Secondo una ricerca del Telegraph, White students in the minority at 27 universities gli «studenti britannici bianchi» rappresentano ormai «meno della metà degli iscritti» in non meno di «ventisette università del Regno Unito». Questo dato, stabilito da istituti di ricerca senza alcuna ideologia alle spalle, potrebbe essere comunque criticato a priori dai soliti intellettuali progressisti e inclusivi, come semplicistico, «etnico» o «razziale».
Il problema è che proprio il governo inglese, come del resto quello statunitense, da decenni ormai, realizza questo tipo di statistiche – come quelle analoghe sul genere e l’orientamento sessuale – per cercare di integrare meglio, così si dice, «tutte le minoranze», assunte per partito preso come «deboli», «escluse» o «ingiustamente discriminate».
Ma i conti non tornano più. Infatti, è sempre lo stesso quotidiano a dirci che «solo dieci anni fa» gli studenti «whyte» erano minoritari in sole «13 istituzioni accademiche» del regno. Dunque la politica di non-discriminazione oltre all’immigrazione incontrollata araba e africana, in appena due lustri, ha fatto sì che siano più che raddoppiati i centri universitari in cui le precedenti «minoranze» sono diventate nette e visibilissime «maggioranze».
L’analisi del Telegraph si fonda sui calcoli effettuati per il decennio 2015-2025 dalla «Higher Education Statistics Agency» un ente di ricerca che collabora con le istituzioni politiche britanniche. Eppure, «nonostante questa evoluzione» scientificamente indiscutibile, «almeno dieci di queste università» continuano «ad offrire borse di studio», «aiuti finanziari» o «programmi specializzati» alle (ex) minoranze con lo scopo di renderle meglio integrate, mentre da tutte queste agevolazioni economiche e persino psicologiche «gli studenti bianchi sono esclusi».
Tra i vari esempi citati a campione, si racconta che «all’University College London» tra i più importanti centri universitari della capitale, gli studenti classificati come bianchi rappresentano ormai «il 48% degli iscritti». Eppure, viene offerta una inclusivissima borsa di studio «di 23.000 sterline all’anno» ai soli «studenti neri» o di «etnia mista» che seguono i corsi di informatica. L’Imperial College London, da parte sua, dove gli studenti «bianchi» rappresentano non più del «42% del totale», finanzia interamente le tasse universitarie agli «studenti neri» più meritevoli che frequentano le facoltà di «ingegneria, medicina, scienze naturali o economia».
Alla Queen Mary University of London, la minoranza da tutelare sarebbe veramente quella degli studenti e delle studentesse bianche che in pochissimi anni si è ridotta fino ad essere ora «solo il 30%» del totale. Ma i magnanimi uffici anti-discriminazione dell’università, offrono un finanziamento «destinato agli studenti provenienti da contesti neri» il quale copre tutte le tasse di iscrizione ed eroga altresì un «sussidio annuo di 18.062 sterline» per le politiche anti-discriminazione della facoltà.
Secondo il professor Eric Kaufmann, intervistato dal Telegraph, non c’è più «alcun motivo» per mantenere «le borse di studio» concepite per tutelare le precedenti minoranze, ora in molti contesti assolutamente maggioritarie. Anzi, continuare con questi sostegni mirati ed etnici rappresenterebbe una «discriminazione razziale, pura e semplice». Della stessa opinione la portavoce di Reform Uk per l’istruzione Suella Braverman, che ha chiesto alle università di «porre immediatamente fine» a questi programmi discriminatori dal punto di vista razziale, che infondo valutano gli studenti non «in base al loro talento», ma solo a partire «dal colore della loro pelle».
Eppure, questi programmi di «discriminazione positiva» o «quote colorate per studenti» rientrano nell’ambito dell’Equality Act approvato nel 2010. Il quale, cassando direttamente l’assioma giuridico e filosofico la «legge è uguale per tutti» autorizza e di fatto giustifica misure di «azione positiva» per correggere un ipotetico svantaggio o ad una «sotto-rappresentazione». Come se tutte le etnie del pianeta debbano per forza avere pari iscritti nelle facoltà e nelle scuole.
E proprio per non sembrare troppo british e poco colored, molte università inglesi hanno introdotto nella loro mission educativa di fondo, l’ambizione di allargare la piccola presenza di «determinati gruppi». Fino al punto di creare ora una nuova minoranza discriminata (e invisibile), nel silenzio assordante dell’ideologia antirazzista.






