informativo in cui si cerca di abbattere, mettendole in discussione, le barriere dettate dal genere biologico (nascere anatomicamente di sesso femminile o maschile). Trovo che sia legittimo parlare di una diversità tra femminile e maschile qualora si parli ad esempio di discipline sportive (ambito in cui il corpo è il dettame principale), ma quando prendiamo in considerazione una certa sensibilità per le parole, ecco che il corpo diventa superfluo.

Esistono persone che scrivono del mondo attraverso il loro personale punto di vista. Ma come ci riescono? Immaginano, fingono. Queste persone possono scrivere immaginando di essere cani, sirene, robot, fantasmi, donne, uomini. La bravura di uno scrittore sta nel riuscire a ingannare il lettore, fingere fino all’ultimo punto: può un uomo immaginare e descrivere il ciclo mestruale? Sì. Può una donna immaginare e descrivere un’erezione? Sì. Abbiamo scelto di scrivere per dimenticarci (o ricordarci), abbiamo scelto di immaginare delle vite oltre la nostra, abbiamo inventato tutto: siamo stati madri, padri, assassini, eroi. Chi sceglie di scrivere, sceglie tutte le vite immaginabili. Come facciamo pipì, se in piedi o seduti, è qualcosa che non riguarda la letteratura, riguarda più banalmente la nostra vita, l’unica che non abbiamo scelto”.

 

Eleonora Rimolo: “Il sentire è di per sé un’esperienza eterogenea e quindi individuale. Ogni modo di vedere il mondo, di viverlo e di descriverlo è personale e per questo incomprensibile agli occhi dell’altro. La differenza di sesso così come la differenza di cultura, ad esempio, sono grandi categorie che aiutano a orientarsi ma dentro cui confluiscono altrettante infinite difformità. Personalmente sono sempre stata attratta dall’idea di scrivere al maschile: non ho mai cercato una spiegazione a tale tendenza, ma molto spesso la mia scrittura viene fuori così. Quindi, per quanto riguarda la mia esperienza di poeta, i punti di vista si sovrappongono, confondendosi, fondendosi per giungere a un singolare, semplice, univoco messaggio valido in qualunque spazio e tempo, e per qualunque sesso: la solitudine è la sola vera costante degli esseri umani”.

 

Alessandra Corbetta: “Analizzando le fasi che conducono dal femminismo egualitario alla differenza sessuale, passando per il costruzionismo sociale, appare evidente come la concezione del corpo, primario elemento di discrimine tra uomo e donna, si modifichi in base ai regimi di significato attribuiti alla sfera biologica del corpo da una parte e a quella sociologica dall’altra; da qualsiasi parte si consideri la questione insomma, permane una diversità connaturata nell’appartenere a un sesso o all’altro e, nonostante la società attuale si prodighi nell’assottigliare le differenze intrinseche ed estrinseche esistenti tra i due, il divario resta e, sarebbe buona cosa, continuasse a rimanere.

La scrittura poetica non si sottrae, certo, a queste dinamiche: il sentire maschile non è quello femminile, non solo in relazione al diverso modo di considerare una stessa tematica ma, aprioristicamente, nel modo di vivere e abitare il mondo; questa differenza, lontanissima da qualsiasi impostazione gerarchica, è una delle ricchezze che la poesia offre, in un circolo continuo di armonie e dissonanze che attraversano i due poli di un comune essere umano che sarebbe stupido ignorare e di cui sarebbe, ancora più stupido, privarsi”.

 

Linda Ansalone: “Per me, non è una questione di scrittura, quanto di sentire. Se hai una buona base tecnica, un modesto estro, puoi con la scrittura arrampicarti dove ti capita, ma il lettore sveglio, avvertirà subito la mancanza di autenticità. La letteratura testimonia un grande numero di suicidi al femminile, per citare alcuni nomi: Virginia Woolf, Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Nadia Campana, Anne Sexton, Amelia Rosselli. Cosa accade? La scrittura ti costringe ad andare oltre, oltre anche le tue stesse emozioni, divenire altro da sé. E avvengono incontri, proprio lì dove galleggia il vuoto; è necessario chiudere la porta che dà sull’esterno e lasciare che dilaghi il proprio mondo interiore. «La lingua e la scrittura possono essere considerate come operazioni magiche, stregonerie evocatrici», scriveva Charles Baudelaire, come per sottolineare la paradossalità dell’arte come morte, ma allo stesso tempo come vita, ma Baudelaire è un uomo. La vita gli è donata. Le donne invece generano vita, sono investite di un mistero così grande che le porterà per tutta l’esistenza a cercare il vero, a costo di trovare il buio e l’orrore. Il percorso di autenticità della poesia al femminile, è un percorso spietato, ma coraggioso che non si arrende di fronte a nessuna verità, nemmeno se estrema”.

 

Valentina Neri: “La scrittura femminile esiste e non si può prescindere da tale realtà. Ovviamente, ogni individuo, maschio o femmina che sia, ha una sua identità. Ma la voce femminile non sfugge. Tuttavia, non la classificherei mai come superiore a quella maschile. Il mio modo di vivere la sessualità, di cui spesso è impregnata la mia poesia, è femminile. La connotazione erotica muta a seconda delle relazioni e dei sentimenti che vivo in prima persona sempre con grande intensità. Io capisco e percepisco in quanto donna e diversamente da ogni altra donna. E mi sento compresa e condivisa dai due sessi. Non bisogna, a mio avviso, creare fratture tra poesia maschile e femminile. Dai poeti che leggo capisco cosa amano e cosa disprezzano, come amano e come odiano. Pertanto, l’insieme è tutto un gioco di disvelamento che ci avvicina alla reciproca comprensione”.

 

Gabriella Musetti: “Mi viene da rispondere di no, non esiste un particolare sentire femminile nella scrittura precluso all’altro sesso, basti ricordare quanti grandi scrittori del passato si sono calati con maestria ed empatia nelle profondità dell’animo femminile. Inoltre parlare di scrittura ‘al femminile’ mi sembra togliere forza e libertà alle composizioni delle donne, circoscriverne il territorio, limitandone l’impatto anche eversivo. Non credo che il puro dato di natura sia così dirimente nelle questioni d’arte e di scrittura letteraria: l’immaginazione è una capacità creativa che oltrepassa le barriere, quando l’opera è arte. Ci sono, certamente, punti di vista, ambiti, sensibilità, interessi, desideri, (non dico capacità creative), che marcano con maggiore o minore intensità le diverse scritture, ma questo lo si riscontra anche sul piano soggettivo. Allora le scritture sono assimilabili? La risposta è ancora no. Il fatto di essere state per centinaia di anni ai margini della scrittura e della scolarizzazione, nonché di una vita sociale autonoma (a parte casi specifici) ha promosso forme di comunicazione e relazione che rendono le loro opere così interessanti e nuove. La tradizione letteraria in questo campo è giovane, si sta consolidando da circa due secoli. Ora che si esprime nella sua immediatezza e libertà diventa dirompente. É luogo di studio e analisi di tante critiche e accademiche, donne generalmente, perché anche qui la cultura patriarcale ha imposto la propria visione del mondo”.

 

Mariagloria Fontana: “Esiste una profonda e connaturata differenza di scrittura fra i due sessi. Analizziamo, ad esempio, il modo in cui autori e autrici descrivono l’amore: Lev Tolstoj, Philip Roth, Michel Houellebecq e Karl Ove Knausgard da un lato, e Charlotte Brönte, George Eliot, Jane Austen dall’altro. I personaggi degli scrittori si sentono attratti come se vi fosse un’esplosione, un’attrazione che ha qualcosa di inspiegabile e inesplicabile. ‘Tutto prendeva luce da lei: era lei il sorriso che illuminava tutto, d’ogni intorno’. Un potere emotivo misterioso fa eco alla reazione di Levin al sorriso di Kitty in Anna Karenina. La concezione dell’amore in Tolstoj non è dissimile da Knausgaard, Roth o Saul Bellow; questi ultimi descrivono la sensualità e l’erotismo in modo tale da rendere il sesso e la sensualità esteticamente ricchi e intellettualmente elevati. L’idea romantica che divide gli autori dalle autrici sembra appoggiarsi a uno o all’altro di due capisaldi: il concetto di amore come una profonda e misteriosa attrazione, che è più smaccatamente maschile, o l’idea di una collaborazione con un’anima, una persona unicamente in grado di comprendere la propria vita interiore, prettamente femminile”.

 

Flaminia Cruciani: “Trovo questa domanda anacronistica, in particolare in un momento in cui nell’ambito delle differenze di genere non siamo più evidentemente di fronte a un dualismo determinato, ma in un pieno dibattito confuso e cacofonico sull’identità di genere sessuale. Comunque, mi chiedo come mai la domanda non sia mai stata posta al contrario ‘Parliamo della scrittura maschile, qual è il modo di descrivere la vita in versi precluso alle donne?’. Penso che dentro questa domanda risuoni un pregiudizio, un retaggio di patriarcato, come se la donna fosse l’intruso, che debba legittimare la sua presenza in questo ambito. D’altra parte, mi chiedo: come mai non si parli mai del femminile nelle altre forme di espressione artistica, in pittura, scultura o in musica? Credo che ci sia una ragione metafisica, legata alle Sacre Scritture e ai monoteismi. La Sacra Scrittura che è, secondo il logocentrismo, la trascrizione della parola del Dio (unico e maschio) e della rivelazione. La scrittura è connessa quindi al logocentrismo e al fallocentrismo occidentale, una logica binaria gerarchizzata che favorisce ciò che s’identifica con il maschile. Riguardo all’impossibilità di descrivere un’esperienza che non riguardi direttamente il genere, come per l’uomo la maternità: vi chiedo solo di pensare a La Pietà di Michelangelo. È evidente, come diceva Jung, che sia nell’uomo sia nella donna ci siano entrambe le nature, maschile e femminile, e quando l’individuo scrive poesia, uomo o donna che sia, rappresenta il terzo genere della cosmologia del Timeo platonico: la Chōra.

 

Valentina Di Cesare: “La a tua è una domanda complessa e importante, alla quale rispondo con molta cautela, senza alcuna pretesa di essere esaustiva.
Credo che il concetto di scrittura femminile risenta ancora molto di stereotipi e auto-stereotipi (volontari o involontari) sedimentatisi nel tempo sul dibattito stesso. Gli eventi della storia umana hanno consentito alle donne di esprimersi con minor frequenza in tutte le arti, è un dato concreto questo. Probabilmente un elemento simile contribuisce a rendere le due prospettive (maschile e femminile) sbilanciate. Parlo proprio a livello esperienziale, di prove, di consapevolezza, di eredità. La verità è che il canone e i generi continuo a considerarli accessori rispetto alla Letteratura. Ora che sono una lettrice più esperta rispetto agli esordi, spesso ripenso ai miei primi passi, alle mie prime letture, magari confuse, parziali. Ricordo che mi capitava spesso di dimenticare il nome dell’autore, di ricordare solo il titolo dell’opera, o il nodo della storia, ma il nome no. In letteratura, per quel che mi riguarda, esiste ed è sempre esistita solo la Voce, la capacità unica e universale che chi scrive ha di osservare, interpretare, rivelare. A me interessano le storie. Le storie sono sempre interessanti. Molto in questi casi dipende dal lettore, dalle sue scelte, dalle sue aspettative, da quello che cerca. È quella la vera prospettiva che fa la differenza”.

 

 

Il commento di Matteo Fais

Non posso che ringraziarvi infinitamente per il vostro preziosissimo contributo a questo dibattito. Gli spunti di riflessione sono innumerevoli e ognuna di voi meriterebbe una risposta a parte, ma mi asterrò dal tediarvi oltre misura. Vi prego di non scambiare queste mie parole per un voler imporre l’ordine ultimo della virilità sullo spumeggiante estro femminile. Mi piacerebbe solo dire la mia, dopo aver meditato, partendo da ciò che voi mi avete amichevolmente fatto notare. Inizierei, dunque, dalla contro domanda che in molte avete sollevato: “Esiste una scrittura al maschile?”. Mi duole affermarlo, amiche mie, ma credo proprio di sì. Siamo diversi e non possiamo negarlo. Certo, molti aspetti a livello biologico e psicologico ci accomunano, tanti quanti sono quelli che ci dividono. Si può ben parlare di mettere in discussione i generi, ma io sono un uomo e non ho la benché minima idea di cosa significhi allattare al seno, portare in grembo un essere umano, ricevere un altro dentro di me nell’atto sessuale. Direbbe qualcuna di voi che il vero scrittore immagina, si immedesima, empatizza… Ben venga ogni tentativo di avvicinarsi all’altro per cercare di comprenderlo, ma una cosa è vivere sulla propria pelle un’esperienza e successivamente raccontarla, un’altra è immaginare. Posso pensare di essere una pianta, ma resta che la mia è una fantasticheria di chi non avrà mai una simile possibilità e non ha mai vissuto di fotosintesi clorofilliana. Ma, per rimanere sul punto, vi confesserò che ogni volta in cui ho letto un romanzo nel quale una scrittrice cercava di immedesimarsi e raccontare in prima persona, fingendosi un uomo, a stento ho trattenuto le risa. “Ma quando mai”, mi sono detto, “un uomo penserebbe cose simili!”. Purtroppo l’immaginazione non è tutto e non basta. Non parlo solo di differenza nella scrittura tra uomo e donna. Io posso figurarmi nella mente l’esperienza di essere un uomo di colore schiavizzato e costretto a raccogliere cotone in un campo della Louisiana. Ciò non toglie che io non sia un nero in una piantagione e non abbia mai ricevuto una frustata sulla schiena, per non aver raccolto abbastanza durante una dura giornata di lavoro. Se provassi a descrivere la vita di un simile essere umano, probabilmente scivolerei nella retorica e nel pietismo da quattro soldi. Io sono un maschio bianco, cresciuto in Occidente, tra la media borghesia. Posso simpatizzare per la causa dei palestinesi, ma non sarò mai un guerrigliero nato e cresciuto in quella terra. In tal senso, a mio avviso, ogni opera d’arte è storica, collocata entro un orizzonte culturale e geografico più o meno ampio. Perciò, qualsiasi romanzo o poesia, per quanto possa contenere personaggi inventati, per essere autentico deve avere la sua scaturigine da un substrato autobiografico. Raymond Carver potrà anche aver inventato di sana pianta i vari James, John, William e via dicendo, ma si tratta pur sempre di creazioni che attingono al suo universo di riferimento, l’America della low middle class che vive nella costante insicurezza economica.

Per concludere, credo che l’idea di una scrittura universale, di una letteratura con la L maiuscola, sia in fin dei conti il derivato di una visione romantica. Al contrario, la letteratura che non voglia ridursi ad astratta retorica sarà per forza di cose legata alla terra, ai luoghi, alle situazioni vissute, direi quasi a un microclima che circonda ogni autore e, sì, ovviamente alla sua biologia. In due parole, il genere è un destino.

@barbadilloit

Di Matteo Fais

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