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1920-2020. Beppe Niccolai, maestro di carattere per gli anticonformisti

L'articolo scritto per Il Tempo da Michele De Feudis nel ventennale della scomparsa del politico e intellettuale postfascista

di Michele De Feudis  
29 Novembre 2020
in Politica
0
Beppe Niccolainiccolai

Un vecchio articolo – da Il Tempo del 2009 – in memoria di Beppe Niccolai, esponente politico postfascista (Pisa, 26 novembre 1920 – Pisa, 31 ottobre 1989) 

***

Una destra moderna, dialogante, attenta ai temi dell’immigrazione senza tentazioni reazionarie, intransigente nella lotta alle mafie, in grado di rileggere il sessantotto come una occasione mancata, amante della libertà non si inventa dalla sera alla mattina. È il risultato di un percorso accidentato, complesso, sofferto.
Segnato dall’opera intellettuale di «un maestro di carattere». E se lo scrittore fiorentino Berto Ricci, «il fascista impossibile», lo fu per l’inquieto Indro Montanelli, Beppe Niccolai lo è stato senza dubbio per quella parte di giovani missini che, anche negli anni della marginalizzazione, non si sono mai arresi alla testimonianza ma hanno puntato a conquistarsi -e ci sono riusciti- uno spazio di azione rivolta al futuro. Beppe Niccolai, di cui il 31 ottobre ricorre il ventennale della scomparsa, è stato un galantuomo politico d’altri tempi, un misto di coerenza e semplicità, di carisma e profondità di analisi: parlamentare missino «eretico per ortodossia», coltivava il sogno ambizioso di ricomporre «le fratture tra le grandi culture del novecento».
Per la sua statura integerrima colpì nel profondo anche l’allora presidente dell’Antimafia, Leonardo Sciascia, e Giampiero Mughini che ne tinteggiò un ritratto nel libro “Compagni, addio” (Mondadori). «Nessuno è erede di una idea ma nel filone culturale e politico della attuale destra dei diritti rappresentata da Gianfranco Fini, con una vocazione unificante e repubblicana, c’è una consequenzialità con il pensiero di Niccolai»: Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma è stato uno dei giovani negli anni ottanta più vicini al leader missino, la cui lezione è una delle bussole nel mare delle idee per il “Secolo d’Italia” di Flavia Perina e Luciano Lanna.
«Beppe era stato prigioniero nel campo di concentramento americano di Hereford, insieme ad Alberto Burri e Giuseppe Berto. Per questo -racconta Croppi, che conserva ancora il «sacco» usato da Niccolai in Texas in quei giorni- si sentiva depositario del fascismo autentico a differenza dei reduci dell’RSI che considerava, nel partito, un po’ guasconi. Era un politico attento ai fenomeni di trasformazione, aveva letture venate di romanticismo. E poi non era un fascista di sinistra, era proprio di sinistra».
Il deputato livornese si autodefinì sul “Corriere della Sera” in una intervista firmata da Francesco Merlo, «più a sinistra di Ingrao», ma allo stesso tempo non coltivava nessun mito incapacitante: «”Dentro” di noi -scrisse nell’introduzione del saggio di Adalberto Baldoni, “Noi Rivoluzionari” (Settimo Sigillo)- c’è il materiale per costruire, per incidere, per lasciare il segno, per tessere una prospettiva di cambiamento». La sua lezione resta di straordinaria attualità. Prefigurava un «partito dialettico», dove la discussione doveva svolgersi sulle idee e non su aridi schemi correntizi: una esortazione calzante per il nascente “Popolo della Libertà”, più incline alla sfida per slogan sui media che alla elaborazione.
Sull’immigrazione aveva compreso in anticipo il rischio della nascente xenofobia in Europa. «Una Comunità che si è costruita in quaranta anni di sofferenze è la più vicina a capire la sofferenza di chi, per fame, emigra. (…) Non negrieri, ma civilizzatori»: questa citazione di Niccolai, riportata su un opuscolo militante del Fronte della Gioventù nel 1990, certifica quanto profonda nella destra italiana sia la vocazione solidarista e da dove provenga la sensibilità per l’integrazione mostrata da Gianfranco Fini con le recenti proposte sull’immigrazione. Lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco ne traccia un ritratto nitido: «Era un politico fuori moda e anche fuori luogo, per come possa essere immaginato in un ambito di nostalgia. Rispetto ad altri esempi di probità, come Alcide De Gasperi ed Enrico Berlinguer, Niccolai ci aggiungeva il sorriso. Aveva un amore sincero non solo per il luogo istituzionale della politica, lo Stato, ma anche nei confronti del popolo, al punto che definì la tragedia di Piazzale Loreto, “l’ennesimo atto d’amore degli italiani per Mussolini”».
«Partecipò al convegno che avevamo promosso a Firenze con Marco Tarchi (ai tempi giovane studioso, espulso dal partito, ma protagonista della corrente delle “Nuove sintesi” ndr) e il filosofo Massimo Cacciari. Ne apprezzò -aggiunge Croppi- lo spirito innovatore intravedendo la praticabilità di strade oltre la destra e la sinistra». Peppe Nanni, intellettuale vicino a Gianfranco Fini, considera eredità di Niccolai una educazione alla «mistica della politica», paragonando gli interventi del deputato pisano «alle rappresentazioni di Eschilo nei teatri della Grecia antica». Niente a che vedere con le attuali comparsate nei talk show.
«Ci fornì un esempio di sobrietà -chiosa Croppi- quando rinunciò al seggio parlamentare, ma continuò a svolgere in pieno la sua missione, indicando al partito le rotte della rivoluzione sociale». Niccolai era questo e molto altro. Fu l’interprete irripetibile, insieme a Giano Accame, di un mondo dove avevano cittadinanza «gli umili e gli indifesi», ai quali donò il sogno di poter cambiare l’Italia. (da “il Tempo”, 30 ottobre 2009)

@barbadilloit

Michele De Feudis  

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Tags: Barbadillobeppe niccolaifascismomaestri di caratteremsi

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