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Editoriale. La marginalità dell’Italia nella crisi libica e il coinvolgimento della Russia

Pubblicato il 26 febbraio 2015 da Augusto Grandi
Categorie : Corsivi Esteri

isisL’Isis a Sirte, la Libia alle prese con la guerra civile, l’Italia sotto schiaffo, i ministri che annunciano la guerra e Renzi che frena: contrordine compagni, avevamo scherzato. Nella drammatica vicenda libica di una sola cosa non avevamo bisogno, dell’immancabile “effetto annuncio” prontamente smentito. Indubbiamente la situazione è complicata ma, proprio per questo, richiederebbe qualcosa di meglio di dilettanti allo sbaraglio. Soprattutto perché allo sbaraglio ci finiamo noi.

Un intervento militare, dopo i disastri provocati dalla folle guerra contro Gheddafi – imposta da francesi e inglesi per i loro interessi petroliferi (e non solo petroliferi) e subita da un pessimo governo italiano – comporterebbe morti e feriti. Non basterebbero i bombardamenti aerei ma servirebbe un intervento sul terreno. Non di interposizione bensì di conquista, di scontro duro con le milizie islamiche. E non solo quelle dell’Isis ma pure con quelle che hanno occupato Tripoli. L’Italia non ha voglia di contare le bare avvolte nel tricolore. Dunque evitiamo di lanciare proclami senza senso.

Ovviamente non possiamo neppure accettare che la situazione precipiti sulle coste di fronte a noi. E non solo per ragioni umanitarie. Abbiamo ancora interessi petroliferi consistenti, in Libia. Il rinnovato dinamismo transalpino va proprio in questa direzione. E la Francia, mentre Finmeccanica era impegnata a vendere il settore ferroviario ai giapponesi, ha firmato accordi con l’Egitto per vendere aerei. Accordi che garantiscono incassi e posti di lavoro, ma assicurano anche rapporti ed alleanze. L’Italia era assente. E prima della Francia, al Cairo era già arrivata la Russia, per accordi nell’ambito del nucleare civile. Con nuovi e più stretti rapporti tra Al Sisi e Putin.

A tutto questo si aggiunga che, con il controllo di un’area della costa libica, l’Isis può tranquillamente utilizzare i viaggi dei clandestini come fonte di finanziamento senza rischi. Duemila dollari, e più, per passeggero garantiscono flussi di denaro continui. E le navi italiane impegnate nel recupero dei migranti rappresentano un incentivo per chi parte sapendo di andare incontro ad imbarcazioni per il salvataggio.

Possiamo permetterci di mantenere tutte queste persone? No, ovviamente. Ha senso foraggiare l’Isis garantendo il traffico di schiavi? Certamente no. Dal punto di vista strettamente egoistico questa situazione consente alle organizzazioni fintocaritatevoli e spesso di malaffare, di prosperare. Da un lato con i troppi soldi elargiti alle associazioni (quante sono le famiglie italiane di 4 persone che hanno a disposizione 3.600 euro al mese, cioè il costo di 4 migranti?) e con lo sfruttamento della manodopera. Dall’altro evitando situazioni come quelle di Parigi, del Belgio, della Danimarca: siamo un territorio di passaggio ed i tagliagole non hanno interesse a fomentare attentanti in Italia. I rischi possono venire dai lupi solitari, non da strategie pianificate.

Ma l’accettazione passiva della situazione porterà la Francia a mettere le mani sulle risorse energetiche della Cirenaica, mentre l’Italia vedrà sempre più ridotto il proprio ruolo. Complicato anche essere mediatori in un conflitto dove tutti sono contro tutti. Islamici a Tripoli, ma nemici dell’Isis. Laici a Tobruk, ma nemici sia dell’Isis sia degli islamici di Tripoli. E poi la lotta tra tribù, tra etnie. Mentre il Ciad preme da Sud, così come i ribelli del Mali.

Che fare, allora? Puntare, ad esempio, sulle ipotesi avanzate da Mosca – e non dall’Italia, come falsamente sostenuto da alcuni media italiani – di un maggior coinvolgimento della Russia, anche con una sorta di blocco navale da attuare di fronte alle coste libiche. Questo bloccherebbe il traffico di uomini ed eviterebbe eventuali offensive missilistiche contro l’Italia. Ma anche in questa situazione sarebbe evidente l’irrilevanza dell’Italia. Un vuoto che non possiamo permetterci perché, come è già avvenuto dopo l’attacco a Gheddafi, questi errori costano cari. Ed allora l’unica soluzione è un accordo con Mosca, che parta dalla cancellazione delle sanzioni e che evolva in intese anche militari per operazioni di fronte alle coste libiche. Con una Marina Militare italiana impegnata non a fare da taxi ma a difendere le nostre coste.

@barbadilloit

Di Augusto Grandi

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