
Sul forum on line di Paradoxa, bella rivista diretta da Laura Paoletti, Giuseppe Ieraci,
scienziato politico dell’Università di Trieste, pubblica un post, “Autoritarismo elettorale,
Freedom House e ‘balle spaziali’”, in cui commenta la sconfitta di Victor Orban e rileva che
“nella tradizione procedurale, al centro della definizione di democrazia non starebbe ciò che i
governanti fanno (o dovrebbero fare), ma semplicemente il modo come questi sono selezionati”. Il
governo di Orban, pertanto, può dirsi “responsabile”, “nel senso minimo di un potere che
periodicamente si sottopone alla competizione elettorale|…| Ha formulato politiche, le ha sottoposte
all’elettorato, che le ha a lungo approvate e infine rigettate”.
Il popolo è bue, se…
Ieraci ha visto assai bene la metastasi ideologica annidata nella mente dell’intellighenzia italiana
(e, forse, non solo italiana), per la quale a sinistra solamente si trovano interessi e valori positivi; a destra, albergano pulsioni tribali, qualunquismi, ignoranza, paure e fobie, che ritardano la marcia del progresso. Opportunamente, nel post, ricorda il “fascismo eterno” di Umberto Eco e il fascistometro di Michela Murgia.
Procedurale? Non basta
Tutto questo, però, dimostra che la democrazia procedurale non basta, se manca una “comunità
politica”, radicata nella storia e nelle tradizioni, che si riconosca in valori condivisi. E’ la lezione, che è
stata ignorata, dei due più grandi storici italiani del secondo ‘900, Rosario Romeo e Renzo De
Felice.





