
La visita di Narendra Modi alla Knesset, il 25 febbraio, sarebbe già di per sé un evento storico: è il primo premier indiano a intervenire davanti al parlamento israeliano. Ma il tempismo trasforma quell’intervento in qualcosa di più di un gesto simbolico perché pochi giorni dopo, Israele – insieme agli Stati Uniti – ha avviato un’operazione militare contro l’Iran ancora in corso. Il dato politico è evidente: l’India, membro fondatore dei Brics, rafforza pubblicamente l’asse con Israele alla vigilia di un conflitto che coinvolge un altro membro dei Brics, l’Iran.
Nel suo discorso, Modi ha elogiato la cooperazione in difesa, il trasferimento tecnologico, i negoziati per un accordo di libero scambio e persino il piano di pace statunitense per Gaza. Ha dichiarato che l’India “è fermamente al fianco di Israele”. Un linguaggio per nulla neutrale ma una scelta di campo, o quantomeno una priorità strategica dichiarata. Eppure, l’India intrattiene anche rapporti strutturali con Teheran in cooperazione energetica, sviluppo del porto di Chabahar – snodo fondamentale per aggirare il Pakistan – e un dialogo politico mai interrotto. Ma questi rapporti evidentemente sono più pragmatici che ideologici tanto che Nuova Delhi non intende sacrificare la partnership con Israele né incrinare il rapporto con Washington per difendere l’Iran.
Qui emerge il primo nodo: i Brics non sono un’alleanza militare né un blocco politico coeso ma sono una piattaforma di coordinamento tra potenze regionali che condividono l’obiettivo di riequilibrare l’ordine globale ma non una visione strategica unitaria. La Russia, partner militare dell’Iran, mantiene allo stesso tempo canali aperti con Israele e non ha interesse ad aprire un confronto diretto con gli Stati Uniti su un nuovo teatro. La Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano ma la sua priorità resta la stabilità delle rotte energetiche, non la solidarietà geopolitica. Anche i membri arabi del formato Brics – o in fase di adesione – come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mantengono una cooperazione di sicurezza strettissima con Washington. In caso di escalation, difficilmente romperanno l’asse con gli Stati Uniti per sostenere Teheran, anzi potrebbero reagire in nome dell’eterno scontro sunniti-sciiti.
Test per il multipolarismo
La guerra in corso diventa così un test della multipolarità. Negli ultimi anni si è consolidata la narrativa di un declino irreversibile dell’egemonia americana e di un mondo ormai entrato in una fase multipolare ma la realtà appare più sfumata. Gli Stati Uniti, pur attraversati da tensioni interne, continuano a esercitare una capacità di proiezione militare e diplomatica senza equivalenti. Coordinano operazioni con Israele, restano perno della sicurezza nel Golfo, mantengono legami strategici con India e monarchie arabe. La multipolarità forse è nascente sul piano economico con nuovi poli di crescita, valute alternative, istituzioni finanziarie parallele. Ma sul piano militare e strategico l’architettura globale rimane fortemente influenzata da Washington. Il sistema internazionale non è più unipolare come negli anni Novanta ma non è neppure un equilibrio tra blocchi compatti. È una geometria variabile di potenze che cooperano e competono allo stesso tempo.
In questo quadro l’Italia osserva con attenzione. Alleato storico degli Stati Uniti, partner commerciale di Israele e dei Paesi arabi, esposta alle dinamiche energetiche del Mediterraneo allargato, Roma ha un interesse primario nella stabilità regionale. Un conflitto prolungato contro l’Iran significherebbe tensioni sui prezzi energetici, pressioni sul Levante, rischi per le rotte commerciali e nuove instabilità a ridosso dell’Europa.
Brics come foro di cooperazione flessibile
La visita di Modi alla Knesset, letta dentro questa cornice, non è un episodio isolato ma un indicatore. Dimostra che i Brics non costituiscono un fronte compatto anti-occidentale bensì un foro di cooperazione flessibile, dove ogni membro preserva la propria autonomia strategica. India e Cina restano rivali, Russia e India cooperano ma diffidano di Pechino, l’Iran è isolato, i Paesi arabi oscillano tra Washington e Pechino. Il mondo sta cambiando ma non secondo schemi lineari. La multipolarità non è ancora un nuovo ordine stabile ma è una fase di transizione in cui l’egemonia americana è sicuramente contestata ma altrettanto certamente non sostituita. E forse proprio questo è il punto: più che multipolare, il sistema internazionale appare oggi policentrico ma ancora gravitante attorno a un centro di potere dominante con la bandiera a stelle e strisce.






