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Scenari (di P.Buttafuoco). La Sicilia perla dell’Islam con il Califfo come dirimpettaio

Pubblicato il 19 febbraio 2015 da Pietrangelo Buttafuoco*
Categorie : Cultura Esteri

sicilia-araba-641321A sud di Roma vuol dire essere già in Sicilia. Significa, più precisamente, trovarsi al confine d’Italia che sta sotto la Calabria e a nord del Califfato.

Quel mare bagnato dal sangue dei ventuno cristiani passati a fil di coltello è il Mediterraneo, il Mare Nostrum. Sono 450 i chilometri da Sirte e poco ci manca che un peschereccio di Porto Empedocle, la città del commissario Montalbano, finisca per essere sequestrato dai libici. Questi, a differenza di un tempo – quando c’era Muhammar Gheddafi – non mercanteggeranno ma uccideranno. E ci faranno anche un video: a maggior gloria dell’Isis, lo Stato islamico, che è arrivato in Libia ed è, di fatto, dirimpettaio della Repubblica italiana.

Il Califfo che sta alle porte di Roma cerca Palermo, la città “dalle duecento moschee”. Così nella definizione delle cartografie di Idrisi, geografo di Re Ruggero, che stabilì in Sicilia il tracciato dei tre valloni segnato dagli emiri: il Val Demone, il Val di Mazara e il Val di Noto. Salemi è Salam ed è una geografia quella siciliana che già nella traslitterazione – da Caltanissetta a Caltabellotta, da Racalmuto a Regalbuto – nel passaggio dall’alfabeto latino a quello arabo non cambierebbe il suono essendo la lingua coranica il codice identificativo della toponomastica e anche della stessa anagrafe. Così, infatti, i cognomi tipici di Sicilia: Alì, Calì, Zappalà e Sciascia.

Quando si dice “colpo di striscio, fu”, quel dislocare a sinistra il colpo mettendo il verbo alla fine è ben più di un arabismo, è carta d’identità. Come il saluto siciliano: “Sabbenedica”. La traduzione letterale è “la benedizione di Dio su di voi”, ovvero Salam wa Aleikom.

A sud di Roma c’è tutto questo, c’è anche – tra le incompiute del regime democristiano – lo scheletro di un albergo. E’ a Pantelleria. E il fabbricato fu a suo tempo conteggiato tra le proprietà del colonnello Gheddafi che non potendo beccare l’isola coi suoi missili pensò bene – grazie all’avvocato Michele Papa, il suo brasseur d’affaires – di comprare il più possibile pezzi di territorio italiano, anche un palazzo a Catania dove allocare una moschea.

A sud di Roma c’è Santa Croce Camerina, teatro del tragico omicidio di Loris, un paese ad alta concentrazione di immigrati dove nessuno, grazie a Dio – a differenza del delitto Yara dove si cominciò con l’arrestare un marocchino – ha evocato l’uomo nero. Ciò a riprova dell’avvenuta integrazione, man mano consolidatasi, portando solidità all’agricoltura nell’area ragusana.

La destra xenofoba e il camerata Nicola Cristaldi, sindaco di Mazara del Vallo

A sud di Roma c’è Mazara del Vallo. La numerosa comunità tunisina è presente da cinquant’anni e la casbah della città – fino a sei anni fa senza allaccio idrico e fognature – è oggi il quartiere modello dove dovrebbe andare a lezione la destra xenofoba e islamofoba. Nicola Cristaldi, il sindaco missino, potrebbe spiegare come svegliare la remota identità che, in questo caso, è anche islamica. Gli immigrati, a Mazara, sono gli anticorpi contro la peste fondamentalista wahabita. Sono, infatti, “tornati” a essere mazaresi nel flusso mai interrotto col Maghreb.

Ciò che per l’Europa è solo una periferia – la discarica del pittoresco, la famosa Regione siciliana – nella percezione dei terroristi è un approdo. Gli assatanati dell’Isis sono più veloci degli analisti occidentali. E’ in Sicilia che, ben oltre la stessa radice culturale, individuano il boccone più ghiotto. Il Califfo impostore, bestemmiatore dell’islam, sparge spavento sapendo di potervi condurre – Siqillyya è “la perla dell’islam” – la tappa prossima della guerra civile globale. E’ il terrore, nostro dirimpettaio. (da il Fatto Quotidiano)

@barbadilloit

Di Pietrangelo Buttafuoco*

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