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Ucraina. De Benoist: “La guerra fredda non è mai finita. Putin e gli errori dei nazionalisti”

Pubblicato il 25 settembre 2014 da Nicolas Gauthier [traduzione di Manlio Triggiani]
Categorie : Corsivi Esteri Le interviste
Alain de Benoist

Alain de Benoist

A credere alle notizie ucraine, siamo tornati ai “bei vecchi tempi” della Guerra Fredda, epoca in cui tutto era semplice: “buoni” da un lato, “cattivi” dall’altro. La storia si ripete?

La storia non si ripete mai, ma ci sono delle costanti storiche. La tensione tra la potenza della Terra, rappresentata dal continente eurasiatico, e la potenza del mare, rappresentata dagli Stati Uniti, è una. Si torna alla Guerra Fredda? Direi puttosto che non è mai finita. Prova ne è che la Nato, che avrebbe dovuto scomparire insieme con il Patto di Varsavia, si è invece trasformata in una macchina da guerra americanocentrica a vocazione globale. Dalla caduta del muro di Berlino, non ha mai cessato di impiantarsi all’Est, in flagrante violazione delle assicurazioni fornite a Gorbaciov al momento della riunificazione tedesca. La crisi ucraina s’inscrive in questo contesto. Si tratta, per gli americani, di essere presenti sino alle frontiere della Russia – che ovviamente quest’ultima non può accettare. Immaginate gli Stati Uniti che accettano l’installazione di basi russe in Messico?

La novità è che l’Europa non ha nemmeno la scusa della “minaccia sovietica” per giustificare il proprio atlantismo. Il modo con cui l’opinione pubblica è sistematicamente male informata a proposito dell’Ucraina attesta lo stato di servilismo nel quale l’Unione europea è caduta. Il governo uscito dal colpo di stato di piazza Maidan invia i suoi bombardieri e i suoi blindati a sparare sui “separatisti” di lingua russa, la guerra civile ha già fatto 2.500 morti, e anche quelli che ieri accusavano Bashar Assad di “massacrare il proprio popolo” applaudono (o non se ne curano affatto).

Quanto ai nazionalisti ucraini, i cui obiettivi non erano disprezzabili, i loro errori di analisi li ha resi al centro della farsa. Impegnandosi armi in pugno contro i loro compatrioti, non hanno ottenuto la partenza di un oligarca filo-russo che per scambiarlo con un oligarca ancora più corrotto, un re del cioccolato agli ordini di Washington e dell’Unione europea, che conta sugli occidentali per salvare dalla bancarotta una Ucraina ormai ricaduta a livello di un paese del Terzo mondo. Vale a dire che sono caduti dalla padella nella brace.

La verità è che non c’è soluzione militare alla crisi ucraina. E questa crisi è gravissima. Se Kiev non accetta d’instaurare un sistema federale che permetta a ogni componente del Paese, a cominciare dal Donbass, di beneficiare della sua autonomia, la guerra civile si estenderà e l’Ucraina si spezzerà in due, se non tre. La Russia non potrà allora restare meno che mai inerte. O, come ha detto qui (sul sito Boulevard Voltaire, ndr) Dominique Jamet, un confronto armato fra Cremlino e Ucraina divenuta membro della Nato rischia di degenerare in III Guerra Mondiale. Gli Usa non possono non esserne coscienti. Bisogna pensare allora che questo è ciò che cercano?

putinVladimir Putin ha recentemente spiegato che la grande colpa dell’Occidente è stata quella di aver obbligato l’Ucraina a scegliere tra Oriente e Occidente, quando la naturale vocazione di questo Paese era piuttosto di stabilire un “ponte” tra i due poli. Parole di buon senso?

Certo, ma ci sono molti altri confini che possono servire da “ponte” (si sarebbe potuto dire la stessa cosa a proposito dell’Alsazia-Lorena, che non ha impedito lo scoppio della Prima guerra mondiale). Nel 1823, gli Stati Uniti hanno adottato la dottrina Monroe, che vieta qualsiasi intervento straniero nella loro area di influenza. La tragedia dell’Europa è che non ha alcuna dottrina Monroe. Quindi è sostanzialmente complementare alla Russia, s’infeuda ogni giorno un po’ di più a Washington. Dimenticata l'”Europa europea”, non c’è ormai che una coppia euro-americana, senza alcuna visione strategica dei propri interessi, e quindi la leadership di Washington costituisce il minimo comune denominatore. Non facendosi più visibilmente illusioni circa gli europei, Putin, da parte sua, si volge verso la Cina e i Paesi Brics (acronimo usato in Economia internazionale per indicare Brasile, Russia, India, Cina). Chissà che, nelle prossime settimane, l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia vogliano diventare membri a pieno titolo della Organizzazione di cooperazione di Shangai, che già riunisce Russia, Cina, Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan, ossia più di tre miliardi di abitanti?

A dispetto della propaganda mediatica, Putin conserva in Francia un innegabile capitale di simpatia, sia a destra che a sinistra. Siete tra coloro che vedono in lui un “salvatore”, di cui si dovrebbe seguire l’esempio?

Non più di quanto io sono di quelli che lo giudicano con formule che non riflettono che la loro ignoranza (“nuovo zar”, “ex agente del Kgb”, “dittatore rosso-bruno”, ecc.), non sono un putinolatra. Certamente Vladimir Putin non ha che delle qualità. La sua politica interna, i suoi metodi di governo, possono certamente essere criticati. C’è anche, in lui, una sorta di indecisione che gli impedisce una chiara scelta tra i diversi clan che lo consigliano. Ma è altrettanto chiaro che è un grande, se non un grandissimo capo di Stato – uno dei pochi che esistono oggi. Forte di un tasso di popolarità che oggi supera il 90 per cento, ha rimesso la Russia in pista, e aspira a rendergli il rango che merita. Egli vuole che la Russia sia fedele alla sua storia e pensa che il suo popolo merita un destino. E’ già enorme. Il semplice fatto che gli Stati Uniti vedano in lui l’ostacolo numero uno all’instaurazione del nuovo ordine mondiale che vogliono imporre giustifica che il supporto è meritato. Perché ciò contro cui lui si dirige minaccia anche noi. Qui e ora.

*Intervista di Nicolas Gauthier per Boulevard Voltaire [traduzione di Manlio Triggiani]

@barbadilloit

 

Di Nicolas Gauthier [traduzione di Manlio Triggiani]

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