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StorieDiCalcio. Sacchi l’umano troppo umano inventore del “Calcio totale”

Pubblicato il 15 aprile 2015 da Marco Ciriello
Categorie : Storie di Calcio
Arrigo Sacchi

Arrigo Sacchi

«Hai paura torero?» Chiede Arrigo Sacchi, in un ascensore a Barcellona, prima di un incontro con l’Espanyol, quando allenava l’Atletico Madrid. Tutto il suo calcio e la sua vita stanno in quella domanda, perché Sacchi ha sempre vissuto il campo come se fosse una arena, e le squadre avversarie come tori, fino a farsi logorare,consumare e vincere, arrivando a smettere, di troppa tensione. In “Calcio totale” (Mondadori) scritto con Guido Conti, racconta tutte quelle arene e quei tori senza mediazioni,incontri e campionati con retroscena, partendo proprio dalla sua paura, dall’estraneità al calcio,che, poi, ha cambiato, diventando uno degli allenatori e teorici più importanti nella storia.

C’è tutta la sua vicenda umana dalle fabbriche di scarpe di cui era socio il papà –al quale, in ospedale, confiderà il segreto che dalla stagione successiva avrebbe lasciato il Parma per Milan di Berlusconi –, dalle partite col Fusignano fino al Real Madrid; il suo Milan– tra le squadre più belle della storia del calcio – e le partite col Rimini, fino alla finale di Coppa del Mondo a Usa’94; dalla morte del fratello Gilberto – evento che lo convinse a lasciare la fabbrica per la panchina – che ricorderà la notte del primo scudetto con il Milan, da solo, in salotto, in una scena da David Mamet, dove intimità e sogno di confondono. Tutta la sua ossessione figlia della rivoluzione tattica delle sue squadre, una continua ricerca dell’estetica e del gioco altro da quello del tempo presente, al punto di andare oltre anche l’immaginazione di uno come Gianni Brera che non comprese Sacchi e la sua travolgente forza, e che alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest scrisse:«Giochiamo contro i maestri del palleggio e del possesso palla, dobbiamo aspettarli e uccellarli con il contropiede». Sacchi lesse quel pezzo ai suoi e Gullit rispose a nome della squadra: «No. Dobbiamo giocare come abbiam sempre fatto. Li attacchiamo dal primo all’ultimo minuto, fin quando abbiamo energia». Così fecero, quattro a zero, e tanti saluti ad Hagi e ai palleggiatori di Brera. In molti scambiarono Sacchi per un equivoco, divise l’Italia e la critica, oggi si può rileggere e rivedere la sua rivoluzione, il suo gioco, e scoprire la sua umanità: da Alfredo Belletti il bibliotecario che gli fece leggere Pavese – allenare stanca – fino ad Italo Allodi che per Sacchi fu determinante che lo seguì, consigliò e portò alla primavera della Fiorentina. È una autobiografia sentimentale prima che calcistica, un lungo elenco di ritratti, c’è tanto Berlusconi a cui va il merito d’avergli creduto vedendolo battere il suo Milan – allenato da Nils Liedholm –, da Ancelotti voluto prima in squadra e poi in panchina, a un folto gruppo di fedeli collaboratori quasi un clan, dagli screzi con Van Basten e Baggio, fino a Maradona, e al Napoli che perse lo scudetto: Sacchi si accorse qualche tempo prima che potevano farcela, quando durante una partita di beneficenza a Venezia, nel post partita incontrò Maradona e Carnevale a cena, e con lui parlarono malissimo di Ottavio Bianchi – che allenava il Napoli – per i canoni sacchiani, quella mancanza di fiducia nell’allenatore era una crepa destinata a portare alla sconfitta, lui fermamente convinto della prevalenza del collettivo sulla singolarità, seppure del più grande calciatore di tutti i tempi: «Non ho mai visto tanta poca stima e tanto odio verso l’allenatore. Se non c’è etica e non c’è rispetto, se non ci sono autorevolezza e stima, una squadra va poco lontano». Aveva ragione ancora una volta. Il suo Milan vinse al San Paolo e fu una resa incondizionata anche del pubblico che ricorda tributargli un lungo applauso. «Il calcio, nato come sport offensivo e di squadra, ha perso la sue caratteristiche originarie in una nazione come l’Italia, che non ama le novità ma è legata alla tradizione, al passato, alla nostalgia. Il calcio in Italiano né mai stato considerato uno sport con regole ferree, e del merito ce ne freghiamo. Ai tifosi, alle società, ai giocatori,interessa solo vincere. Per me, fin dagli anni del Fusignano, non c’era vittoria senza merito». Oltre le sue rivoluzioni, a Sacchi–che ripercorre le partite più importanti della sua carriera, ammettendo anche gli errori, ovvio non quelli che gli scrivevano i giornali – va il merito di aver cercato sempre la vittoria con merito senza mai dimenticare l’estetica del gioco. Ne viene fuori la figura di un grande italiano, un “provinciale” come Giorgio Bocca e Federico Fellini, capace di scalare il Mondo senza perdere se stesso, con la stessa paura del torero, che, quella mattina a Barcellona,gli rispose:«sì, ho paura».

Di Marco Ciriello

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