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Ciclismo. C’è del talento in Danimarca, conquistato il primo mondiale della storia

Pubblicato il 30 Settembre 2019 da Lorenzo Proietti
Categorie : Sport/identità/passioni

E’ la pioggia la prima grande protagonista del mondiale 2019 di ciclismo, categoria professionisti.

La prova regina della settimana iridata, tenutasi nello Yorkshire, deve infatti subire una riduzione per via del rischio allagamenti: si passa così dagli originali 280 km ai 261 finali, mantenendo comunque la partenza da Leeds e l’arrivo ad Harrogate. Tra i grandi favoriti il Belgio e i Paesi Bassi, in particolare nella figura dell’astro nascente Mathieu van der Poel. Non devono esser sottaciuti altri fenomeni quali Alaphilippe e Sagan. Ci sono ovviamente anche gli italiani, per un mix di esperienza e ruote veloci. Solo per citarne alcuni ai nastri di partenza ecco  Visconti, Moscon ma soprattutto Matteo Trentin. Il via è fissato per le ore 10 italiane.

La suddetta pioggia che accompagna i corridori lungo tutta la gara, ne rende la primissima parte un vero inferno: le vittime illustri sono  Valverde (campione 2018), Roglic e Quintana. Salta anche Gilbert, coinvolto in una caduta. Il Belgio poi, per aiutarlo, deve sacrificare anche Remco Evenepoel che va ad aggiungersi agli altri nobili decaduti. Il circuito finale di 14km, da ripercorrere per nove volte dopo il tratto in linea, non è particolarmente duro, almeno in confronto con il percorso austriaco dell’anno scorso che aveva incoronato la Spagna. Le uniche incognite sono i continui saliscendi i quali, in condizioni così impervie costringono alla resa tutti i velocisti puri.

La prima parte vede i classici movimenti che vengono controllati da parte del gruppo. Ancora ai 114km dalla fine, i corridori sono tutti compatti; il primo momento importante avviene una cinquantina di km dopo, quando davanti si muovono  l’americano Craddock e lo svizzero Kung: inizialmente le squadre più grandi sembrano controllare ma poi, progressivamente i due arrivano a guadagnare una trentina di secondi. C’è a questo punto bisogno di qualcuno che chiuda questo gap. In questo senso, il primo che davanti scatta e li va a riprendere è il danese Mads Pedersen. Con una buona progressione, questi si riporta sulla coppia di testa, costringendo l’americano a cedere e a farsi riprendere dall’olandese Teunissen, andato nel frattempo in avanscoperta per saggiare il terreno per van der Poel.

La corsa esplode definitivamente ai meno 45 quando dal gruppo principale, dove sono rimasti non più di sessanta corridori, scatta Gianni Moscon. Chiara in questo senso è la tattica del C.T. Cassani: gli azzurri, sebbene non favoriti in termini assoluti, preferiscono condurre in prima persona le azioni, piuttosto che aspettare e muoversi in contropiede. L’ex commentatore RAI ha in realtà un obiettivo ancora più grandioso, ovvero far fuori la corazzata belga che nel frattempo aveva perso anche Tim Declerq, in precedenza usato addirittura per tirare, costringendo di fatto alla resa Gilbert che stava cercando di rientrare dalla caduta. Tempo otto chilometri dallo scatto di Moscon, che è il turno di van der Poel: l’olandese rompe gli indugi e decide che è il momento di muoversi in prima persona. Tuttavia questi non è da solo, visto che sulle sue tracce si mette Matteo Trentin che agisce in una sorta di marcatura a uomo molto stringente. Nei fatti, è questo il momento chiave. Pagano per tutti i francesi, nonostante il tempo speso a controllare.

Davanti dunque si forma un quintetto, che è così composto: van der Poel, Trentin, Moscon, Kung e Pedersen. I cinque in testa allungano in maniera irresistibile, tagliando fuori qualsiasi tentativo di ripresa col gruppo guidato dal solo Wellens; in particolare, si concludono in un nulla di fatto le mosse appena accennate di Teuns e Politt ai meno 35.

I cinque proseguono con il loro passo, stando solamente attenti a controllare l’olandese. Il clamoroso colpo di scena avviene ai meno 13 dal traguardo: il favorito della vigilia è in coda al manipolo di corridori in testa quando, senza nessun cenno, si sposta sulla destra della strada e lì si pianta. Per lui una gravissima ed evidente crisi che alla fine lo porterà ad essere terzultimo sulla linea del traguardo, ad oltre 10’ dalla testa.  A quel punto, più di qualche azzurro inizia a sperarci, anche perché fino a quel momento questi si sono mossi sempre nella maniera più opportuna. Le poche asperità del tracciato poi, sembrano far il resto.  Restano due ultime difficoltà: la prima è uno strappetto ai meno sei. Dei quattro, quello che fino a quel momento ha speso di più, è nettamente Gianni Moscon che infatti, non appena imboccata la salitella, si stacca. Purtroppo il compagno Trentin non se ne accorge o almeno, quando ormai questo avviene, è troppo tardi. Nella corsa iridata non c’è infatti l’ausilio della radiolina per i ciclisti e anche una frazione di secondo può risultare decisiva, nel più classico dei carpe diem. A posteriori, probabilmente era questo il momento migliore per Trentin di muoversi, scattando e levandosi di torno la “compagnia”. Fatto sta che sul finale, a parte il disperato tentativo di Sagan e Valgren, a giocarsela restano in tre.

L’ultima incognita è rappresentata da una curva ai meno  500m, seguita da uno strappetto di 200m con una pendenza massima del 9%, mentre la restante parte non va oltre il 2%. Negli ultimi metri Pedersen è primo, davanti a Trentin e Kung. Sebbene l’italiano avesse speso meno degli altri e parta da una situazione quasi privilegiata, egli stesso è costretto ad anticipare la volata. Per il danese Pedersen, nato come un “passistone”, è un invito a nozze. Questi infatti, nonostante abbia speso moltissimo, non solo va a  riprendere Trentin ma addirittura lo scavalca a 150 metri dalla fine, andandosi a prendere la prima vittoria stagionale, sicuramente la più prestigiosa della carriera per il giovane della Trek Segafredo. Alle loro spalle lo svizzero Kung, bravo a resistere nonostante la lunga fuga.

Oro alla Danimarca dunque, il primo nella loro storia al mondiale. Per l’Italia, al primo podio della gestione Cassani –il primo anche dal 2008 quando a Varese primo e secondo erano stati Ballan e Cunego- nonostante le cinque medaglie nel computo finale, permane una grande delusione. C’era infatti questa volta la sensazione, soprattutto dopo che l’olandese super favorito era saltato, che si sarebbe potuto ottenere qualcosa di molto grande. E invece, almeno per il momento, Alessandro Ballan (oggi commentatore RAI a fianco a Francesco Pancani) resta l’ultimo italico ad aver ottenuto la maglia iridata.

Vedremo cosa cambierà nell’edizione ventura, che si terrà nella località svizzera Martigny. Il 2020 propone un percorso molto duro, pieno di salite e dunque particolarmente adatto per gli scalatori. Non è difficile credere come, da qualche parte, ci sia già un Vincenzo Nibali che scalpita.

Di Lorenzo Proietti

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