
Un italiano vince un concorso fuori dall’Italia ma proprio perché italiano gli viene detto no. Fosse così, sarebbe grave. Come se un russo – ma è solo un esempio, e nemmeno malizioso – avendo diritto a uno spazio pubblico fuori dalla Russia, proprio perché russo, si ritroverebbe nel grande no.
Si dirà, la Russia è puzzona, l’Italia no, ma a maggior ragione la discussione diventa pelosa e terribilmente ipocrita perché il silenziato caso del nuovo stadio di Zagabria – un progetto italiano vince il concorso ma il governo di Croazia dice no – più che un sospetto lo solleva.
Il silenziato caso è appunto quello del concorso internazionale di architettura bandito per ristrutturare lo stadio Maksimir, crasi del nome del grande vescovo Maksimilijan e di Mir (pace), campo da gioco per la Dinamo Zagabria e della nazionale di calcio a scacchi bianchi e rossi guidata da capitan Modric. La storia è presto detta: due italiani firmano il progetto vincente e il premier croato, Andrej Plenkovic, ovviamente un leader di centro-destra ed europeista, manco a dirlo – forte di centrodestrismo e di europeismo – desideroso di far carta straccia del concorso regolarmente vinto, candidamente dichiara: “Cercheremo di annullare legalmente il concorso”.

Pietra dello scandalo è appunto la vittoria di uno studio di architettura VG13, finora noto agli addetti ai lavori, animato da due trentenni, il riminese Tommaso Fantini e il savonese Alberto Rossi, autori di un progetto che si rifà nientemeno che a Kazimir Malevic, il padre del suprematismo russo. Suprematismo va da sé non nel senso razziale ma di forme superiori alla natura e perciò astratte.
Nonostante la giuria composta da architetti, tecnici e financo sindaci e ministri abbia votato all’unanimità e coraggiosamente per questo progetto a scapito di tutti gli altri progettisti croati, europei e americani – 88 in totale da oltre 20 paesi – il governo di Zagabria, “rispettando le regole”, presenta ricorso.
Il non detto che svela il pretesto è dunque detto: forse il governo croato dice no perché il progetto vincitore è italiano? E una discussione pubblica, una presa di posizione della Farnesina o del sempre attento vicecommissario Ue Raffaele Fitto – sempre pronto a difendere le istituzioni culturali d’Italia – la meriterebbe. O no?
Ma si sa, specie di questi tempi – e da queste parti – escludere qualcuno in ragione della propria nazionalità, impedire perfino l’espressione artistica o sportiva in conseguenza di una cittadinanza è pratica diffusa. Un cattivo esempio avallato dalla Commissione europea verrebbe da dire. E il gran scalpore oltre Adriatico si spegne sulle coste italiane e fa tenerezza poi vedere gli esponenti di Governo di una destra, un tempo attenta alla comunità istriano-dalmata, voltarsi adesso dall’altra parte.
Del silenziato caso ne hanno parlato Francesco Merlo su Repubblica; quindi, Fabio Licari per La Gazzetta dello Sport, ha acceso i fari in ambito accademico uno studioso, Manuel Orazi, ma quel che colpisce è la muta complicità di chi, potendo agire, se ne sta zitto.
Uno stadio, si dirà, è soltanto uno stadio. Secondo Cesare Brandi, in quel capolavoro che è La fine dell’Avanguardia, l’uomo moderno “crede solo nella realtà che vive, e contando solo sul presente, esige una continua pulsante flagranza con la realtà, deve poi ridursi a fremere, spasimare, affannarsi, per vicende che non lo toccano, per gare a cui non partecipa in proprio, sempre sfiorato e mai penetrato da quella realtà per cui ha abbandonato tutto, fede e ideali”.
Lo stadio è un gran teatro di massa delle grandi narrazioni premoderne. Un furibondo battage mediatico a mezzo social network, dunque – un’epopea di grande narrazione post-moderna – da Zagabria ha inveito contro il progetto vincitore producendo sciocchissime animazioni 3d e AI sull’onda però di un malcelato sciovinismo, ops, sovranismo.
Tutto torna e tutto, in tema di censura, è un boomerang. Torna indietro, chi di censura ferisce, di censura perisce si potrebbe dire se il cattivo esempio di escludere qualcuno in ragione della sua nazionalità ha preso piede nelle libere istituzioni, libere a parole.
Si escludono gli architetti in ragione della loro precisa nazionalità, quella italiana, con risibili appigli procedurali e in nome dell’estetica per nascondere l’etica che è vuota.
Fosse così, sarebbe grave e proprio perché è enorme la questione va a scivolare nel silenzio. È qualcosa di già rodato. Si è sempre il puzzone di qualcuno. E forse è questo il motivo di cotanto silenzio. Un silenzio peloso, ipocrita e tutto italiano. Magari, chissà, sono contenti di aver dato l’esempio. O no?





