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Calcio. Renzo Ulivieri comunista dall’animo libertario: “Calciatori fascisti? Nessun problema”

Pubblicato il 16 aprile 2015 da Gerardo Adami
Categorie : Sport/identità/passioni

renzo ulivieriRenzo Ulivieri, presidente degli allenatori italiani, è iscritto al pd nonché di tradizione comunista emiliana. Intervistato dal Fatto quotidiano, ha commentato con animo sincero e libertario la passione per il Ventennio o per la memoria fascista di alcuni calciatori, replicando con naturalezza “di possedere il busto di Lenin”. Al tempo delle intossicazioni dei peggiori veleni del novecento interminabile, da Ulivieri arriva una lezione di rispetto del pluralismo e una sensibilità sociale che nello svolgere la professione di allenatore che supera ogni categoria o distinzione futile tra destra e sinistra (Gerardo Adami)

Ecco i passi salienti dell’intervista

La politica le ha mai creato problemi nel calcio?

“No, anche perché non ho mai tolto nulla al lavoro, fuori frequentavo e frequento i miei luoghi, magari la Casa del Popolo, un circolo Arci. C’è stato un momento nel quale essere di sinistra andava di moda”.

Oggi un po’ meno?

“Oggi è più difficile definire”.

Ci sono giocatori, come il milanista Abbiati, sedotti dal Ve n te n n i o.

“E allora? Io ho il busto di Lenin, ma rivendico il diritto degli altri a pensarla diversamente, certo proverei a convincerlo dell’errore. Comunque me ne sono capitati tanti, e con tutti ho discusso”.

Un punto di passaggio per il calcio italiano, è stato l’arrivo di Berlusconi, e il berlusconismo ha attecchito…

“Purtroppo per noi ha attecchito dappertutto. Quando andavo all’estero per il calcio, mi dicevano: pizza, mafia, catenaccio e Berlusconi. Basta guardare le foto dei calciatori degli anni Sessanta o Settanta per percepire uno stile differente. Di generazioni ne ho viste tante, il cambiamento l’ho vissuto su di me e quando ho iniziato a trovare i primi veri intoppi relazionali con questo modo, ho capito di essere io quello non più adeguato”.

C’è stato un momento specifico?

“Circa sette, otto anni fa, mi incazzavo di continuo con i giocatori, gli urlavo ‘noi non abbiamo il diritto di lamentarci, non abbiamo il diritto di essere tristi’. Ma era un errore mio, cercavo di correggerli. Parametri differenti. Ribadisco: errore mio. Ogni tanto gli dicevo: ‘domani non si fa allenamento’, e li portavo dai bambini malati negli ospedali con in mano i giocattoli da regalare. E poi? Per quindici giorni capivano. Quindici”.

“Con Baggio i tifosi sognavano… Sì, ma non ci stavo, noi eravamo una squadra proletaria, dove realmente si sacrificavano per il compagno, eravamo un collettivo. Tutti noi portiamo sul lavoro le nostre origini, anche il pensiero politico alla fine va a incidere, e io avevo un occhio di riguardo per quelli che si sacrificavano di più, si massacravano negli allenamenti, arrivavano alla fine della partita con il gancio al mento (e si porta il pollice sotto il mento)”.

Di Gerardo Adami

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