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Il punto(di E.Nistri). Il capitano Mori, i patrioti della Rsi e la pacificazione mancata

Pubblicato il 17 marzo 2015 da Enrico Nistri
Categorie : Cultura Politica

paride moriCari amici di Barbadillo,

c’è poco da aggiungere alla ricostruzione della figura del capitano dei Bersaglieri Paride Mori che ha tracciato su queste colonne Antonio Fiore. E oltre tutto commentare la triste polemica che ha accompagnato la concessione di una medaglia alla memoria è per me motivo di intima sofferenza. C’è stato un periodo della nostra storia e della mia vita, dal 1983, l’anno del governo Craxi e del “socialismo tricolore” che tanto entusiasmò il povero Giano Accame, ai primi anni Duemila, nel quale ho effettivamente creduto che in Italia si potesse realmente elaborare, se non una memoria condivisa, quanto meno un abito mentale meno fazioso nei confronti del nostro passato prossimo. I progressi della scienza storica, il discredito in cui era caduta la classe politica della prima repubblica, l’attenuarsi delle passioni fra coloro che erano stati protagonisti della guerra civile me lo lasciavano sperare. Anche nell’ambiente combattentistico molti passi avanti erano stati fatti, con quel galantuomo del generale Luigi Poli, presidente dell’Associazione combattenti della Guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari, che nel 1992 tentò senza fortuna una riconciliazione con quanti avevano militato nel campo avverso e nel 2003 depose una corona d’alloro anche sotto la stele dedicata ai combattenti della Rsi caduti in quella battaglia di Montelungo in cui lui aveva combattuto nel Regio Esercito. Molte associazioni d’arma, del resto, a partire dall’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia, avevano cominciato ad accogliere nelle loro file anche i reduci della Rsi.

Purtroppo, di fronte a episodi come quello che vede reclamare a gran voce la revoca della medaglia concessa al capitano Mori il sogno di una riconciliazione nazionale sembra tramontato. Per respirare un po’ d’aria pura invito gli amici di Barbadillo a rileggersi la sentenza n. 767 del 26 aprile 1954 con cui il Tribunale Supremo Militare, accogliendo il ricorso di un gruppo di ufficiali della legione “Tagliamento” schieratisi con la Rsi riconosceva ai “repubblichini” la qualifica di combattenti, stabilendo alcuni punti fermi che a sessant’anni di distanza non andrebbero dimenticati. La sentenza è facilmente reperibile sul web, con una banale ricerca a stringa, per cui mi limito a citarne un passaggio saliente, che esula dalla stretta fattispecie giuridica e costituisce una lezione non solo di diritto, ma di storia.

“Quando si afferma la tesi della libera determinazione dei singoli nella scelta del fronte, si dimentica la tragica situazione cui si è fatto segno, si oblia che la guerra fraterna non fu inizialmente voluta, ma fatalmente sorse dalla disfatta, che, comunque, tutti gli italiani, salvo pochi, amarono di sconfinato amore la loro Patria, anche errando; che, se si può parlare di collaborazionismo e di tradimento nel senso giuridico, non si può certo affermare che le centinaia di migliaia di soldati, che rimasero al nord a combattere contro gli alleati e le truppe regie, fossero un’accozzaglia di traditori. Accettare e consacrare alla storia una tesi simile, significherebbe degradare la nostra razza, annullare il retaggio di gloria e di valore che ci lasciarono coloro che nella guerra immolarono la vita, creare al cospetto delle altre nazioni una leggenda che non torna ad onore del popolo italiano”.

Chi ha interesse, a settant’anni dal 25 aprile 1945, dinanzi a un’Europa che troppo spesso ci guarda con disprezzo, ad alimentare questa leggenda?

 @barbadilloit

Di Enrico Nistri

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