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Serie Tv. Äkta människor real humans e l’eterno dilemma etico tra uomo e robot

Pubblicato il 25 gennaio 2014 da Giuseppe Contarino
Categorie : Televisionando

Akta_manniskorImmaginate una società come la nostra ma con la differenza che, ad aiutare gli esseri umani nella vita di tutti i giorni, ci sono gli hubot: apparentemente uomini e donne dall’aspetto perfetto, in realtà macchine costruite per servire, dotate di una porta usb dietro la nuca e di un cavo per la ricarica delle batterie sotto al braccio. Segretarie, manovali, badanti, colf: perché non far svolgere queste mansioni ad automi piuttosto che a persone?

Questo è lo sfondo di Äkta människor, serie tv svedese non ancora trasmessa nel nostro Paese. Mettete da parte automi celebri come Terminator o C3P8 e pensate per un attimo come cambierebbero le nostre vite se davvero esistessero questi hubot. Di sicuro cambiano quelle dei protagonisti della serie, famiglie normali, come tante, dove però il rapporto col proprio hubot diventa peculiare. C’è chi sulle prime è diffidente, chi se ne innamora, chi vede nell’hubot di compagnia un fedele amico e chi li sfrutta per altri fini – non sempre leciti -.

E se c’è chi si organizza in partito politico per osteggiarli (Real humans è appunto il nome dell’associazione che odia questi “pacman“) c’è anche chi li difende e li supporta, convinto che anche gli hubot possano concepire la possibilità di autodeterminarsi e raggiungere una sorta di “emotività e coscienza” e quindi dignità.

Al di là perciò dell’assurdo fantascientifico, il pregio di questa serie è quello di tornare su interrogativi etici sempre attuali: se ad esempio una macchina fosse capace di provare un’emozione, smetterebbe di essere macchina e la si dovrebbe considerare umana? Dov’è il confine tra organico e meccanico? La capacità di un hubot di pensare non lo rendebbe “degno” di essere visto non come una cosa ma come un qualcuno?

Di sicuro fantascienza, oggi. Ma potrebbero essere gli interrogativi reali di un futuro non troppo lontano.

@barbadilloit

 

Di Giuseppe Contarino

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